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L’uguaglianza al lavoro

Posted by franco carlini su 22 agosto, 2007

editoriale, IL MANIFESTO, 21 AGOSTO

 

Franco Carlini

La notizia del giorno è che, per una volta almeno, il professor Pietro Ichino, dalle colonne del Corriere della Sera, non se la prende con i sindacati, di solito indicati come i responsabili di ogni possibile conservatorismo sociale, ma abbozza una riflessione più equilibrata. Il ragionamento è questo: l’uguaglianza è «un valore fondante di una sinistra degna di questo nome», ma sbaglia chi pensa che essa si realizzi abolendo la legge Biagi e la legge Treu, perché i processi che generano disuguaglianza sono ben più profondi e globali, e quelle leggi, aggiungiamo noi, al più li hanno registrati, o tentato di mitigarli. Chi ne dubiti è inviato a rileggere il «Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia» di Marco Biagi e a confrontarlo con la sua scadentissima traduzione nella Legge 30 e soprattutto con l’uso spregiudicato e distorto che ne hanno fatto le aziende.
Secondo Ichino le disuguaglianze in salario e diritti tra i lavoratori dipendono dal fatto che, a monte, è disuguale la produttività tra i lavoratori: quella degli operai poco oscillava, dato che era rigida la catena del lavoro fordista, mentre ora, anche per effetto delle tecnologie in continuo mutamento, può esserci una differenza da uno a cento nella produttività di due lavoratori formalmente uguali. Il dato è francamente stupefacente e sarebbe interessante sapere come è stato ricavato e in che ambiti.
Ma di quale produttività si parla qui? Quella che misura la quantità di prodotti-servizi in rapporto alle risorse umane impiegate (tempo) o quella del fatturato (e profitti) in rapporto al costo del lavoro? Nel primo caso le tecnologie c’entrano eccome e quasi sempre migliorano la resa, anche se esistono molti esempi in cui l’introduzione dell’information technology senza modificare in meglio l’organizzazione del lavoro hanno addirittura peggiorato i risultati. Chi studi seriamente la pubblica amministrazione ne ha esempi infiniti, che spiegano anche il sorgere dei famosi e cosiddetti «fannulloni».
Nel secondo caso, che guarda solo ai salari, sono in molti ad aver pensato che sia più «produttivo» usare bassa tecnologia con bassissimi salari (altro che innovazione), nel contempo usando la pressione del resto del mondo per abbassare gli stipendi anche in occidente, come tutte le statistiche hanno ampiamente documentato e come solo Luca Cordero finge di non sapere. Salvo accorgersi che le Barbie velenose fatte in quella maniera producono più danni che qualche centesimo in più a pezzo e si trasformano in un disastro di reputazione. Altre aziende, più avvertite, dopo qualche escursione nell’Asia a basso costo, hanno preferito investire in automazione, per garantirsi più controllo e qualità. Non per caso la gran parte degli occhiali Luxottica, il gioiello italiano appena esaltato dall’Economist, vengono tuttora fatti ad Agordo, Belluno, e non solo in Cina.
Ma soprattutto, come ha fatto notare con scientifica precisione l’inascoltato Giuliano Gallino su Repubblica del 15 agosto, c’è il «conflitto tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesiin via di sviluppo». Secondo Gallino la quota dilavoro precario nel nostro paese è ben superiore a quella di solito indicata: non già un solo lavoratore su sette, come suggerisce Ichino, ma probabilmente 8milioni di persone, tra precari ufficiali e molti altri nascosti nel nero, quasi uno su tre.
Se fosse vera la tesi di Ichino che è la capacità di «saltare sull’autobus dell’innovazione» a generare le disuguaglianze, non si capisce perché i giovani, di solito vivaci e tecnologici, debbano essere pagati di meno e così precariamente.
Ichino sostiene che l’uguaglianza non si garantisce per legge, ma che vada costruita « nel vivo della società civile», soprattutto con formazione,informazione e aiuto alla mobilità. Trascura tuttavia un dettaglio grande come un macigno: finché la legge metterà a disposizione delle aziende facili modalità di utilizzo della forza lavoro giovane a basso costo e senza troppo impegno, non c’è formazione qualificata che possa farsi valere nella vendita della forza lavoro.
Il protocollo Prodi-Damiano che offre la possibilità di prolungare oltre i tre anni i contratti a termine è esattamente la negazione di quanto Ichino sostiene e dovrebbe essere lui il primo a indignarsi e a manifestare con noi, il 20 settembre,in un giorno convocato su temi ben più ampi e ambiziosi della sola Legge 30. Lo aspettiamo fiduciosi.

2 Risposte to “L’uguaglianza al lavoro”

  1. Loud said

    Legge Biagi?
    Non voglio dilungarmi troppo sull’argomento Welfare, essendomi già espresso sul mio blog e su BlogGoverno a più riprese; ti linko direttamente il mio ultimo post:
    Treu-Biagi: oggi vince la riforma del 2003. Le modifiche future? Probabilmente solo ideologiche e nessuna centrarà il vero bersaglio.

    Un po’ drastico forse, ma questo è quanto porto nel mio breve bagaglio culturale e professionale. Almeno oggi la penso così: il vero problema è il “matrimonio” tra datore e lavoratore. E’ qui che bisogna intervenire!!

    Rimango comunque dell’idea che il Co.Co.Co. fosse più adatto del Co.Pro. per determinate figure professionali cui non può applicarsi alcun progetto per il tipo di mansioni svolte, ma rimango convinto che sia lodevole aver tentato di assestare il mercato cercando di applicare un contratto “precario” (comunemente considerato) laddove via sia un progetto piuttosto che a chiunque senza distinzione.
    Il problema rimane l’abuso, adesso come prima.
    Ecco perché credo che il bersaglio sia un altro (vedi post linkato).

    Ah, tutto ciò ferma restando l’assurdità giuridica del Job sharing e l’inadeguatezza del Job on call… Ma questo è un altro paio di maniche😉

    Saluti,
    Luca

  2. Radiowaves said

    […] L’uguaglianza al lavoro […]

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