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articoli e appunti da franco carlini

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Non è tutto sociale quello che web

Posted by franco carlini su 24 agosto, 2007

 

In «Republic. com 2.0», Cass Sunstein (università di Chicago) analizza, preoccupato, gli sviluppi dei blog e dei social network Una analisi di quel che, grazie a Internet, sembra essere un «mercato perfetto» dell’informazione e dell’intrattenimento

Franco Carlini

I social network rischiano di relegare i partecipanti delle singole community e di isolarli dagli stimoli di realtà diverse. Il paradosso del web sociale è la sua mancanza di pluralismo e di contraddittorio. L’ultimo saggio di Cass Sustein – Republic.com 2.0 – ne illustra le dinamiche.
All’apparenza, grazie all’internet, quello dell’informazione e dell’intrattenimento è finalmente un «mercato perfetto», sia sul fronte della produzione che su quello della distribuzione. Chiunque infatti può produrne a bassissimo costo, senza ricorrere ad agenzie di intermediazione, e se è bravo avrà successo; viceversa la rete globale permette a ognuno di trovare tutto quanto gli piace e solo quello, dalle migliori musiche del Burkina Faso alle ricette di cucina a base di fragole. C’è spazio per tutti, grazie al fenomeno della «Long Tail» (ben descritto nel saggio La Coda Lunga di Chris Anderson, Codice edizioni). Vale per musica, romanzi, film, così come per le notizie, anche per effetto del crescere impetuoso del giornalismo iperlocale, grazie al quale chiunque può sapere come sono andate le feste di fine anno scolastico nella più piccola delle contee americane. Eccetera, eccetera, in abbondanza e sovrabbondanza.
Ma è davvero tutto così bello e meraviglioso? Non c’è alcun problema? I problemi ci sono, e non sono pochi. Molti intellettuali tradizionali, ultimo Giorgio Bocca sull’Espresso, lamentano l’eccesso di informazione: già il fatto che sia troppa è un bel guaio, cui si aggiunge che spesso è poco affidabile, diventando solo noise, rumore.
Ha scritto Bocca sul numero del 2 agosto: «Dietro la moltiplicazione, l’invasione, l’infatuazione delle macchine non si vede una crescita delle conoscenza, una maggiore pienezza di vita, ma un soffocamento della fantasia, un nozionismo invadente. L’uso generalizzato di un archivio colossale come internet che vantaggi dà se non il moltiplicare notizie e conoscenze vecchie e mal digerite?». Questa è un’obiezione classica, che è sempre stata avanzata in occasione di ogni salto delle tecnologie della comunicazione, fin dai tempi della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Ogni volta scatta l’angoscia, ogni volta si percepisce che lo scibile umano non è più riconducibile a pochi testi o enciclopedie e che occorre imparare a gestire l’abbondanza delle idee con nuovi strumenti, pratici e concettuali (tale è il tema di un recente saggio di Alex Wright, Glut: Mastering Information Through the Ages che ripercorre il tema dell’information overload attraverso i secoli e il sogno di un sapere universale).
A questo problema la rete offre oggi molte soluzioni, sia tecniche che sociali, e sono tutte all’insegna dei filtri. Filtri non per censurare, ma per scegliere. Sono tali i motori di ricerca, che offrono un sottoinsieme delle pagine web in risposta alla query (domanda) fatta dall’utente attraverso delle parole chiave. Ma non sono gli unici utensili: il sistema degli Rss Feed permette al lettore di selezionare le fonti cui abbeverarsi quotidianamente, per esempio, dall’Economist, tipico settimanale generalista, solo le notizie di Scienza e Arte, e da Endgadget solo quelle sui cellulari, e via selezionando.
Ci sarà anche chi fa ricorso a uno dei diversi siti che aggregano in proprio le notizie, pescando da migliaia di fonti, e le suddividono per categorie: tipico Google news, ma anche Individual.com oppure Reddit.com. Infine ci sono le versioni più o meno spinte di giornale personalizzato, che fu un sogno-proposta di Nicholas Negroponte, il cosiddetto MyJournal. E’ una possibilità che diversi siti e testate offrono da tempo, anche il prestigioso Wall Street Journal: ogni lettore compone una sua prima pagina individuale, che mette in evidenza gli argomenti che gli interessano e solo quelli; ogni copia del giornale online è dunque diversa da quella di ogni altro lettore.
Non è meraviglioso? Non è il trionfo dell’estrema libertà e personalizzazione dei consumi? La tendenza percorre tutti i media, non solo quelli internet; palinsesti personalizzabili offrono le tv, magari attraverso apparecchi dedicati alla bisogna, come Tivo (un videoregistratore su hard disk, dove prenotare gli spettacoli e i canali da registrare).
Ma qui nasce un nuovo problema, che uno studioso americano, Cass Sunstein dell’università di Chicago, ha già affrontato nel 2001 con il suo libro Republic.com e che ora ripropone, in versione aggiornata agli ultimi sviluppi dei blog e dei social network. Il titolo, persino un po’ troppo ovvio è Republic.com 2.0. La sua preoccupazione, del tutto condivisibile, è questa: una tale perfetta possibilità da parte di ognuno di selezionare quanto gli interessa e di escludere tutto il resto genera una pericolosa frammentazione della sfera pubblica che a sua volta si riflette negativamente sull’idea stessa di democrazia e di libertà di espressione. Il Daily Me o il My Journal, rinchiudono ognuno nel guscio dei suoi interessi attuali, senza esporlo mai ad altre informazioni e ad altri punti di vista. Così avviene spesso anche per i forum, i blog, le comunità: frequentare solo i luoghi dove si sa a priori che la pensano come noi può essere tranquillizzante e gratificante. Allineare il proprio sito a quelli simili è utile e fa comunità. Ma può anche accecare e limitare.
Al contrario, sostiene Sunstein, un ben congegnato sistema della libertà di espressione dovrebbe rispondere a due requisiti. Primo: «Le persone devono essere esposte a materiali (notizie e punti di vista, ndr) che non hanno scelto in anticipo. Degli incontri non pianificati, non anticipati, sono un elemento essenziale della democrazia». È la differenza che corre tra il frequentare un club chiuso (di tifosi di una squadra, di appassionati di arte digitale, di cultori di una sottocorrente del buddismo) e invece circolare per le piazze e negli angoli di strada, dove si incrocia, e magari si dialoga con altra umanità. È la differenza tra coltivare l’identità in maniera esasperata e lasciarsi coinvolgere dalla diversità. Questo atteggiamento, da strada e piazza pubblica, è un potente antidoto a razzismi, settarismi ed estremismi.
Secondo: è utile e opportuno che «molti cittadini condividano delle esperienze. Senza esperienze condivise una società eterogenea avrà una difficoltà molto maggiore nell’affrontare i problemi sociali. Le persone possono trovare difficile capirsi gli uni con gli altri». Questo aspetto di piattaforma comune di informazioni è stata la grande caratteristica virtuosa della stampa quotidiana generalista: offre a ogni comunità, a diverse scale di grandezza, dal comune alla nazione, un contesto a partire dal quale stare assieme, ma anche se del caso discutere e litigare civilmente. È una condizione essenziale della democrazia. E non si tratta solo dei grandi fatti della politica: anche la cronaca nera e bianca, i nati e i morti, sono il tessuto comune che i quotidiani tradizionalmente offrono. È una funzione di collante (glue) sociale. In questo essi sono favoriti dalla loro struttura fisica, che obbliga a sfogliare: per arrivare alle pagine dell’amato sport uno è costretto a muovere i fogli e lo sguardo magari gli cadrà sul Darfur o sul riscaldamento globale: viene «esposto», appunto ad altri temi e problemi, e va a vedere che non si soffermi.
Se questi due elementi – l’esposizione e la condivisione di esperienze – vengono a mancare perché ogni individuo si costruisce il proprio media personale, le sue «camere ad eco» che appunto echeggiano le sue preferenze e i suoi punti di vista predeterminati, allora sono guai.
Il rischio segnalato da Sunstein è reale e già presente nelle nostre società, anche indipendentemente dalle tecnologie digitali, e non basta esorcizzarlo sostenendo che tanta informazione, anche se frammentata, è comunque un progresso. Ciò è vero, è sempre vero, ma non basta. Questi sono tempi di informazione sovrabbondante e dove, contemporaneamente, l’attenzione è la risorsa scarsa. Per questo «il filtraggio è un fenomeno inevitabile, un fatto della vita». Ma altrettanto utile è continuare ad alimentare e a valorizzare i luoghi della diversità e del libero confronto. Anzi proporsi esplicitamente di costruirli.

6 Risposte to “Non è tutto sociale quello che web”

  1. Scusa ma devo proprio intervenire, devo perché Sunstein o altri blaterano di social network ma in quanto evidenti osservatori esterni, ne perdono l’essenza.

    La maggior parte dei social network sono strutturati secondo modelli imitativi e aiutano a trovare anime gemelle dotate di affinità elettive. Questa però è una parte della storia, spesso vengono proposte foto o libri di persone completamente sconosciute e gusti diversi dai nostri.

    Insomma trovo troppo banale il semplice IO PENSO di tanti tromboni rinchiusi nelle loro caverne a parlare delle ombre che si agitano lì fuori. La questione non è essere ottimisti o pessimisti, la questione è che le dinamiche di questi eventi sono troppo complesse per poter essere stigmatizzate da qualche filosofo della domenica, che si alza la mattina e dice ancora assonnato secondo me il mondo dovrebbe essere. Che facciamo si spegne internet e andiamo tutti a casa perché qualche ben pensante del XX secolo è indietro con i compiti e non si è messo a paro con gli altri?

    Saluti

  2. […] salsa e di essere d’accordo con lui su molte cose. Giorni fa leggevo questo suo splendido articolo “Non è tutto sociale quello che Web” e annuivo con la testa, da sola in casa, fra me e […]

  3. […] Chips & Salsa […]

  4. […] veramente un posto magico, e anche aggrovigliato. Certo che c’è il rischio di essere un poco autoreferenziali, come diceva Franco Carlini, in questo post in cui recensiva Cass Sunstein (Università di […]

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