Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘cellulari’ Category

Tutto il web su tutti i cellulari

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

FRANCO CARLINI

In Europa pochi se ne accorgeranno, perché pochi la usano, ma la notizia è comunque interessante: sia O2, operatore inglese di telefonia mobile, che l’australiana Telstra hanno deciso di abbandonare la tecnologia i-mode, di origine giapponese, che rende possibile navigare sul web con i telefonini. Quel sistema ha avuto un grande successo solo in Giappone, dove è nato, raccogliendo molti milioni di utenti, ma la sua esportazione ad altri contesti (in Italia lo adottò Wind) è stata un quasi fallimento. Il suo guaio è che si tratta di un ambiente chiuso, dove gli utenti possono navigare quasi esclusivamente verso i siti certificati e scelti dall’operatore telefonico. E’ il sistema del giardino chiuso e ben recintato (walled garden) che con qualche ingenuità anche altri operatori telefonici hanno proposto nei primi anni del web mobile. A ciò si aggiunga che lo standard giapponese era assai poco standard, richiedendo software specifici e telefonini fatti su misura. Dunque addio senza rimpianti: è uno di quei casi in cui il mercato (ovvero i consumatori) ha votato, bocciando ciò che non piace, o che serve poco, o che è troppo complicato.

Sempre nei giorni scorsi Vodafone Italia ha delineato le sue promesse per l’autunno. In una lunga conversazione con Affari e Finanza di Repubblica, il direttore generale Paolo Bertoluzzo ha detto che l’era dell’internet mobile è infine cominciata: i clienti lo vogliono e le tecnologie infine sono mature e robuste.

Sul fronte dei consumatori, in effetti, tutti gli operatori cellulari vedono crescere nelle loro statistiche la percentuale di «traffico dati», e cioè dei bit che portano informazioni, rispetto a quelli delle telefonate vocali. Il fenomeno dunque è già in atto – per Vodafone rappresenta ormai il 18 per cento del fatturato. Il futuro immediato è lì, ma questo non significa ancora una vera esplosione, perché ci sono diversi i tasselli che devono andare a posto.

Intanto gli apparati utente, in pratica i telefonini: quelli davvero adatti alla navigazione mobile sono numerosi, ma non tantissimi. Hanno dei limiti tecnici (spesso anche dei veri e propri bachi) e costano molto, attorno ai 500-600 euro. Si può fidare che nel giro di qualche anno costeranno la metà e saranno migliori, ma per ora chiedono una spesa elevata. L’arrivo dell’iPhone della Apple (che pure di limitazioni tecniche ne ha assai) certo sta accelerando lo sviluppo di altri prodotti concorrenti e di qualità. Si tengano d’occhio le Samsung e le Nokia, ma anche alcuni marchi meno noti come iPaq e Htc. Lo stesso iPhone, abbinato alla rete cellulare americana di At&t va mostrando le sue debolezze quanto a connettività.

Secondo tassello, i piani tariffari. Molti ancora propongono delle tariffe a consumo e cioè proporzionali al tempo di collegamento o ai byte scaricati, ma non può essere questa la strada definitiva in un mondo dove i navigatori web sono abituati, in casa e in ufficio, ad abbonamenti piatti (flat), con cui sono sempre in rete, senza limiti di tempo né di volumi. Ovvio che anche dai cellulari si aspettino la stessa modalità, magari essendo disposti a pagare un «premio» per il servizio in mobilità, ma certo non eccessivo. Gli uomini e le donne del marketing sono lì al computer, con le loro tabelle elettroniche segretissime, a cercare il punto di equilibrio tra domanda e offerta e la sua dinamica nel tempo. La tendenza inevitabile, vista la concorrenza, è che scendano i costi dell’aDSL su linea fissa e che, in parallelo diminuiscano anche quelli delle connessioni mobili. Quando e quanto è tutto da vedere.

Terzo, la banda disponibile, che comincia (ma appena comincia) a essere adeguata, via via che le tlc potenziano le loro reti cellulari: è un percorso in crescita continua da Gps a Gprs, Umts, Hspa eccetera, e gli operatori italiani promettono per natale una larga copertura del territorio con i più veloci protocolli di trasmissione e ricezione. Ma molti dei nuovi supercellulari già offrono altre connessioni, in particolare quelle tipo Wi-Fi che in Europa e in Italia non sono sviluppatissime, ma che anche qui crescono: antenne sul territorio che fanno da «punti caldi» (hot spot) da cui entrare in rete a pagamento, ma in molti casi anche gratis, grazie a scelte sociali di comuni e enti locali. Il fenomeno è particolarmente esteso negli Stati Uniti, anche in rapporto alla relativa arretratezza e caoticità delle reti Usa di telefonia mobile. In ogni caso reti cellulari e reti Wi-Fi, in competizione tra di loro, permetteranno agli utenti di decidere come collegarsi all’internet. Software opportuni potranno farlo automaticamente, scegliendo in ogni luogo coperto da due o più reti, quella che offre il migliore rapporto prezzo-prestazioni. Questo è un terreno di conflitto nuovo tra gli operatori di telecomunicazione. La mossa più «a rischio» la sta facendo in America T-Mobile che offre la possibilità di saltare dalle reti cellulari a quelle WiFi, anche dentro casa, così mescolando a beneficio degli utenti le due tecnologie.

I contenuti e i servizi: l’idea della televisione sul cellulare sta rapidamente perdendo appeal. Non è andata bene con i Mondiali di calcio e tuttora il consumo di formati da televisione classica sul minischermo langue. Sarà una fetta del mercato, non necessariamente la più usata e redditizia, e dunque le Rai e le Mediaset non si facciano troppe illusioni di riciclare wireless i loro magazzini, magari un po’ riformattandoli e reimpacchettandoli. Non hanno e non avranno successo perché diverso è l’atteggiamento mentale e cognitivo quando ci si trovi sul divano o alla fermata d’autobus. Servono altri format, altre modalità di interazione e sono tutte da inventare per «prove ed errori».

Sul tema si sono tenuti qualche centinaio di convegni mediamente inutili, e ci torneremo. Per ora accontentiamoci di una formulazione sintetica: il cellulare web deve offrire – senza barriere né ostacoli – tutte le cose che già ora la rete contiene (una sconvolgente abbondanza di informazioni e servizi), ma anche, e in più, nuovi servizi adeguati alla vita erratica. Soprattutto deve esaltare quelli che finora (con la voce e gli Sms) sono stati i grandi fattore di successo dei cellulari, ossia la assoluta facilità d’uso, a prova di vecchietti e di bambinetti, e la totale abilitazione a relazioni da persona a persona. Si spera insomma in una convergenza tecnologica che a sua volta riunifichi i pregi migliori dell’internet e delle reti cellulari: abbondanza di informazioni e di idee, senza confini, relazioni da molti a molti, ma anche personalizzazione delle relazioni stesse, all’istante. Non per caso insieme agli sms dilagano anche tra i meno giovani, i messaggi istantanei. Si pensi dunque a un ambiente unico dove posta elettronica, Instant Messaging, telefonate digitali e navigazioni per il mondo siano tutte possibili da un’interfaccia unica e gradevole. In rete cose del genere le offre già Google, con pagine scarne ed essenziali che diventano un valore aggiunto. Presto le avremo in tasca.

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Sotto controllo i bimbi telefonici

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

SARAH TOBIAS

 

Ma i giovanissimi, i minori, hanno diritto alla loro privacy? Grazie al cellulare se la sono riconquistata, ora rischiano di perderla. In virtù del telefonino alcune scene famigliari penose sono cessate, come quando un all’unico apparecchio di casa rispondeva il genitore e poi esclamava «c’è un certo Luca per Patrizia» e la Pat di turno doveva dialogare con il fidanzatino davanti a tutti. Ora si chiama e si riceve dal cellulino in camera propria, senza che nelle vicinanze ci siano orecchie genitoriali indiscrete né inquisitorie. Un livello di potere si è spostato da padri a figli, ma i primi cercano di riconquistare terreno anche grazie a tecnologie come quella offerta ai genitori apprensivi dall’azienda americana EAgency. Questa ha realizzato «Radar», un servizio che permette ai genitori di controllare le chiamate che i figli ricevono nel loro cellulare.

Il funzionamento è semplice: il genitore va sul sito Mymobilewatchdog.com, si registra, immette il numero di cellulare del figlio/a e compila, sempre via Internet, l’elenco delle persone-numeri telefonici che possono chiamare il giovane. Dopo di che, se egli riceve una chiamata da un numero fuori elenco, il genitore viene avvertito con un sms o una e-mail, e tale notifica verrà usata per chiederne conto al minore: «Chi ti cercava oggi alle 10?».

Il sistema viene presentato come un modo tecnologico per proteggere i figli da molestie telefoniche se non da adescamenti. In America, secondo JupiterResearch, il 12  per cento dei bambini fra gli 8-9 anni possiede un cellulare e raggiunge il 24 attorno ai 10-11 anni. In Italia le percentuali sono senza dubbio maggiori. Ovviamente dei figli appena un po’ furbi saranno sempre in grado di mentire  per conservare propria privacy di fronte a genitori invadenti: «era Ludovico, della classe di scherma».

Questo servizio si aggiunge ad altre forme di controllo parentale via cellulare: l’anno scorso la Disney lanciò Disney Mobile, basato su dei cellulari dotati di rilevatori della posizione attraverso i Gps satellitari; grazie ad esso i genitori potevano verificare via web e con la precisione di poche decine di metri la posizione dei figli sulla mappa della città. Analogo il sistema di «geo-fencing» (recinti geografici) offerto dalla società telefonica Verizon: i genitori segnalano all’operatore quali sono le zone della città in cui i figli si movono (per esempio andando a scuola o in piscina); se il pargolo esce da quelle «celle» (in questo caso il termine è preciso) per entrare in altri territori,  il genitore viene immediatamente avvertito via Sms.

Questi nuovi apparati si aggiungono ai molti software da tempo sul mercato i quali, installati sui computer dei piccoli, filtrano i siti e i contenuti che essi sono abilitati a vedere ed esplorare. Quasi nessuno si è dimostrato una soluzione efficace e robusta, ma un effetto sicuro è stato quello di creare in molti giovani la voglia di aggirare le proibizioni e quando si tratti di programmi software ciò è sempre possibile, in un modo o nell’altro.

Per parte sua Marc Rotenberg,il direttore esecutivo dell’associazione Epic («Eletronic Privacy Information Center») sostiene che la privacy dei bambini deve esser rispettata: «La costante e segreta sorveglianza dei giovani non è detto che sia la miglior strada per rintracciare la verità, ed è questo che molti genitori dovrebbero considerare».

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Quanta fretta signora Reding

Posted by franco carlini su 18 luglio, 2007

di Franco Carlini

18/07/2007 – 18:38

La decisione della Commissione europea su impulso della commissaria Viviane Reding di puntare sul Dvb-h è sbagliata per diversi motivi. Impedisce al mercato di scegliere il vincitore e scommette su un’idea irrealistica di Tv mobile. (segue su VisionPost)

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Aspettando l’Uganda. Lo sviluppo del wi-fi

Posted by franco carlini su 12 luglio, 2007

scenari

Aspettando l’Uganda. Lo sviluppo del wi-fi

Tutti i numeri Un miliardo di navigatori in rete, 2,7 miliardi di linee mobili, 1 miliardo di telefonini, 100 milioni di linee mobili 3g

Patrizia Cortellessa

Il cellulare e l’accesso a internet hanno rivoluzionato – e continuano a farlo – le nostre vite. Nello stesso tempo lo sviluppo di tecnologie sempre più evolute ha aumentato il divario tra paese e paese, e tra città e «paese», soprattutto in quelli in via di sviluppo. Per una panoramica generale parlano i numeri del 2006: più di un miliardo i navigatori in rete (130 milioni solo in Cina), 2,7 miliardi di linee mobili (quasi ogni due abitanti del pianeta), di cui 1,6 miliardi nei paesi emergenti; 1 miliardo di telefonini venduti, 100 milioni di linee mobili 3g. «Condivisione in rete» sembra essere la nuova parola d’ordine.
La diffusione globale di reti e applicazioni che mano a mano stanno coprendo quasi tutte le aree del pianeta, soprattutto in India e in Cina, rappresentano il fenomeno più innovativo. Ma nello sesso tempo – rovescio della medaglia – aumenta il digital divide, soprattutto in quelle aree dove, continuando ad essere poco «conveniente» per le compagnie telefoniche innalzare pali o abbarbicarsi con fili e cavi, le infrastrutture di comunicazione sono spesso concentrate negli agglomerati urbani più grandi, tagliando fuori dal mondo villaggi e zone rurali dove vive la maggior parte delle persone. Sempre nel 2006, (recente analisi Ocse), la crescita tecnologica è pari al 6%, ed ha il suo punto di forza in paesi come Brasile, Russia, India e Cina. E quest’ultima, sembra essere diventata il principale esportatore mondiale di prodotti Itc. Internet è divenuta sempre più luogo di scambi condivisi, senza dimenticare blogs, social network, podcasting. Gli utenti della telefonia mobile, secondo un’indagine condotta da The Mobile World, supereranno i 3 miliardi entro la fine del 2007, con mille nuovi utenti che si registrano ogni minuto. Ma, da frequentatori delle statistiche, sappiamo che i numeri vanno interpretati. Così come i «segnali» che.- come già detto – purtroppo non arrivano dappertutto.
Gli operatori di telefonia mobile hanno bisogno di molti utenti per giustificare i costi di costruzione di un antenna di telefonia mobile. In caso contrario non verrà costruita. Che fare? La soluzione potrebbe essere un wi-fi a lunga portata, ad esempio, capace di sparare il segnale radio fino a un centinaio di chilometri di distanza. La rete di antenne wi-fi a lungo raggio potrebbe permettere così a chiunque di connettersi a internet, con costi molto più bassi rispetto a soluzioni WiMax e – soprattutto utilizzando frequenze libere da autorizzazioni governative.
Ne sono convinti un gruppo di ricercatori Intel dell’Università californiana di Berkeley, che hanno messo a punto quella che dovrebbe rappresentare un’alternativa economica al WiMax rivolta principalmente ai paesi in via di sviluppo. Brewer e il gruppo di scienziati californiani sostengono che i segnali wi-fi possano essere convogliati a distanze dell’ordine dei cento chilometri, oltre le 60 miglia. La versione modificata di wi-fi (WildNets), avrebbe un basso costo di installazione (si parla di 700/800 dollari) e una frequenza non soggetta ad alcuna licenza di utilizzo. Gli scienziati hanno spiegato che per moltiplicare la portata di wi-fi si avvalgono di access point standard e di antenne direzionali, che invece di diffondere il segnale a 360 gradi lo concentrano verso un solo punto.
Una delle maggiori differenze rispetto al wi-fi tradizionale è dato proprio dalla direzionalità dei segnali, che viaggiano esclusivamente da un’antenna a un’altra. Il segnale che viaggia tra le antenne viene allineato tramite un segnale elettrico, il che permette un posizionamento abbastanza libero delle antenne che possono anche non essere allineate fisicamente. Una forma «particolare» di Wi-fi che permetterebbe ad un laptop situato, ad esempio, a San Francisco, di connettersi a internet grazie a una stazione che si trova a San Jose..
E poiché, come i numeri, anche le parole vanno «interpretate», Eric Brewer ha dato una dimostrazione delle sue teorie. Su distanze però più ridotte. L’ufficio che riceveva il segnale si trovava a 1200 piedi più alto e circa 1 miglio e mezzo lontano dal laboratorio che trasmetteva. L’apparato che riceveva era costituito da una antenna direzionale connessa ad un access point wireless di tipo standard, solo un po’ modificato. Aspettiamo il primo test sul campo, che sembra essere programmato per la fine dell’anno in Uganda.

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Lasciate un po’ di spettro libero

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

La Federal Communications Commission (Fcc), authority statunitense delle tlc, si è trovata sul tavolo una lettera firmata da quindici aziende che operano nella telefonia mobile, e che si sono riunite nella Wireless Founders Coalition for Innovation. I quindici chiedono alla Fcc di lasciare ad accesso libero (cioè non concesso in licenza) una parte dello spettro elettromagnetico per le trasmissioni wireless che l’authority si appresta a concedere. È lo spettro lasciato libero dalle tv analogiche, a causa dello switch-off digitale in programma per il 17 febbraio 2009. Le gare per vedono tra i partecipanti i big  del wireless, prima tra gli altri Verizon.

La richiesta dei quindici è giustificata dalla necessità di aprire il mercato alle innovazioni, troppo spesso inibite dagli operatori che in Usa più che altrove controllano il mercato. Il recente accordo tra Apple e At&t che vedrà il tanto atteso iPhone  funzionare solo con l’operatore dominante, è l’ultimo esempio di una tendenza diffusa. L’idea è quella di aprire il mercato, riproducendo almeno in piccola parte un ambiente aperto come quello del web. Non a caso lo slogan del neonato consorzio è «Just do it versus Just Ask the Big 4» («Fallo non chiedere ai quattro grandi», gli operatori mobili dominanti).

I grandi produttori di telefonini e smartphone  come Nokia, Motorola, Rim (quella del Blackberry) si tengono in disparte: di per sé sarebbero interessati allo spettro libero per poter aumentare la varietà di dispositivi in commercio, ma temono di inimicarsi proprio i potenti operatori mobili con le cui reti i loro cellulari devono viaggiare. La Fcc, si trova innanzi un bel dilemma: le esigenze degli operatori alternativi contro gli interessi di chi ha speso e si appresta a spendere ancora molti denari per aggiudicarsi lo spettro per erogare i propri servizi. (Gabriele De Palma)

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cellulari di lotta

Posted by franco carlini su 7 giugno, 2007

Le notizie dalla Cina non sono facili da controllare, ma secondo il Los Angeles Times, il sindaco di Xiamen, città da 1,5 milioni, nel sud est del paese, ha sospeso la costruzione di un impianto chimico che avrebbe dovuto produrre tonnellate di ParaXylene, un composto derivato dal petrolio, usato per produrre pellicole sottili e tessuti. Che però è altamente cancerogeno. Secondi il Shanghai Daily, una manifestazione di decine di migliaia di persone si era svolta venerdì scorso dalle 9 alle 17, malgrado l’appello delle autorità a studenti e dipendenti pubblici a non partecipare. C’è stato qualche scontro, ma alla fine sono stati concessi sei mesi di tempo per svolgere un’approfondita analisi ambientale. Prima della manifestazione l’invito a mobilitarsi aveva fatto la sua strada grazie agli Sms dei cellulari, di cui moltissimi cinesi sono dotati: «una volta che questo composto chimico velenoso sia prodotto, sarà come avere piazzato una bomba atomica a Xiamen» e i suoi abitanti correranno il rischio di leucemie e di deformazioni; «vogliamo le nostre vite e la nostra salute». Secondo alcuni ambientalisti locali non si sa chi abbia spedito il primo messaggio, ma esso sarebbe circolato un milione di volte e comunque è stato riprodotto in cartelli e scritte sui muri. Ai tempi della rivoluzione usavano i tatsebao, in quelli di Tiananmen circolavano i fax, ora è il momento dei cellulari, che hanno il pregio della propagazione virale, da persona a persona. E le autorità si sono sentite in dovere di prestare ascolto. I cinesi hanno ottenuto più udienza dei vicentini contro la base Usa: per Prodi la decisione è presa, è presa, è presa.

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Cellulari per la didattica

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Formazione Invece di bandire i telefonini dalle scuole, perché non farne un uso appropriato, cioè didattico?

Agostino Giustiniani

Nuove immagini della professoressa con il tanga sono emerse nei giorni scorsi su YouTube. Nessuna meraviglia del resto, dato che in quel gigantesco deposito messo in pubblico c’è letteralmente di tutto. Ma l’ultimo episodio, che arriva dopo altri filmati dentro le mura scolastiche, con diversi livelli di volgarità e violenza, ancora contribuisce a demonizzare sia i telefonini cellulari che i siti Internet dove le immagini vengono collocate.
La cattiva cultura giornalistica di molti media, del resto, li porta a considerare «notiziabili» solo le cose pessime. Allo stesso modo l’incultura digitale del ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni lo spinge a considerare la rete prevalentemente come un pericolo: nelle linee guida emesse dal ministero si parla infatti di «prevenire i fenomeni di dipendenza (droghe, alcool, tabacco, farmaci, doping, internet)», tutto sullo stesso piano.
Ma se, per una volta, si provasse a vedere l’altra faccia della medaglia, quella possibile e positiva? L’idea circola da tempo ed è comparsa anche in una delle migliori liste di discussione, chiamata Condividi3 (che allude alla condivisione della conoscenza e alla quale ci si può iscrivere attraverso il suo gestore remo@t-bizcom.com). Dunque capita che un sensato preside milanese, Giorgio Galanti, abbia incitato a non bandire i telefonini cellulari dalle scuole ma a farne un uso appropriato, cioè didattico e formativo. Di suo l’ex senatore verde Fiorello Cortiana ha aggiunto: «Il mondo adulto non può limitarsi ad azioni di censura e di rimozione che alimenterebbero un mondo parallelo nel quale prendono corpo criteri di valutazione e sguardi sul mondo senza alcuna relazione con le esperienze pedagogiche e didattiche della scuola».
In altre parole: quegli oggetti li hanno tutti, anche gli alunni meno abbienti, e sono dotati di grandi capacità di memorizzazione ed elaborazione di suoni, foto e video e con molti di questi si possono alimentare i propri blog, individuali e collettivi; perché allora non usarli per infinite faccende che con la scuola hanno a che fare? Le immagini scattate possono far parte di una ricerca sul territorio facendosi tutti reporter, tutti Mojo (ovvero Mobile Journalist); una stessa scena di classe girata con diversi apparati, da diverse angolature, può essere riversata in un filmato collettivo, con i facili software di taglia e cuci digitale.
Già ora su YouTube se ne trovano molti di filmati, sovente gite scolastiche, girati e montati con buona tecnica. La Nokia, premiata produttrice di cellulari avanzati e di reti cellulari, da tempo sponsorizza gare di “corti” girati con il cellulare. I software di montaggio sono ormai gratuiti (o quasi) e comunque abbastanza facili da usare.
L’unico limite è la fantasia, ma molti insegnanti ne sono più che dotati e sicuramente tanti di loro già la stanno la stanno scatenando. Il che non significa essere schiavi delle ultime mode, né significa indorare la pillola della faticosa istruzione obbligatoria con qualche gadget allettante: la stessa classe volta per volta e progetto per progetto sceglierà se fare un murale, un giornalino di classe, un sito web, un cortometraggio, una recita teatrale, piegando gli strumenti della comunicazione agli obbiettivi da raggiungere. Il vantaggio didattico di sperimentazioni del genere sta soprattutto nell’apprendere un altro linguaggio, quello delle immagini e dei suoni. Poiché vedere e sentire è naturale, diversamente dal leggere e scrivere che richiedono un lungo apprendimento, di solito si dà per scontato che tutto ciò che si vede sia vero, quando al contrario invece quasi tutto ciò che vediamo, almeno attraverso i media, è un “artefatto”, ossia un qualcosa prodotto ad arte, frutto di un intervento umano. Se gli studenti si mettono per una volta nella parte di produttori di immagini, oltre a divertirsi, impareranno anche a leggere e decodificare le immagini in cui si imbattono. Questo per esempio è il tipo di attività che viene proposta ai giovanissimi visitatori dello Zeum di San Francisco, museo altamente interattivo dove grazie a interfacce e software facilissimi ogni bimbo o bimba può costruirsi il proprio jingle, i propri filmati, tagliando, cucendo, producendo.

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La Nives sul tetto del mondo

Posted by franco carlini su 24 maggio, 2007

Un record mondiale piuttosto inutile è stato realizzato sulla cima dell’Everest la mattina del 21 maggio. Un alpinista inglese, Rob Baber, ha fatto due telefonate con il cellulare e mandato degli Sms dal tetto del mondo. Il tutto con la sponsorizzazione dell’americana Motorola (cellulari e chips) e la debita installazione, a cura di dell’operatore telefonico cinese, di una stazione cellulare in vista della cresta nord della montagna. La prestazione di telefonare dal tetto del mondo è ovviamente insignificante, l’unico «rischio» essendo quello di togliersi la maschera per l’ossigeno per qualche minuto. Pochi giorni prima, invece, l’alpinista bergamasca Nives Meroi (classe 1961) e il marito  Romano Benet erano arrivati in cima da soli e senza bombole. Ma lassù, hanno in un’intervista telefonica a PlanetMountain.com «non c’è proprio posto per gli alpinisti», nel senso letterale del termine perché nell’epoca favorevole alle salite ormai dilagano le cosiddette spedizioni commerciali: chiunque abbia un fisico decente viene spinto-accompagnato sulla vetta da una squadra di 4 portatori, con bombole d’ossigeno e tutto il resto. Non che sia facile né confortevole, ma è un’altra cosa. Secondo molti l’ossigeno era giustificabile 40 anni fa, all’epoca delle prime spedizioni, ma usarlo oggi è come andare su dopati: sono due prestazioni diverse, quelle leggere, in stile alpino, e quelle da spedizione militare con tanti campi e assedio prolungato. Essendo una persona schietta Nives parla di sé come una «massaia ordinata», capace tuttavia di perdere la macchina fotografica mentre se ne andava a far pipì ai settemila metri, e quanto alle emozioni sublimi della vetta ha detto semplicemente che «a me non viene mai qualcosa di particolarmente elevato quando sono cima. Mi ci vogliono un po’ di giorni per distillare le emozioni» (f. c.)

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La «rivoluzione» senza fili e aperta

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

 

L’universalità degli accessi a tutti i contenuti è il cuore di questa nuova immensa rete. La nota dell’Economist e la minaccia insita per i titolari dei business precedenti, storia che assomiglia ai primi ’70

Agostino Giustiniani

Una settimana fa questo giornale si è occupato delle reti di comunicazione M2M, «da macchina a macchina», la cosiddetta «Internet delle cose» (vedi https://chipsandsalsa.wordpress.com).
A conferma che il tema è caldo, ecco ora un ricchissimo dossier dell’inglese Economist, dedicato alla «Rivoluzione senza fili in arrivo». Vi sono presentate con chiarezza tutte le tecnologie già disponibili per andare «oltre il cellulare», inteso come apparato che finora convoglia soprattutto la voce e Sms. Sono anche descritte le molte possibili applicazioni: dalle assicurazioni dell’auto calibrate sui chilometri percorsi, alle etichette digitali che rivelano tutto di un prodotto, dagli oggetti di casa che parlano tra di loro, ai campi di battaglia disseminati di microscopici sensori. L’idea più sciocca di tutte è quella di inserire in microchip sottocutaneo in ogni immigrato, sì da poterne monitorare attività e spostamenti. Teoricamente gli usi sono infiniti, ma quali poi verranno dispiegati dipende sia dalle scelte dei produttori che dall’accoglienza dei consumatori.
Alcune cose tuttavia sono già fin da ora chiare: intanto che ci sono almeno tre ambiti spaziali di queste reti senza fili. C’è il livello ampio, dominato dalle tecniche di trasmissione cellulari (Gsp, Umts, terza e quarta generazione) ma anche dalla incalzante tecnica WiMax. C’è quello più ristretto che arriva a poche decine di metri, fatto essenzialmente dal WiFi, con l’aggiunta di nuove tecniche in via di collaudo come Zigbee e Ultra Wide Band, e c’è quello delle Pan (Personal area network), tipico delle commissioni Bluetooth.
Seconda questione: le frequenze radio sono ormai la risorsa scarsa per definizione e questo chiama in gioco le regole e la poltica. I governi non dovrebbero preoccuparsi solo di incassare il più possibile dalle licenze, ma anche di favorire pluralità e spazio pubblico.
Le imminenti gare per il WiMax italiano non sembrano purtroppo andare in questa direzione, tanto più che il ministero della Difesa continua a mettere ostacoli al rilascio delle frequenze ancora sotto giogo militare. Non è chiaro se l’ineffabile ministro Parisi, quello che ogni giorno invoca partecipazione dei cittadini al futuro Pd, sia ostaggio dei militari o si sia piazzato lui stesso alla leva del freno.
L’assenza di ogni comunicazione pubblica al riguardo testimonia il distacco dai cittadini che Parisi orgogliosamente coltiva, come già dimostrato nel caso della base Usa di Vicenza.
La questione più cruciale tuttavia è un’altra. Come il settimanale inglese fa notare, la «rivoluzione» senza fili già in atto contiene una minaccia micidiale per i titolari dei business precedenti, e questa minaccia si chiama apertura, universalità degli accessi a tutti i contenuti. Così come l’Internet, anche le reti senza fili potranno prosperare solo basandosi su standard aperti e comuni. E’ come la «rivoluzione» del personal computer degli ultimi anni ’70 che significò liberta dalla schiavitù dei grandi computer e la possibilità di caricare sul proprio Pc ogni software che serva, senza chiedere permesso.
Anche il mondo dei cellulari (oggi ce ne sono 1,8 miliardi al mondo, ma nel 2011 saranno 4 miliardi), andrà inevitabilmente in questa direzione: apparati aperti e software altrettanto, svincolando gli utenti dai vincoli imposti dai costruttori e dai gestori delle reti.

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Cellulari per tutte le tasche

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

 

F. C.

Dunque gli operatori cellulari in Italia sono ormai 4+2, dato che ai classici che già c’erano si sono aggiunti due «virtuali», CoopVoce (con Tim) e UnoMobile di Carrefour-Gs-DiperDi (con Vodafone). Altri probabilmente seguiranno e resta l’incognita sul partener che le Poste sceglieranno. La virtualità sta nel fatto che i nuovi giocatori non hanno delle frequenze loro assegnate, né reti cellulari, ma che per questi servizi di base si affidano ai due grandi attori del ramo. Una domanda ingenua è tuttavia lecita: in un paese dove ci sono 80 milioni di schede Sim su 60 milioni di abitanti, c’è ancora spazio per nuovi operatori mobili? La risposta è sì, perché essendo così saturo il mercato, si può scavare nei segmenti. Carrefour, per esempio, punta alle due prestazioni di base, telefonare e mandare messaggi, e proporrà solo due, massimo tre, piani tariffari, all’insegna della semplicità e del basso costo. Eventualmente ruberà clienti allo stesso partner, ma Paolo Bertoluzzo, direttore generale di Vodafone, dice che più traffico sulla sua rete è comunque meglio e che non gli dispiace affatto che le proposte più economiche vengano da un partner. Divisione dei ruoli insomma, che non per caso comincia con i gruppi della grande distribuzione, che hanno una massa di clienti affezionati che guarda al sodo e che verranno allettati da offerte combinate. Ma c’è anche un interessante risvolto tecnico: nel caso di Vodafone è stata realizzata una sorta di piattaforma tecnologica di base, sulla quale i virtuali, ora Carrefour, domani eventualmente altri, si potranno appoggiare con i loro servizi autonomi, «come in un Lego». Tale modularità ha il pregio di valorizzare l’infrastruttura, lasciando libertà di concorrenza ai partner. Nel frattempo dagli Usa arrivano notizie interessanti per la fascia alta dei consumatori, i molto spendenti. Sono delle tariffe piatte, tutto compreso: telefonate illimitate e navigazione in rete altrettanto. Per ora carissime, dato che Sprint le propone a 120 dollari al mese, ma non c’è dubbio che quello è il futuro della comunicazione mobile: voce, messaggi e tutta l’internet, a disposizione in ogni momento e luogo.

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