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Microsoft promette: più privacy nelle ricerche

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

RAFFAELE MASTROLONARDO

Privacy, privacy, privacy. Sembra questa la preoccupazione maggiore dei grandi motori di ricerca ultimamente. E come ulteriore testimonianza di una rinnovata sollecitudine per la riservatezza delle informazioni personali arriva la decisione da parte di Microsoft di cambiare le proprie politiche di trattamento dei dati derivanti dall’utilizzo del suo motore di ricerca, Live Search. Con effetto immediato e retroattivo, i dati relativi alle ricerche, fa sapere l’azienda, saranno resi anonimi dopo 18 mesi. La società di Bill Gates annuncia inoltre che terrà separate queste informazioni da quelle che possono consentire l’identificazione dell’utente come i nomi, gli indirizzi e-mail e i numeri telefonici.

Ma non finisce qui. Microsoft annuncia inoltre che, insieme ad Ask.com, numero quattro nel mercato dei motori di ricerca, cercherà di coinvolgere un ampio ventaglio di operatori del settore, comprese le associazioni dei consumatori, nella definizione di standard e pratiche comuni riguardo alle garanzie della privacy degli utenti. Il piano sarà definito nel dettaglio a settembre.

«Pensiamo che sia giunto il momento per un dialogo tra tutti i soggetti del settore», ha detto all’agenzia  Reuters Peter Cullen, responsabile della privacy di Microsoft. «L’attuale mosaico di protezioni e le spiegazioni differenti fornite dalla aziende crea molta confusione tra gli utenti».

L’annuncio di Microsoft fa seguito a una serie di decisioni in tal senso prese dai concorrenti. Nel marzo scorso fu Google ad annunciare di voler ridurre a 18 mesi il tempo necessario per a rendere anonimi i dati relativi alla ricerche. Inoltre, proprio una settimana fa, il motore di Mountain View ha comunicato che i «cookies», piccoli file che si depositano nell’hard-disk e identificano i nostri percorsi sul web, scadranno dopo due anni. Sempre la scorsa settimana è stata la volta di Ask.com, che ha annunciato di avere allo studio Ask Eraser, un’opzione che consentirà agli utenti di svolgere ricerche coperti dall’assoluto anonimato. Quanto a Yahoo!, numero due del settore, la sua politica aziendale prevede il mantenimento dei dati per 13 mesi, tre in meno rispetto ai due rivali principali.

Ma che cosa è che spinge i motori di ricerca a preoccuparsi così tanto della nostra privacy? Una molteplicità di fattori. A cominciare dall’attenzione crescente che su questo tema hanno i governi, le autorità regolatrici e le associazioni dei consumatori. Un interesse acuito dal progressivo consolidamento del mercato della pubblicità online, una torta che in Usa vale ormai 16,9 miliardi di dollari e che ha visto negli ultimi mesi una serie di acquisizioni da parte dei big del settore.

Yahoo! infatti sborserà 680 milioni di dollari per l’80 per cento di RightMedia; per una cifra simile WPP, colosso mondiale della pubblicità, si accaparrerà invece 24/7 Real Media, mentre Microsoft ha acquisito aQuantitative per ben 6 miliardi. Google, infine, ha acquistato DoubleClick per 3,1 miliardi.

Oltre a tutto un fenomeno nuovo incalza, quello della pubblicità associata ai podcast: sono questi dei file da scaricare in rete che contengono audio e/o video. Prendono il loro nome, per assonanza dell’iPod della Apple, anche se possono essere prodotti con qualsivoglia tecnologia e hanno il pregio di arrivare direttamente, in automatico, nei computer degli utenti, il che evita la noia di andarsi a cercare tra un sito e un altro.

Questi file dunque li si mette sul pc, ma anche sui lettori multimediali tipo Mp3. Per ora la pubblicità associata a questo canale è minima, solo 80  milioni di dollari, ma c’è chi la proietta verso ambiziosi obbiettivi – 16 miliardi di euro nel 2012 secondo Forrester Reasearch. Allo scopo è già nata una associazione tra industrie (www.downloadablemedia.org) che vuole standardizzare formati e linguaggi. Il che non è affatto semplice e potrebbe scontrarsi con le resistenze dei consumatori: già oggi la comparsa di pubblicità nei Dvd, che si pagano profumatamente, non è molto gradita. Nei video in rete un siparietto iniziale di un qualche sponsor sta diventando la norma. Ma alcune aziende vanno escogitando sistemi con cui non solo inserire pubblicità, ma anche controllarne l’ascolto-visione in seguito, nei computer dei singoli utilizzatori.

La ridda di annunci sulla privacy va dunque letta anche in quest’ottica: una strategia per salvaguardare le operazioni appena compiute. Una preventiva dimostrazione di buona volontà.  in un momento cruciale per le ricerche e i loro legami con la pubblicità.

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