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Intelligenza collettiva, al Mit

Posted by franco carlini su 26 ottobre, 2006

Il più prestigioso politecnico del mondo allarga la sua progettualità aperta stile wiki
Le idee sono sempre il frutto di relazioni tra diverse menti, del passato e dell’oggi. E la scienza rifiuta i modelli di conoscenza mercificata e privatizzata

Alessandro Delfanti
Chissà se al Massachusetts Institute of Technology di Boston stavano pensando al loro vecchio programmatore Richard Stallman, fondatore del movimento Open Source, quando hanno trasformato il Center for Coordination Science nel nuovissimo Center for Collective Intelligence (http://cci.mit.edu), che si propone di capire «come le persone e i computer possono essere connessi in modo da agire – collettivamente – in modo più intelligente di quanto qualunque individuo, gruppo o computer abbia mai fatto prima». Per dimostrare che l’affare è serio basta elencare le strutture coinvolte: il Dipartimento di management, il Dipartimento di computer science e intelligenza artificiale, quello di scienze cognitive, il nuovo McGovern Institute for Brain Research e infine il celebre Medialab.
Il Center for Collective Intelligence studierà e applicherà le interazioni in rete tra individui, che creano conoscenza con l’aiuto di strumenti tecnologici come database aperti, wiki, forum on line. Google, Wikipedia, Linux ed e-Bay sono esempi che mostrano che qualcosa di importante sta già succedendo. Ma questi esempi sono solo l’inizio della storia.
Al Mit è nato dunque Collaboratorium, forum on line sul cambiamento climatico che userà «una combinazione innovativa di interazioni mediate da internet, archivi di idee generate collettivamente, simulazioni e rappresentazioni che aiuteranno gruppi di ricercatori grandi, eterogenei e dispersi geograficamente a esplorare sistematicamente i problemi e risolverli. Gli utenti potranno condividere le loro idee e analizzare le diverse opzioni usando gli strumenti di simulazione, e poi prendere decisioni collettive». Un altro progetto si chiama «We are Smarter than Me» (www.wearesmarter.com) ed che significa «Noi siamo più intelligenti di Me». E’ un libro scritto collettivamente tramite un wiki, cioè un testo on line che ogni utente registrato può modificare liberamente. Sono già trecento i partecipanti che lavorano alla sua stesura, direttamente sulle pagine on line che nel 2007 diventeranno un libro di vera carta che applica la teoria dell’intelligenza collettiva all’economia aziendale.
In fondo non sono grandi innovazioni: il modello Wikipedia è già stato applicato con successo ai libri da diversi gruppi. In Italia, per esempio, sono stati scritti collettivamente in forma wiki i libri del Gruppo Laser (www.e-laser.org) e quelli «comunità di scriventi» Ippolita (www.ippolita.net). Secondo il direttore del Center for Collective Intelligence Thomas Malone (professore di management e autore di The future of work) «nei prossimi anni molte persone faranno un sacco di ‘esperimenti naturali’ con l’intelligenza collettiva – con o senza di noi». La novità sta quindi nel tentativo del Mit di applicare questo modello alla scienza, coagulando forze intellettuali e risorse economiche invidiabili attorno a un progetto che avrà il difficile compito di sviluppare teorie che possano «aiutare a comprendere le nuove forme di organizzazione che prima non sarebbero state possibili ma che domani potrebbero diventare molto più efficienti, flessibili e innovative delle forme di organizzazione tradizionali». Per i ricercatori, strettamente legati alla paternità del loro lavoro, certificata dalla firma sotto un articolo scientifico, potrebbe trattarsi di un’importante cambiamento: a chi attribuire il merito di una ricerca sviluppata in forma aperta da centinaia di persone sparse per il mondo e per la rete? Il mutamento di nome serve anche a coinvolgerli: per Malone «intelligenza collettiva è una forma molto più eccitante per descrivere quello che vogliamo fare. Questo nome enfatizza le eccitanti possibilità che abbiamo davanti e ha catturato l’entusiasmo di molte persone del Mit con le quali non avevamo mai lavorato prima».
Del resto il Mit ha un approccio molto aperto rispetto alla circolazione del sapere. L’esempio più noto è il programma OpenCourseWare (http://ocw.mit.edu)che consiste nella messa in rete dei suoi ricchi materiali didattici. I corsi sono disponibili gratuitamente, per permettere anche a chi non può pagare le altissime rette di studiare dispense e lezioni. L’obiettivo è di arrivare a rendere disponibile il materiale di 1800 corsi entro il 2008. È un metodo seguito anche da altre università: pochi giorni fa la Uc Berkeley ha siglato un accordo con Google per mettere a disposizione di tutti, gratuitamente, le registrazioni video delle lezioni (http://video.google.com/ucberkeley). Per ora sono disponibili soltanto 250 ore di lezioni e seminari che vanno dalla biologia sintetica al giornalismo, all’anatomia umana, ma il potenziale di Berkeley, uno degli atenei più grandi e influenti del mondo, è immenso. Naturalmente i video delle lezioni potranno essere condivisi liberamente e passati da un blog all’altro, da un link al successivo. «Un perfetto esempio di come la tecnologia possa espandere il concetto di università veramente pubblica», ha dichiarato Dan Mogulof, project manager del progetto di «coursecasting».

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Posted by franco carlini su 22 giugno, 2006

 

di Franco Carlini. il manifesto 22 giugno 2006, pag. 1

Se c’è una cosa malfatta sono gli esami di maturità.Ma quanto malfatta? La soluzione proposta dal ministro è di tornare ai commissari esterni, eliminando la farsa delle commissioni interne, troppo poco selettive. Sul Corriere della Sera, si associa e Barbiellini Amedei. Ma spesso il senso comune, ricordava Alessando Manzoni, si sovrappone al buon senso: «Il buon senso c’era;ma se ne stava nascosto per paura del senso comune». Sembrano infatti cose dette da chi non si ricorda più le maturità di una volta e certo non conosce la scuola d’oggi. Un tempo gli infausti commissari erano professori in semi-vacanza, spesso cinici, per lo più disinteressati alla vita degli allievi. Alcuni anche un po’ sadici, diciamola tutta. E l’esame era lotteria dipendendo eccessivamente dalla casualità delle domande e dalle capacità recitative del candidato. La scuola dell’autonomia invece può vedere tutto il percorso di quella giovane persona e rimetterla alla provama nel contesto. Si tratta di farlo seriamente, e di sottoponendo semmai a ben altri controlli le scuole private. L’altro luogo comune nefasto è quello del copia copia sfrenato favorito delle tecnologie digitali, dai telefoni cellulari alla rete internet. Vero sport nazionale per le banalità giornalistico-televisive. Nell’era delle reti di conoscenze, la vera maturità di un giovane non sta ovviamente nel ricordare testi o formule amemoria,ma nel saperle usare. Conosciamo insegnanti di valore che programmaticamente lasciano che durante i saggi gli alunni/e usino liberamente non solo i dizionari, ma anche manuali e libri di testo, senza dover ricorrere a bigliettini (difficili da estratte dai calzoni a vita bassissima) o Sms clandestini. Ovviamente la cosa funziona se il compito in classe non è uno di quegli stupidi quiz a risposta multipla che vennero introdotti seguendo la suggestione anglosassone che in quelmodo si otteneva una misura scientifica del sapere incorporato in quelle giovani creature. Dunque il «compito in classe», sia esso di fisica come di inglese, non deve avere nulla di già noto, ma richiedere l’applicazione delle conoscenze acquisite a un problema, un tema appunto. Funziona? Certamente, se i docenti si impegnano con creatività e semagari sono loro a insegnare agli allievi quante cose ci siano in rete e come trovarle, leggerle, studiarle, sintetizzarle, per poi riesprimerle in un nuovo testo.

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