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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘economia’ Category

Psicologia di guerra e di felicità

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

 

F. C.

Intorno al premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, nei giorni scorsi si è tenuto a Roma un incontro importante: «Psicologia ed economia della felicità: verso un cambiamento dell’agire politico». E’ la conferma che anche in Italia, almeno nei circoli accademici più aperti, la riflessione intorno ai limiti dell’economia classica e dell’Homo oeconomicus, è ormai sviluppata. L’economia dei comportamenti è arrivata da tempo a far cadere molte illusioni sulla razionalità dei mercati e dei loro attori e, contemporaneamente, la psicologia, ora associata alle neuroscienze, va portando contributi riguardo al come le persone e le organizzazioni prendono le decisioni, sia quelle minute che quelle strategiche. C’è dunque anche un impatto sulla politica, anche se la tavola rotonda finale, con i politici italiani, appunto, è risultata assai deludente. «Felicità» e «Ben-Essere» sono purtroppo trattati nel nostro paese come cose da riviste di salute o di stili di vita, mentre questi studiosi ci dicono che dalla loro soddisfazione o meno dipende lo stato delle nazioni e persino delle democrazie
Un saggio abbastanza recente dello stesso Kahneman, pubblicato nel gennaio scorso sulla rivista Foreign Policy, può far capire la portata dei problemi. Esso cerca di spiegare, sulla base di decenni di ricerche della moderna psicologia perché al momento di prendere le decisioni «I falchi vincono sempre», raccogliendo il consenso dei decisori, mentre le colombe, propense alla diplomazia e alla trattativa soccombono quasi sempre. Attenzione, lo studioso non sostiene che i falchi abbiano necessariamente torto; qualche volta hanno ragione, come nel caso dell’intervento militare durante al Seconda Guerra Mondiale. Quello che si nota, tuttavia, è che i politici (ma anche i manager, in genere i decisori) scelgono facilmente la linea dura e conflittuale, e questo per una serie di errori cognitivi che la psicologia ha da tempo studiato, anche in situazioni di laboratorio. Tipico per esempio, è l’eccesso di ottimismo rispetto a se stessi e alle proprie forze, accompagnato da una incapacità a valutare le proposte altrui, soltanto per il fatto che vengono da un nemico. Anche così scoppiano le guerre.

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Profitti da povere asimmetrie

Posted by franco carlini su 7 giugno, 2007

F. C.

Il mercato delle auto usate è l’esempio ormai classico di asimmetria informativa: il venditore sa quali sono buone e quali catorci, ma i prezzi esibiti, a differenza di quanto sosterrebbe la teoria, non convogliano un’informazione affidabile sul valore delle diverse merci. George Akerlof, Michael Spence e Joseph Stiglitz ebbero il premio Nobel per l’economia nel 2001 per le loro ricerche sui mercati con tali asimmetrie. A sua volta, per colpa del mercato delle auto usate, Roxanne Tsotsie di Albuquerque,  ha avuto di recente l’onore della copertina del settimanale Business Week. La trentenne madre di 4 figli, di origine Navajo, nel 2005 acquistò una Saturn usata con più di 100 mila miglia al prezzo di 7.922 dollari. Facendo parte delle classi di reddito inferiori (15 mila dollari all’anno) Roxanne era favorevolmente stupita che il rivenditore, la catena Byrider, le facesse credito senza problemi. Solo dopo scoprì che stava pagando più del 24 per cento di tasso di interesse, non riuscì a stare dietro alle rate mensili, rivendette l’auto e si trovò ad aver perso i 900 dollari già incassati dalla  Byrider. Fenomeni del genere sono stati analizzati anche in Italia nella trasmissione Exit de La7, condotta da Ilaria D’Amico. Secondo la rivista americana, questo è il fiorente «Business della povertà»: se in precedenza banche e aziende puntavano quasi esclusivamente sugli affluenti, ora hanno scoperto che anche con gli indigenti si possono fare ottimi profitti. Nel caso delle auto usate, chi vende dà per scontato che molti non pagheranno, ma si riprenderà l‘auto e terrà quanto già incassato. Un altro settore è quello dei rimborsi fiscali: chi abbia bisogno urgente di liquidi e abbia maturato dei crediti con il servizio statale delle imposte, trova gentile accoglienza in società che anticipano loro i rimborsi, ovviamente in cambio di una elevata percentuale strozzina. In questo caso si sfrutta anche la scarsa competenza di regole e norme dei contribuenti perché in America i rimborsi sono assai solleciti. Dunque sono all’opera contemporaneamente due meccanismi: l’asimmetria tra chi sa e chi non sa, e l’esplorazione di mercati di nicchia in precedenza trascurati. Capitalismo creativo.

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Al videogioco della chimica

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

serena patierno

Anshul Samar, alla conferenza Tiecon 2007 che si è svolta a Santa Clara in California, ha rubato la scena ai grandi della Silicon Valley. Nulla di insolito, se non fosse che lui ha solo 13 anni ed è incredibilmente sicuro del fatto suo. La sua start-up, http://www.elementeo.com, vuole realizzare il sogno di tutti gli studenti del mondo: l’istruzione divertente. Per concretizzare l’idea Samar ha pensato di ricorrere ai videogame e il risultato è un gioco di ruolo che parla di chimica, materia di solito poco amata. Chiede infatti una memoria di ferro e allenarla non sempre è facile perché richiede costanza e tanto tempo libero. Ma se si pensa a quale attività i ragazzi – ma non solo – sono soliti dedicare gran parte del loro tempo saltano subito in mente i videogiochi. Perché non crearne uno, dunque, che tratta proprio di chimica? Un esercito di elementi chimici che si animano e si scontrano gli uni con gli altri. Gli eserciti sono composti a scelta dell’utente e, per essere campioni, bisogna tenere sempre un occhio rivolto alle possibili combinazioni che potrebbero avere luogo sul campo di battaglia. Ogni elemento della tavola periodica, scontrandosi con gli altri, può generare fenomeni naturali. Per esempio, la ruggine. Basterà usare la carta ossigeno se qualcuno ci attacca con la carta ferro. Elemento.com attualmente, attende di accumulare 2.500 ordini prima di cominciare a distribuire il prodotto. Ma non finisce qui: Samar sembra abbia un piano di salvataggio per le altre materie scolastiche tra le più ostiche – o che comunque si prestano a essere il tema di intrattenimenti digitali – come la matematica e la biologia.

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Adesso tocca alla moglie bioinformatica

Posted by franco carlini su 24 maggio, 2007

SARAH TOBIAS

Un classico della Silicon Valley: era il settembre del 1998 quando due studenti di Stanford, Sergey Brin e Larry Page, decisero che il loro  motore di ricerca, che fino allora avevano sviluppato nei locali dell’università, era maturo per un salto. Se ne poteva fare una vera impresa for business, registrando la società, chiamata Google. Per farlo occorreva una sede, magari provvisoria, per esempio il solito garage hi-tech. Non erano nati nei garage la leggendaria Hewlett Packard e la Apple, sempre per iniziativa di una coppia di giovani maschi creativi e tecnologici? Il garage che faceva per loro lo trovarono poco distante, a Menlo Park, associato all’abitazione di Susan Wojcicki. Nell’occasione Sergej conobbe anche la di lei sorella, Anne, un viso gentile e un mite sorriso.

Facciamo scorrere il tempo in avanti, fino ai tempi nostri: nei primi giorni di maggio un numero ristretto di amici viene caricato su un jet privato. La destinazione sembra che fosse un’isola delle Bahamas, dove c’è la festa di matrimonio tra Anne e Sergej. Stile riservato, come sempre, nella vita dei giovani miliardari di Google. Ma qualche comunicazione ufficiale anche per loro è obbligatoria, per esempio alla commissione di controllo della borsa, la Sec. Così nei giorni scorsi viene depositato un documento ufficiale dove Google segnala di aver investito 3,9 milioni di dollari in una piccola azienda che debutterà sul mercato nei prossimi mesi. Si occupa di genetica personale, e si chiama 23andMe. Il nome che fa molto Web 2.0 si riferisce al fatto che 23 sono i cromosomi umani e la «missione» dell’azienda, come descritta sul relativo sito, è quella  di analizzare il patrimonio genetico delle singole persone, «consentendovi di conoscere i vostri antenati, la genealogia e i tratti ereditari». Al di là della curiosità sul proprio albero genetico, l’applicazione pratica sembra indirizzarsi verso un settore nascente ma in grande sviluppo, quello della medicina personalizzata, basata sulla conoscenza di dettaglio del Dna dei singoli individui. Se ne ricavano diagnosi di eventuali predisposizioni a malattie ma anche, eventualmente, la possibilità di calibrare i farmaci più adatti per quella singola persona.

Anne Wojcicki, la fresca moglie di Sergej, è una delle fondatrici e fa parte del consiglio di direzione, dove peraltro siede una grande firma dell’alta tecnologia e del venture capital, Esther Dyson. Altro particolare, rivelato con trasparenza, è il fatto che i 3,9 milioni investiti da Google vengono usati in parte per restituire un prestito di 2,6 milioni che Sergey aveva fatto in precedenza alla società della moglie. L’investimento di Google in piccole aziende innovative non è una novità e la somma impegnata nella nuova startup è piccola, per un colosso che incassa un miliardo di dollari al mese. Né vale l’accusa di nepotismo: malgrado i suoi diecimila dipendenti e oltre, Google rimane ancora plasmata dall’amicizia iniziale tra i due e tra i primi amici di barbecue. Ci si può chiedere semmai se sia un semplice investimento finanziario o se invece esistano sinergie. La risposta sembra essere la seconda. Infatti anche quelli genetici sono dati e informazioni e la visione di Google è di gestirli, metterli in pubblico (o in provato),  renderli fruibili.

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Disinformazione alla Murdoch

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

SARAH TOBIAS

 

La bufala giornalistica della settimana scorsa è quella proposta dal New York Post, il quale annunciava che la Microsoft stava trattando l’acquisizione del portale-motore di ricerca Yahoo! e faceva addirittura il prezzo, 50 miliardi di dollari. Molto coerente con lo suo stile scandalistico del giornale di Murdoch, prontamente smontata dagli interessati e dalla stampa seria, come il   Wall Street Journal il gruppo che Murdoch vorrebbe a sua volta comprare. Discorsi e trattative tra i due grandi dell’informazione di rete c’erano stati nel passato e riguardarono specialmente la messa in comune dei software che animano le macchine da ricerca in rete (Search Engines) e di gestione della pubblicità contestuale. Ma la fusione delle due marche non è mai stata all’ordine del giorno per una infinità di motivi. Il più importante è che i campi di azione, le culture aziendali, e i modelli di business dei due sono lontanissimi. Qualche fantasioso ha anche immaginato che Microsoft intenda trasformarsi in una media company, ma non c’è nulla di più sciocco: il cuore dei suoi profitti resta inevitabilmente il software, come conferma il successo dell’ultimo sistema operativo, Vista, e del rinnovato pacchetto Office 2007. Quell’azienda è dunque per così dire «condannata» (ed è una dolce condanna per gli azionisti) a restare saldamente attaccata al suo mercato prevalente: da un lato continuando a migliorarlo, dall’altro cercando di renderlo più di rete e flessibile, se ce la fa. Parallelamente continuerà tenacemente a invadere altri territori che le appaiono profittevoli: con grande dispendio di risorse si è fatta un nome e un mercato nelle console da video giochi (XBox) ; con altrettanta costanza è riuscita a entrare nel mondo dei telefoni cellulari, offrendo un sistema operativo leggero agli apparati che vogliano essere di rete e multimediali. L’obbiettivo mancato resta l’internet e il relativo mercato pubblicitario, dove il portale Msn ha sì molti utenti, specialmente grazie alla posta Hotmail e all’Instant Messaging, tanto amato dai più giovani, ma non ha sprint. Il dubbio  è se quell’ambizione sia mai realizzabile. Non è detto infatti che un’impresa debba fare necessariamente di tutto. Talora ci si può accontentare.

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Tardive riflessioni del professor Spaventa

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

FRANCO CARLINI

Al lungo elenco di coloro che hanno deprecato l’interventismo del governo nella formazione del nuovo gruppo di controllo di Telecom Italia si è associato un altro professore. E’ Luigi Spaventa che su La Repubblica, sabato scorso, ha auspicato che l’evoluzione delle strutture proprietarie del capitalismo italiano avvenga «nell’indifferenza del potere pubblico» e non «con una sua implicita partecipazione». Lineare, accademico, ma un po’ ipocrita come ragionamento, specialmente visto che a farlo è colui che nel 1999, anno della scalata a Telecom Italia presiedeva la Consob.

Vale la pena di tornare a quei mesi, quando Roberto Colaninno, chiamato da Carlo De Benedetti a salvare la Olivetti, costruisce il suo sogno più grande, un’Opa sull’ex monopolista telefonico. Per farlo ha intenzione di farsi aiutare da banche americane e comunque di metterci del liquido,  svuotando la Olivetti dei gioielli appena nati, Omnitel e Infostrada. Una logica industriale lungimirante avrebbe cercato di rafforzarli e svilupparli, mentre una logica finanziaria, che punta sulla leva del debito, prescinde dalle valutazioni di lungo momento. La gloriosa Olivetti venne ridotta a scatola finanziaria e la sua grande intuizione, quella di passare dai personal computer ai telefoni, regalata ai tedeschi di Mannesmann (e successivamente a Vodafone).

Il 19 febbraio 1999 Massimo D’Alema, presidente del consiglio, tesse le lodi dei «capitani coraggiosi». Il sostegno politico è chiarissimo, a tutti evidente, e non suscita l’indignazione dello Spaventa di allora. Il giorno dopo il consiglio di amministrazione di Olivetti approva il lancio dell’Opa. E qui entra in gioco la Consob che è chiamata a dichiarare ricevibile l’offerta.  Da quando un’Opa è lanciata, la società oggetto della scalata non può più mettere in atto azioni difensive, se non passando attraverso un’assemblea straordinaria cui partecipi almeno il 30% degli azionisti. Ma quando scatta il periodo delle mani legate? La Consob di Spaventa interpreta la norma nel modo più favorevole a Colaninno, decidendo che l’orologio scatta dall’annuncio e non dal deposito del prospetto ufficiale dell’offerta. L’interpretazione è curiosa, tanto che in altre occasioni il Tar e la stessa Consob decideranno diversamente. Infatti se bastasse un annuncio per bloccare ogni decisione dello scalato, ciò si presterebbe a manovre perverse.

La Consob di Spaventa decide anche, nell’occasione, che Tim, l’azienda cellulare di Telecom Italia, non ne costituisce un patrimonio prevalente; se lo fosse Colaninno avrebbe dovuto estendere l’Opa anche a Tim, con oneri ben maggiori.

Ovviamente ogni decisione della Consob ha le sue motivazioni e senza dubbio il professor Spaventa è persona seria, ma è altrettanto ovvio che quelle decisioni favorirono il progetto che D’Alema aveva così enunciato: «Non siamo di fronte a una misteriosa finanziaria lussemburghese. Si tratta di un gruppo di imprenditori e di manager ben noti, che hanno fatto Infostrada e Omnitel. Forse stano facendo il passo più lungo della gamba. Allo stato delle cose consentitemi di apprezzarne il coraggio». Mai intervento politico governativo fu più netto ed esplicito. Al confronto il governo Prodi, nelle settimane scorse, si è mosso come una timida verginella.

L’aiutino morale divenne poi concreto quando, nell’estremo tentativo di difendere Telecom Italia, l’allora presidente Bernabè convocò un’assemblea straordinaria che doveva proporre agli azionisti delle contromisure e offerte più allettanti. Occorreva la presenza del 30 per cento e per far mancare il quorum fu ancora decisivo l’intervento del governo. Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, pensava che il ruolo di non interferenza del governo dovesse concretizzarsi nel partecipare all’assemblea e non alle decisioni. In questo modo si garantiva agli azionisti la possibilità di discutere e deliberare, senza prendere parte. Essendo D’Alema contrario, Draghi chiese almeno una lettera ufficiale della presidenza del consiglio, che puntualmente venne scritta e recapitata. Dunque l’assemblea risultò non valida e via libera a Colaninno.  D’Alema aveva vinto, ma in realtà aveva sbagliato ancora una volta le sue valutazioni e con la scusa della non interferenza aveva scelto del tutto impropriamente, di spalleggiare una parte, contro l’interesse del paese.

Alla scalata anche in quella occasione partecipò Mediobanca, il cui appoggio venne sollecitato ancora da D’Alema, così dicono i cronisti dell’epoca. Non risultano alle cronache insurrezioni verbali dei soliti professori contro le banche che si fanno industria.

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Le foreste comuni del Madagascar

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

L’apprezzato settimanale The Economist è anche il più ideologico in circolazione. Fa parte del suo brand leggere tutto in termini di mercato, che più libero è meglio è. E’ anche un riflesso automatico di una redazione molto compatta: nessun articolo è firmato, perché tutti sono allineati.  Un pessimo esempio di tale ideologismo spinto lo si trova a proposito di foreste e riforestazione (http://www.economist.com/daily/columns/greenview/displaystory.cfm?story_id=9136122&fsrc=nwl). Quell’articolo riferisce di uno studio condotto dal ricercatore Thomas Elmqvist dell’università di Stoccolma.  Egli ha esaminato l’andamento delle foreste in diverse aree del Madagascar, confrontandolo con la densità di abitanti; voleva esaminare quanto fosse vera l’idea che la pressione della popolazione comporta deforestazione e perdita di biodiversità. Tale correlazione, dice lo studioso, non c’è, almeno in quelle zone. Capita semmai che il recupero delle foreste o la loro perdita dipenda dalla gestione che le istituzioni ne fanno. Succede dunque che una di queste aree sia poco popolata, ma assai deforestata, mentre un’altra, più densa, protegge le foreste. Per accertare da vicino il fenomeno i ricercatori hanno fatto delle interviste in loco chiedendo agli abitanti chi ha accesso alle risorse, quali regole governano l’accesso, chi le fa rispettare e in che misura.  Le zone meglio protette sono quelle in cui le regole sono chiare e fatte rispettare. Il settimanale inglese ne trae l’arbitraria e ideologica conclusione che  questo è un classico esempio di «Tragedia dei beni comuni» e che «I diritti di proprietà sono il modo migliore per preservare le foreste». Aggiunge che «come per i banchi oceanici di pesca, così per le foreste tropicali, il business di tutti finisce per essere il business di nessuno».  Che al problema dei beni comuni eventualmente ipersfruttati da «predatori egoisti» si possa porre rimedio solo e privatizzandoli è una tesi che in Inghilterra è da sempre popolare, almeno da quel movimento di enclosure (recintamenti) con cui nel ‘600 vaste aree vennero sottratte all’uso comune agricolo e pastorale e affidate a lord e baronetti, che le facessero sfruttare al meglio. In questo caso il settimanale tuttavia esercita una sensibile forzatura. Infatti chi legga l’articolo originale  (http://www.plosone.org/article/fetchArticle.action?articleURI=info:doi/10.1371/journal.pone.0000402) scoprirà che le aree del Madagascar meglio protette sono quelle in cui la comunità locale, con anziani e capi villaggio fa rispettare i criteri d’uso, così preservando la risorsa. In alcune ci sono anche foreste taboo,  che appartengono per storia e tradizione a dei clan o tribù. In altre parole, la soluzione vera e storica è quella della tutela locale, da parte della comunità. Non per caso le foreste in deperimento sono quelle dove migrazioni e abbandoni hanno dissolto le popolazioni originarie. Anche questa è una lezione moderna, che andrebbe applicata alle reti di telecomunicazione come alle conoscenze convogliate e diffuse in rete.

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La vita dei Paperoni reali

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

 

p. c.

Sarà anche virtuale il mondo di Second Life, ma oltre a registrare attualmente circa sei milioni di utenti iscritti (di cui due «giocano» regolarmente), sembra stia diventando ormai anche (e sempre più) un mondo di affari. Per la maggior parte dei frequentatori SL continua ad essere luogo di svago e divertimento, ma per altri è diventata una miniera d’oro. C’è chi è arrivato a guadagnare più di 5.000 dollari al mese e ha preferito lasciare il lavoro reale per intraprendere la nuova e più redditizia carriera. Da una recente inchiesta di Business Week, che è riuscito a scovare quelli che sono riusciti ad arricchirsi, risulta che il numero dei Paperoni di SL è pressoché quadruplicato. Requisiti indispensabili? Un investimento economico iniziale, naturalmente, fiuto per gli affari, coraggio, e una certa dose di inventiva. Ma anche nel mondo virtuale sembra siano le amicizie giuste a fare la differenza e a determinare o no il successo. Il primo milionario della storia è una donna, Anshe Chung (nome virtuale Ailin Graef). Con un investimento iniziale di 9,95 dollari, ha acquistato oltre 400 lotti di terra rivendendoli tra i 1.200 e 1.600 dollari (reali) l’uno. Secondo Philip Rosedale (Philip Linden),uno dei creatori del gioco, che ha guadagnato con la sua compagna ben 19 milioni di dollari. Reuben Steiger (Reuben Millionsofus), ha invece aperto una azienda virtuale, la Millionsofus. Il suo lavoro è quello di consulente di marketing per grossi clienti. Funziona, visto il proliferare giornaliero di quartier generali di aziende e politici importanti in cerca di pubblicità. Per il 2007 Steiger prevede un fatturato di 6 milioni di dollari.

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Quel Genius di Unicredit

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

 

La commissione europea sta lavorando a una direttiva che entro il 2012 imporrà alle banche di assicurare il trasferimento di fondi da un istituto all’altro entro un giorno. In realtà questo già oggi avviene, via computer: le transazioni sono istantanee, da un computer all’altro, per via telematica. Addirittura, dove alla finanza conviene, gli scambi sono istantanei, come avviene per le operazioni di borsa. Tuttavia i correntisti si vedono arrivare gli accrediti a 5 giorni di distanza e questa è pura rendita parassitaria, resa possibile da accordi di cartello tra le banche stesse. La bravura delle banche nel trasformare la possibile minaccia dell’Internet in occasione di ulteriore profitto è stata senza dubbio eccezionale – dal loro punto di vista . Si prenda il conclamato conto Genius di Unicredit, presentato come tra i più convenienti perché a costi minimi per le operazioni standard. Tuttavia la grande banca chiede 0,5 euro per un bonifico Internet su conti della stessa e 1 euro per quelli verso altre banche. In questo caso i risparmi che derivano dall’uso della rete e dal fatto che l’operatore di sportello è il cliente stesso, non solo vengono tutti incamerati dalla banca, ma addirittura aumentati da una gabella ingiustificata. Lo si capisce facendo due conti: ipotizziamo che un impiegato di sportello esegua un centinaio di operazioni al giorno faccia a faccia con i clienti; dunque se queste le fanno i clienti via Internet la banca risparmierà almeno 50 mila euro all’anno – lo stipendio del dipendente che potrà essere spostato ad attività a valore aggiunto come l’assistenza clienti. Si tolgano un po’ di costi fissi e si vede che resta un bel margine, che però alle banche non basta. Così la Cassa di Risparmio di Genova non solo chiede 3 euro al mese per l’accesso Internet ma, come Unicredit, anche 0,5-1 euro per i bonifici.

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Il bene comune della cooperazione

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

 

Il volto nuovo del capitalismo. «La ricchezza della rete», l’ambizioso saggio dello studioso statunitense Yochai Benkler

Benedetto Vecchi

Il libro di Yochai Benkler La ricchezza della rete (Università Bocconi Editore, pp. 624, euro 34,50) è decisamente ambizioso e bene hanno fatto queste pagine a dedicargli attenzione (il manifesto del 26/04/07). In oltre seicento pagine vuol mettere a fuoco il come e il perché Internet ha cambiamo i rapporti sociali di produzione, la costruzione dell’opinione pubblica e l’attività di governo nelle società capitalistiche. Da questo punto di vista è un saggio che si colloca nel solco tracciato da Manuel Castells nella trilogia The age of information (tradotta sempre dall’Università Bocconi con il titolo L’età dell’informazione), ma con la convinzione che, mentre lo studioso catalano fissava le coordinate di una transizione dalla società industriale a quella «informazionale», ora quella fase si è definitivamente conclusa lasciando in eredità un’ «attività cooperativa non proprietaria» che è diventata, attraverso Internet e l’uso diffuso delle tecnologie digitali, l’elemento propulsivo delle economie capitalistiche contemporanee. Da questo punto di vista, l’analisi di Benkler è però più radicale nella critica di un certo determinismo tecnologico di quanto non lo sia quella di Castells, perché considera dirimente elaborare la portata di quella cooperazione sociale e produttiva che ha la sue esemplificazioni nella produzione di software open source, nel giornalismo «amatoriale», in wikipedia, nell’esperienza di siti come YouTube, MySpace, ma anche in quei peer review che vedono il coinvolgimento attivo dei consumatori nell’attivare processi innovativi tanto di prodotto che del processo lavorativo.

Una contraddizione all’opera
Il punto di partenza de La ricchezza della rete sono quelle attitudini collettive e modi di essere che considerano l’informazione e la conoscenza un «bene comune» che non può essere privatizzato e che è usato come materia prima per la produzione di merci (qui la distinzione tra produzione materiale e immateriale è a ragione lasciata alle ortiche). Da qui la contraddizione che Benkler prova a risolvere, quella che concerne una materia prima che non è di proprietà di nessuno e che tale deve rimanere, ma che viene usata per sviluppare attività economiche che rispondono a una logica capitalistica.
In passato, agli albori dello sviluppo capitalistico, c’erano altre materie prime che venivano considerate «beni comuni», ma con la stagione delle enclosures sono divenute, è cosa nota, proprietà privata di qualcuno. Non che questo non avvenga nel «capitalismo informazionale», ma chi resiste alla privatizzazione dell’informazione e della conoscenza persegue, secondo Benkler, l’obiettivo di sviluppare un’attività economica che consegue profitti e al tempo stesso preserva il carattere comune dell’informazione e della conoscenza.
La contraddizione che Benkler segnala è dunque quella tra un’attività cooperativa non proprietaria e un’economia capitalistica che vede nella proprietà privata un suo architrave. Il case study a portata di mano è ovviamente il software open source o quello del free-software. Lo studioso americano ricorda il successo del sistema operativo Gnu-Linux e di come minacci da vicino l’egemonia di Microsoft, dopo averne demolito il monopolio nei sistemi operativi. Le ragioni del successo di Linux sta, sostiene Benkler, in quella dimensione cooperativa che vede il coinvolgimento di centinaia di migliaia di programmatori, analisti di sistema e «softwaristi per hobby» che sono riusciti a creare un modello organizzativo basato sulla condivisione, l’assenza di gerarchie e, qui l’elemento non previsto, i cui risultati possono essere usati da chiunque rispetti la «logica non proprietaria» che hanno portato a produrre il software.
Ma è questa la logica che muove la produzione di informazione nel web. Da questo punto di vista, la rete consente di sviluppare siti informativi che vedono il coinvolgimento di chiunque acceda, tramite un semplice click del mouse, al sito, perché sono pagine Internet gestite con un software, quasi sempre non proprietario, che prevede l’interattività tra tutte le persone che vi scrivono o depositano materiali video. Per Benkler, i blog, come i siti informativi, non stanno distruggendo i media tradizionali, ma ne stanno minando il monopolio. Che poi diventino siti che attraggono inserzioni pubblicitarie, portando dollari nelle tasche di chi li gestisce – i casi, ad esempio, dei blog slashdot o boing boing, solo per citare i più noti, non significa che perdono la loro vocazione originaria: essere cioè «attività ccoperative non proprietarie». Lo stesso si può dire per la produzione e circolazione di conoscenza, se si pensa al successo di wikipedia.
Il giornalismo on line modifica inoltre la formazione dell’opinione pubblica e dunque il rapporto tra governo e governati, perché, sostiene sempre Benkler, la circolazione delle informazione permette un controllo diffuso sull’operato tanto dei governi che delle imprese. Per lo studioso americano, Internet è quanto più si avvicina all’agorà di aristotelica memoria, un regno cioè della democrazia assoluta in cui è possibile esercitare un potere di interdizione sull’operato del sovrano usando una tastiera e un mouse.

La cooperazione vincente
Siamo dunque in una realtà profondamente differente dalle società industriali, anche se La ricchezza della rete paga un pedaggio troppo alto a una visione acritica dei fenomeni in atto. Ma il libro di Benkler non si propone però come una critica del capitalismo informazionale. La sua importanza risiede nel definire appunto quella contraddizione tra «attività cooperativa non proprietaria» e economia capitalistica. Così, le leggi draconiane sulla proprietà intellettuale non riescono a bloccare la condivisione di sapere e conoscenze in quanto tratto distintivo di Internet (lo studioso finlandese Pekka Himanen ha parlato di una inedita riedizione di quel «comunismo dei ricercatori» che animava in passato la comunità scientifica). Allo stesso tempo, l’open source è la rappresentazione del conflitto tra l’«attività cooperativa non proprietaria» e la produzione capitalistica en general. E altrettanto condivisibile è la sottolineatura che l’autore fa su come le strategie imprenditoriali stiano facendo proprie le tecniche del «networking sociale». In altri termini, ciò che mette a fuoco Benkler è il conflitto tra una cooperazione sociale produttiva e le regole della società capitalistica. È su questo crinale, oltre alla mole di dati che il libro presenta, che emerge la rilevanza delle analisi presenti ne La ricchezza della rete. Non è tanto quindi la compatibilità tra il «networking sociale» e il capitalismo, ma nel considerare centrale il conflitto tra questa «attività cooperativa non proprietaria» e il capitalismo.

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