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Ecco il Development 2.0

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

Oltre la Banca mondiale ecco il Development 2.0

Fare tesoro delle tecnologie emergenti nell’internet sociale e tradurle in campo no-profit. Gli indizi di una svolta per chi prova a cambiare il mondo

Nicola Bruno

Il web 2.0 può portare a un cambiamento di paradigma nelle politiche di cooperazione? E cioè, forzando la metafora numerica dei programmatori informatici, stiamo assistendo al superamento dello Sviluppo 1.0, quello rappresentato da Onu, Banca Mondiale e gran parte delle organizzazioni non governative? A osservare il fermento che si respira in rete, verrebbe da rispondere sì, è in atto una transizione verso un nuovo modello di sviluppo, la versione 2.0.
Gli indizi di una svolta arrivano ormai da più fronti, e soprattutto da piccole, coraggiose start-up come Kiva, GlobalGiving, Change: che hanno fatto tesoro delle tecnologie emergenti nell’Internet sociale e stanno provando a tradurle nel campo no-profit. Il risultato è un’alterazione radicale dei rapporti comunicativi e dei processi organizzativi, su più livelli: raccolta di fondi (fund rising), servizi per i membri, arruolamento di volontari, sostenibilità economica, capacità di coinvolgimento. Tutto ciò mentre gran parte degli attori tradizionali – a cominciare dalla criticatissima Banca Mondiale, ma il discorso vale anche per molte Ong – stanno vivendo una fase di declino e sfiducia generalizzata per efficacia d’intervento e capacità di mobilitazione.
«Forse è troppo presto per dire se stiamo realmente assistendo al nascere di un nuovo paradigma di sviluppo» – spiegano Giulio Quaggiotto e Pierre Wielezynski in un saggio pubblicato di recente (http://www.freepint.com/issues/240507.htm#feature ). «Piuttosto, ci troviamo in una fase di transizione in cui le Ong e le istituzioni tradizionali iniziano a provare le acque del web 2.0, mentre, su un fronte più innovativo, emergono start-up il cui modello di business è basato interamente sulle opportunità del web 2.0». E proprio dalle avanguardie più creative della rete, aggiungono i due autori, arrivano alcune indicazioni preziose su un altro sviluppo possibile: la coda lunga delle donazioni, come modello di business; mash-up e database aperti, per la condivisione di dati e buone pratiche; software sociali per movimentare l’attivismo politico.
La coda lunga delle donazioni
Dimenticate pure le lettere (spesso per niente spontanee) ricevute dal bambino adottato a distanza o i bollettini postali dalla causale quanto mai generica («Un pozzo in Sudan»). Dal web 2.0 può arrivare una lezione di trasparenza e fiducia senza precedenti, in quanto a informazioni sull’utilizzo dei fondi. I nuovi servizi di finanziamenti online permettono un monitoraggio puntuale dei progetti sostenuti, con l’accesso a informazioni aggiornate sullo stato di avanzamento, documentazione fotografica, possibilità di interazione diretta. La disintermediazione si sta poi spostando anche a monte del processo, con strumenti che consentono di personalizzare le donazioni, finanziando la causa più aderente ai propri interessi, anche se di nicchia. Ma c’è di più: il vero punto di rottura con le pratiche tradizionali è ormai rappresentato dai sistemi di micro-prestiti. A fare scuola è stata Kiva.org, presto seguita a ruota da tutta una schiera di servizi-cloni. Il meccanismo si sta rivelando efficace al di là di ogni più rosea previsione: pensate ad una eBay solidale, dove invece di acquistare beni di consumo, si prestano piccole quote di denaro a un contadino vietnamita che ha bisogno di nuovi attrezzi o a una donna del Senegal che vuole avviare una panetteria. Anche qui, la rete permette massima trasparenza sull’utilizzo dei fondi e il consolidamento di legami più umani tra i contraenti. E, per chi proprio non si fida, basti il dato che il 99% dei prestiti vengono sempre restituiti (vedi il precedente articolo https://chipsandsalsa.wordpress.com/2006/10/14/il-microcredito-e-on-line/)
Per condividere le conoscenze
Una delle definizioni più calzanti di web 2.0 è sicuramente quella di «Internet come piattaforma di servizi e contenuti condivisi». Più che descrivere un fenomeno ancora lontano dall’essere realtà, questa spiegazione coglie bene una programma di sviluppo della rete in cui: a) i database sono in grado di incorporare e dare valore alle informazioni inserite dagli utenti; b) i servizi vengono aperti ai mash-up (termine con cui si intende un’applicazione web ibrida, che include dinamicamente risorse provenienti da altre fonti). La condivisione aperta di dati, statistiche, know-how, risultati, è un’altra delle occasioni che la rete può offrire a chi si occupa di cooperazione. Si pensi alla mancanza cronica di informazioni per le organizzazioni impegnate nella salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale. Non si tratta semplicemente di pubblicare i propri dati online, ma di renderli facilmente accessibili e ulteriormente implementabili da parte di utenti terzi. Il che può rivelarsi strategico anche per coordinare tante azioni e sforzi che spesso vanno a sovrapporsi per reciproca «ignoranza».
Qui i servizi di riferimento sono i wiki, la georeferenzializzazione, l’organizzazione degli archivi per etichette (tag), i servizi di condivisione per presentazioni e ricerche, i tool per la realizzazione di grafici animati. Ovviamente, tutto si gioca sull’apertura dei sistemi e la loro effettiva interoperabilità, come ci indicano diversi esempi di successo.
Software agonistici
Negli ultimi mesi su queste pagine sono state presentate diverse posizioni eterodosse rispetto a tanta euforia che circonda la nuova ondata di Internet: contenuti generati dal basso utilizzati dalle corporation per generare profitti a insaputa degli autori; social network chiusi come giardini murati; software addestrati per tenere «a guinzaglio» gli utenti; la «grande conversazione» che diventa vezzo autoreferenziale; e via dicendo. Ad essere additati sono in primo luogo i servizi commerciali, quelli cioè posizionati sulla ‘testa corta’ della rete, ultimamente tutti in ansia da profitto, anche a costo di rinnegare le promesse utopiche della rete. Blog, wiki, tagging collettivo e tool partecipativi vari sopravviveranno mai a tutto ciò? «I nuovi strumenti collaborativi – sottolineano Don Tapscott e Anthony Williams in Wikinomics – non saranno utili solo per interessi commerciali, ma aiuteranno anche la gente a compiere azioni di pubblico interesse, come curare le malattie genetiche, fare predizioni sui cambiamenti climatici, trovare nuovi pianeti e stelle». O dare una voce a chi non ce l’ha: come fa l’ottimo aggregatore di blog Global Voices. In effetti, se c’è un ambito in cui molti dei presupposti della prima e seconda Internet dovrebbero trovare terreno fertile, questo è proprio quello della cooperazione allo sviluppo. Anche perché non c’è bisogno di impiantare nessuna utopia in modo artificiale: è un settore già predisposto all’economia del dono, al coinvolgimento disinteressato, alla condivisione di esperienze.
Se è vero, come dice Clay Shirky, che «il social software è l’ala sperimentale della filosofia politica», dalla transizione allo Sviluppo 2.0 vedremo consolidarsi un nuovo modello di agonismo politico, in cui manifestazioni virtuali, gesti di micro-solidarietà, condivisione di beni e pratiche comuni, auto-organizzazione dal basso, saranno le strategie messe in campo da chi vuole provare a cambiare il mondo.

Una Risposta to “Ecco il Development 2.0”

  1. […] articolo di Quaggiotto e Wielezynski (segnalato a sua volta da Luca Dello Iacovo), ho scritto questo articolo (+ scheda) per il manifesto – Chips&Salsa. Il tutto è stato poi remixato e ipertestualizzato […]

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