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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘giornalismo’ Category

Diventare giornalisti 2.0

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

Come cambiano ruolo e mestiere dei professionisti dell’informazione ai tempi del web

 

Come, per gestire anche un singolo argomento, ci si debba trasformare in un micro-caporedattore. Le scelte sui modi della messa in pagina o sull’on line della notizia, il modo di darla e commentarla

Franco Carlini

Ancora giornalisti dunque, sulla carta come sul web. Il ruolo dell’intermediario delle notizie resta, per quanto di questi tempi non particolarmente apprezzato, ma conserverà il suo ruolo (e anche il suo potere) solo se saprà cambiare. Ma come? C’è intanto un problema di organizzazione del lavoro e di flusso delle notizie. Finora tutte le testate di carta che hanno realizzato una loro robusta presenza in rete lo hanno fatto creando una redazione specializzata; vale per corriere.it, repubblica.it, lastampa.it come per il New York Times e tanti altri stranieri. E’ una soluzione che un po’ funziona, ma che evidentemente non può reggere a regime. E’ stata scelta per molti motivi: perché l’online appariva solo un’appendice non profittevole della carta, perché ci sono vincoli contrattuali, perché i «vecchi» giornalisti resistevano per cultura e abitudine a un flusso di lavoro diverso (loro sono quelli della parola scritta e basta). Oltre a tutto le testate quotidiane, a differenza dei periodici, continuano a vivere sotto l’incubo della cannibalizzazione: se si «pubblica» in rete, già a mezzogiorno, un servizio importante, si corre il rischio che i concorrenti facciano subito altrettanto e che i lettori non sentano più un particolare bisogno di andare in edicola il giorno successivo.
Non per caso i siti web di informazione migliori sono tuttora quelli associati a testate televisive, tra tutti la Bbc e la Cnn: il flusso continuo è nella loro cultura e incardinato nei modelli organizzativi. Non è scandito dalla chiusura in tipografia, ma dal susseguirsi degli eventi, 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Da quando poi i siti ospitano audio e video, quelli delle news radio-televisive si sentono ancora di più a casa, senza traumi.
Proviamo allora a immaginare per i quotidiani di carta un modello diverso: le notizie si pubblicano in rete appena le cose avvengono e non solo un breve flash, ma anche il commento e il contesto. La redazione è unica e, a seconda dei momenti e delle esigenze, riversa i contenuti sul web, sulla radio in forma di podcast, sulla internet Tv, sulla carta del giorno dopo e magari anche su un magazine. In parte sta già avvenendo, nel senso che tutti i siti più importanti offrono anche dei contenuti multimediali, per ora accessori, ma a regime sempre più importanti. Certamente non si può pretendere che il singolo redattore sia anche un bravo speaker radiofonico e che sappia stare in video come si deve; perciò serviranno più figure anche specialistiche, ma quello che conta è che la notizia-seme, quella originale, deve essere gestita giornalisticamente fin dal primo momento pensando alla sua discesa in formati e supporti diversi. Se Valentino Rossi vince perde, in rete come in tv non deve andare solo la classifica della gara, ma anche il suo contesto e il commento esperto; se un sito non lo fa altri lo faranno, e dunque è obbligatorio.
Il redattore titolare di quel multi-articolo dovrà dunque conoscere le caratteristiche dei diversi media e dei diversi pubblici, poi ricorrendo per aiuto alle competenze che non ha. In maniera estesa è la differenza che corre tra lo scrivere la stessa «cosa» per il quotidiano e per un settimanale: l’informazione è la stessa, ma lo stile, il tono, il sapore, possono essere molto diversi. A maggior ragione se i media sono plurimi. In questo caso il giornalista cui il pezzo è affidato è un micro-caporedattore di quell’argomento, in quel giorno e in quel momento. La sua prestazione non consiste più nella semplice scrittura (che poi semplice non è), ma nel progettare insieme contenuti e forma.
Questa professionalità oggi non esiste in maniera diffusa, anche se, rispetto ad alcuni anni fa, e anche in rapporto all’ingresso di redattori giovani, è comunque cresciuta. Non corrisponde nemmeno ai profili professionali oggi codificati nei contratti della carta stampata e questo è anche il retroterra del mancato rinnovo del contratto dei giornalisti. Solo che qui le posizioni divergono. Gli editori chiedono mobilità e flessibilità, ma se davvero volessero nuovi giornalisti e nuovi giornali dovrebbero offrire due cose almeno: formazione e adeguate risorse, ovvero numero di persone e salari adeguati al di più che oggi serve. Viceversa i giornalisti e i comitati di redazione più consapevoli dovrebbero forse essere loro a chiedere quel di più, pretendendo dagli editori progetti editoriali all’altezza, con associati stipendi e profili. Mentre crollano i costi fissi di produzione, almeno nell’online, è per gli editori inevitabile rassegnarsi al fatto che la qualità dell’informazione e della conoscenza costa, come ogni merce rara sul mercato.

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Giornali senza giornalisti

Posted by franco carlini su 26 aprile, 2007

editoriale

 

Franco Carlini

Dunque anche MySpace, il grande portale «sociale», ha cominciato offre un servizio di notizie automatiche, come Google News. L’espediente tecnico è abbastanza semplice: il software pesca nella rete le ultime notizie, tra molte fonti giornalistiche, le classifica per categoria e le ripropone pari pari sul sito, con il debito link. Il vantaggio è di aggregare in un unico luogo migliaia di notizie, senza utilizzare nemmeno un giornalista, dato che fa tutto il computer. Il valore giornalistico non c’è, ma semmai resta a monte, nelle testate di partenza. In questo caso la rete viene usata solo come una condotta trasmissiva con cui accorpare e insieme diffondere materiali nati prevalentemente per la carta. Efficiente, ma senz’anima, perché discende dallo stile della testata, fatta di scelte editoriali e di tradizione. Roberto Briglia, direttore dei periodici Mondadori, nei giorni scorsi, lo ha detto con chiarezza ai suoi giornalisti: «più che i contenuti conta il brand». Vale per Grazia come per il manifesto.
Tuttavia il modello di Google News senza dubbio dovrebbe piacere alla parte più sciocca degli editori italiani: nessun giornalista, solo software; nessuna assenza per malattia, per maternità, per ferie. Soprattutto nessuno sciopero. Lunedì scorso, convocati dal ministro del lavoro Damiano, gli editori italici hanno negato persino la possibilità di stendere un calendario di incontri con giornalisti, dopo un’assenza di contratto che dura da 787 giorni. La speranza era che dopo lo sciopero durissimo della Repubblica, conclusosi con l’avvio di rapporti editore-sindacato più decenti, anche l’ineffabile ambasciatore che porta pena, Boris Biancheri, presidente della Fieg, aprisse qualche spiraglio. Così non è stato.
Parliamo di testate che quotidianamente inneggiano al libero mercato: tutte scatenate nel chiedere al governo di tenere le mani lontane da Telecom, dalle autostrade, di andarsene pure dalle ferrovie, possibilmente di privatizzare la Rai. Se il sottosegretario con delega per l’editoria, Ricardo Franco Levi, volesse prenderli sul serio dovrebbe varare una riforma dell’editoria dove agli editori privati non vada alcun aiuto di stato. Il nostro consiglio è che lo faccia.

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La pancia di Beppe Grillo

Posted by franco carlini su 19 aprile, 2007

 

Sono più di duemila i commenti a un testo scritto da Beppe Grillo sul suo blog, un record assoluto, anche per un sito tra i più popolari al mondo. Non si riferiscono alla vicenda Telecom Italia, dove egli ha svolto il ruolo del piccolo azionista arrabbiato, ma al commento immesso subito dopo gli scontri di via Sarpi, comunità cinese di Milano. Uno scritto pesantissimo, all’insegna del «chi arriva, deve volersi integrare, imparare la nostra lingua, sventolare la nostra bandiera. O andarsene». Dal ghetto di Sant’Ilario, collina residenziale di Genova, dove di cinesi e marocchini non se ne vedono, l’attore se la prende con i ghetti e con chi si autoghettizza e riceve commenti entusiastici dalla grande maggioranza dei suoi lettori. Diversamente da come fa di solito, qui non si informa e non informa, ma semplicemente dà fuori di pancia. Molto più istruttivo, il servizio televisivo realizzato da Vittorio Romano e Andrea Sceresini, della scuola di giornalismo della Cattolica, e pubblicato sul sito del Corriere (http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/04_Aprile/13/testimonianza_chinatown.shtml). I due hanno inserito una telecamera in uno scatolone di cartone, lo hanno messo su uno dei famigerati carrellini a mano e hanno cominciato a scorazzare per la cosiddetta Chinatown in lungo e in largo, praticamente andandosi a cercare i vigili e passandogli su e giù davanti. Non hanno ricevuto multa alcuna e nemmeno una piccola bonaria ammonizione. Hanno così verificato quanto la comunità dei commercianti denunciava da tempo: un trattamento differenziato, che è assolutamente l’opposto di quanto il sindaco Letizia Brichetto Moratti ipocritamente sostiene.

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Giornalisti, usate davvero la rete

Posted by franco carlini su 19 aprile, 2007

 

Come la trasformazione causa Internet di un vecchio mestiere investe e coinvolge almeno tre voci: giornali, giornalismo e giornalisti

Sarah Tobias

Quanto discutere di giornali, specialmente quotidiani, e della trasformazione del mestiere più antico del mondo, che è quello del narrare e raccontare. In realtà il campo linguistico dell’intera questione è un po’ più vasto, e comprende almeno tre parole: giornalismo, giornali, e giornalisti. Tutte e tre sono investite dalla trasformazione, ma in maniera diversa. Per i quotidiani classici, di carta e a pagamento, c’è il rischio di estinzione, o di una marginalizzazione crescente; per il giornalismo c’è un problema di una ripresa di ruolo civico; e per i giornalisti? Di loro oggi ci occupiamo e il problema subito si spezza in due: a) anche chi lavora sulla carta, nei media tradizionali, è comunque costretto a cambiare a causa della presenza dei media digitali. b) quale fusione di competenze, vecchie e nuove, sono necessarie per il futuro, specialmente nell’online?
Tanto per non fare i pessimisti a oltranza, partiamo dalle cose positive: anche l’ultimo redattore di un giornale locale ha quasi sempre internet sul suo computer. Molti, e non solo i più giovani, la usano, specialmente per gestire i contatti, via posta elettronica, e per navigare un po’, alla ricerca di documentazione utile per quello di cui si scriverà sulla carta. Basti pensare alla banca dati economica associata al Wall Street Journal, patrimonio preziosissimo per tutti, a prezzi assai contenuti. Ma gli esempi sono infiniti: l’internet è dunque un formidabile strumento per lavorare meglio e con risparmio di fatica. Tanta abbondanza di informazioni, strutturate e affidabili, crea semmai degli imbarazzi, nel senso che richiede più capacità di scelta e di sintesi. Chiunque sia di buona penna e di media competenza può scrivere in un’ora le classiche 60 righe a partire da un po’ di lanci di agenzia; ma anche i più bravi si troveranno in difficoltà quando i materiali di base sono molti di più e assai ricchi. Per usare l’internet come fonte servono dunque un po’ di capacità di ricerca intelligente e una qualche competenza dell’argomento: difficile scrivere di genetica se non si ha alcuna idea di cosa siano il Dna e i cromosomi. Dunque un relativo specialismo continua a essere importante.
Succede allora che il famigerato lavoro di desk, dei redattori che non escono dall’ufficio e che «passano» solo le agenzie, riacquista valore e importanza, perché grazie alla rete, si possono intrecciare contatti e informazioni, anche senza essere «inviati» sul posto. La più recente corrispondenza sull’Iraq di Giuliana Sgrena è un ottimo esempio: senza poter più essere là, la giornalista ha intrecciato le informazioni fresche e attendibili raccolte con le sue telefonate, le e-mail scambiate e la lettura competente di siti e blog lontani, scritti da persone sul posto («Baghdad, quattro anni di agonia», 8 aprile).
Sapendo cercare, poi, si farà anche del giornalismo d’inchiesta grazie alla rete, perché la quantità di informazioni ricavabili è stupefacente. Spesso sono documenti ufficiali, di imprese o istituzioni, che anche prima dell’internet erano ufficialmente accessibili, ma in luoghi remoti e sulla carta: che i documenti inviati alla Sec, commissione di controllo sulla borsa Usa, siano leggibili da ogni parte del mondo cambia sostanzialmente il modo di lavorare.
C’è poi un’altra conseguenza, per i giornalisti di carta, sempre dovuta alla presenza dell’internet: oggi, potenzialmente, i lettori possono avere accesso alle stesse informazioni di base, relative a ogni argomento. Il che significa che chi fino a ieri leggeva un pezzo interessante del Los Angeles Times e lo ricucinava in italiano, oggi rischia quantomeno di fare una figuraccia.
L’autore di queste righe in proposito coltiva un hobby perverso: quando su un giornale italiano vede un articolo che suona ispirato, se non copiato da altre testate, parte alla caccia della fonte originale. Quasi sempre è assai facile: si prende il nome citato nel pezzo, e lo si immette nella maschera di Google News (la parte di quel motore di ricerca che scheda soprattutto le fonti giornalistiche) ed ecco, quasi per miracolo istantaneo, emergere le virgolette originali, quelle che il giornalista nostrano ha usato come se le avesse raccolte lui a Minneapolis.
Il gioco è innocente, ma incita alla modestia: questo mestiere, a ben vedere, consiste nel leggere per conto terzi. Dunque è lecito e anzi opportuno riferire di cose interessanti pubblicate su altre testate; è un ottimo servizio. Ma perché non dare la fonte originale? Non ci si deve vergognare di citare, ma al contrario si deve offrire la possibilità al lettore di saperne di più. Lui ce ne sarà grato.
Insomma, la presenza dell’internet trascina con sé, anche nel giornalismo tradizionale, una nuova deontologia, quella della citazione, o del link. Rinuncia a un po’ di potere sulla fonte, ma, così facendo, aggiunge valore alla propria prestazione. Lo spirito è quello delle regole dei Creative Commons: non c’è copyright, ma c’è obbligo di fedele citazione dell’autore originale. In sintesi: anche nei giornali di carta, che rimangono e rimarranno, l’esistenza parallela dell’informazione di rete, cui i lettori hanno accesso, costringe – e insieme permette – di lavorare meglio. Non c’è, e non ci sarà, la scomparsa dei ruoli di intermediazione, ma questi vengono semmai esaltati e resi più importanti, purché i giornalisti, come singoli e come categoria, si dimostrino all’altezza.
In realtà molti giornalisti lo stanno facendo in almeno due modi. Uno è quello di un uso intelligente degli archivi elettronici, che sostituiscono i ritagli di carta. Per esempio diversi commentatori politici italiani lavorano da tempo con intelligenza con le citazioni del passato – Antonio Stella del Corriere della Sera, per dirne uno. E poiché i politici italiani, nel corso degli anni, hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto, è facilissimo rinfacciare a Berlusconi come a Fassino la contraddizione tra il parlare strumentale di oggi e di ieri. E’ un’azione meritoria di memoria e coerenza, che ieri richiedeva affannose e incomplete ricerche nell’archivio di carta, tra i ritagli, e che oggi si fa al volo. Per riuscirci occorre solo imparare il «keywordese», ossia saper scegliere le parole chiave giuste per trovare, nel grande magazzino dei bit, le informazioni che servono. E poi scegliere con intelligenza, per la quale non esistono corso, ma solo applicazione cognitiva continua.
Un’altra pratica che ormai molti redattori usanho e che rientra sempre nella categoria dell’internet come fonte è quella di non andare in cerca delle notizie e informazioni consolidate e strutturate, ma piuttosto delle idee e dei fenomeni emergenti. Per dirla semplicemente: se il primo è il campo delle enciclopedie e dei repertori ufficiali, il secondo è il terreno di esplorazione dei siti delle culture e dei movimenti, dei blog e dei social networks.
E’ una ricerca che rasenta l’antropologia e la sociologia l’andare in un servizio di blog, scegliere dei nomi o dei profili di persone a caso, e leggere cosa lì si discute e racconta. Moltiplicato per migliaia di volte, è l’analogo dell’esercizio istruttivo di sedersi in un bar di periferia o in un treno di pendolari prestando attenzione ai volti e alle parole delle persone. Non è un atteggiamento da guardoni, ma un terreno su cui si possono fare centomila tesi di laurea o anche, più semplicemente, un modo per essere nel mondo reale, grazie alle tecnologie virtuali, e magari ispirarsi a quelle chiacchiere in libertà per un’inchiesta vera sui consumi o su qualsivoglia tendenza emergente.
Per una fase questa attività di esplorazione si è tradotta, da parte dei giornalisti, in articoli del tipo «sul web ci sono anche dei siti che …» (vendono bare personalizzate, suggeriscono come risparmiare l’acqua, discutono della migliore ricetta della fonduta). Ormai quel gioco non funziona più, perché sul web c’è tutto. La strada interessante è destreggiarsi nel grande caos comunicativo per estrarre dal rumore di fondo dei piccoli segnali che indicano che sentimenti, idee, modi di pensare che vanno cambiando. Serve tempo, pazienza, curiosità. Magari si consumeranno più polpastrelli che suole delle scarpe, ma la dedizione civile è la stessa dei vecchi giornalisti.
sar.tobias@gmail.com

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Per ultima arriva la Fieg

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

 

Troppo occupata negli ultimi due anni a non rinnovare il contratto con i giornalisti, venerdì scorso anche la Federazione italiana editori italiani, ha affrontato pubblicamente il digitale, quasi due anni dopo il rivoluzionario discorso di Rupert Murdoch. «Lo scenario futuro dei media. La stampa tra crisi e cambiamento» era il titolo del convegno: «Nell’editoria della carta stampata – di cui tutti i relatori hanno riaffermato la persistente validità – si profilano strategie di mercato più aggressive (..) anche attraverso l’utilizzazione delle nuove tecnologie (..) operazioni complesse il cui successo presuppone flessibilità e mobilità nella struttura delle redazioni e non gli steccati frapposti da tradizioni e regolamentazioni del tutto anacronistiche rispetto ai tempi attuali». La polemica con i giornalisti non poteva essere più chiara, accompagnata dal volontario sgarbo di invitare il sindacato a presenziare, ma non a dire la sua. Alla maleducazione del presidente della Fieg Boris Biancheri ha cercato di porre rimedio, a posteriori, Luca Cordero di Montezemolo, dicendosi dispiaciuto perché «perché le sfide vanno affrontate insieme». Insieme sarebbe la parola giusta, ma è diversa da «io parlo, tu ascolti e ti adegui». Al di là della strumentale posizione degli editori, c’è una contraddizione vistosa nelle loro posizioni. Sono consapevoli (finalmente) che il futuro è digitale; affermano (giustamente) che per farlo ci vuole più flessibilità e ruoli meno rigidi, ma trascurano, o volutamente nascondono, il fatto che per fare giornali e siti di alta qualità, quale un pubblico esigente oggi chiede, servono risorse e investimenti seri.

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Travaglio non studia

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007

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Travaglio non studia
Il giornalista Marco Travaglio è giustamente famoso non tanto per la faccia poco sorridente (glie ne hanno fatte passare di tutti i colori), ma soprattutto per lo scrupolo con cui, prima di scrivere una riga, si documenta sui fatti penali e non solo su quelli. Non per caso il suo ultimo libro si intitola La scomparsa dei fatti. Ma andrà onestamente riconosciuto che alle prova orale risulta molto meno attento. Così, a seguito della recente decisione del Garante della Privacy (Provvedimento del 15 marzo 200. Diffusione dati personali concernenti attività di indagine in corso presso gli uffici giudiziari di Potenza) ha voluto polemicamente commentare (sulla televisione La7, domenica 18 marzo) che in questo modo si tutela la privacy dei politici e invece non si interviene a difesa di quella dei normali cittadini. Un giudizio ceffato di brutto: non solo il sito del Garante (www.garanteprivacy.it) , ma anche i voluminosi provvedimenti di questi anni, nonché il libro di Mauro Paissan che fa parte della suddetta Autorità («Privacy e Giornalismo», ottenibile gratuitamente dagli uffici), elencano i numerosissimi interventi a difesa di singole indifese persone, spesso deboli. E quanto ai politici, vale semmai il principio contrario, come non si stanca di ripetere l’ex garante Stefano Rodotà: «Per le figure pubbliche non c’è dubbio che l’asticella è più bassa: nel senso, come si dice negli Usa, che queste persone hanno una più ridotta aspettativa di privacy. E questo succede perché i politici si sottopongono al giudizio dei cittadini» (Il Corriere della Sera, domenica 18 marzo). Basterebbe informarsi, e non costa troppa fatica.

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Distratte disinformazioni

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007

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Distratte disinformazioni
Anche il quotidiano La Stampa di Torino, per la penna del suo commentatore Riccardo Barenghi (già direttore del manifesto), inciampa nella clamorosa disinformazione sulle attività del garante. Ecco la prosa: «Pizzetti ha fatto finta di niente, lui che doveva garantire la privacy non si curava della privacy di tanta gente. Molti di loro, come Sircana, non colpevoli di nulla (se non di farsi gli affari loro, ovviamente sessuali, che sennò non c’è notizia). Ma vittime, come Sircana, di un tentativo di estorsione. Niente, il Garante non c’era e se c’era dormiva». Vale per il direttore Giulio Anselmi, l’invito a farsi un giro per il sito del garante, prima di aprire campagne disinformate, lui, che avendo diretto l’Ansa, ha sempre praticato il metodo che le notizie si verificano, magari persino con gli interessati.
Pregevole invece, e tempestivo, l’editoriale del Corriere della Sera, a firma Pierluigi Battista che ha definito «Fangopoli» le recenti storie italiane.
Peccato soltanto che lo stesso quotidiano, nello stesso giorno, abbia tranquillamente proseguito con i verbali di interrogatorio delle veline, evidentemente destinatarie di minor rispetto.
Nelle reazioni dei giornalisti ci sarebbe un sano orgoglio per il loro ruolo di osservatori critici dei poteri, che non guardano in faccia a nessuno. Fosse vero, che contentezza. Ma come dimenticare il breve messaggio di testo spedito da Anna Falchi al marito Ricucci, prontamente mandato in stampa (nell’occasione da Repubblica)? Era totalmente fuori tema, ininfluente, privo di qualunque valore informativo rispetto all’inchiesta. Privati sentimenti che tali dovrebbero restare. Il guaio è che troppo giornalismo italiano, anche di quello con i galloni, non solo pratica, ma teorizza, tali cronache. La scusa che i caporedattori si danno è che se non lo pubblichiamo noi, lo faranno gli altri.

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Giornalisti che cadono nella rete

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007


Wikipedia incontra Woodward? Prove di giornalismo in Internet, cittadini-reporter ormai sono al lavoro
Carola Frediani
La solitudine del giornalista di fronte al monitor è un’immagine destinata a scomparire. O a restare, come la macchina da scrivere, solo una posa nostalgica. E anche la redazione – luogo quasi inaccessibile al cittadino medio – diventerà più simile nel futuro al nodo centrale di una rete di giornalismo distribuito, aperto, open-source.
L’ultima metamorfosi dei citizen media mira al cuore della produzione di notizie, distruggendo una barriera che nei precedenti esperimenti di giornalismo dal basso era rimasta perlopiù intatta: quella tra professionisti e amatori. E’ l’esperimento di New Assignment, che vuole trasformare i lettori in una schiera organizzata di fonti, reporter, informatori, intervistatori, senza però perdere la professionalità dei media vecchio stampo. Dopo una lunga fase di presentazione e di raccolta fondi, questo progetto – capitanato da Jay Rosen, un guru del citizen journalism – è diventato infatti operativo, con il suo primo incarico, «Assignment Zero», e il suo primo oggetto di indagine: il crowdsourcing.
Ma come si è arrivati fino a qui? NewAssignment.net è stato fondato da Rosen nel luglio 2006 con lo scopo di rinnovare il giornalismo, e soprattutto le sue sperimentazione collaborative, aperte al contributo dei cittadini. «Possono ampi gruppi di persone, situate in luoghi diversi, lavorare insieme e volontariamente attraverso internet, riferire su qualcosa che sta accadendo in quel momento nel mondo, e, dividendo il lavoro razionalmente, raccontare la storia in modo più completo, mantenendo alti standard in verità accuratezza e libertà d’espressione?», scrisse Rosen in un articolo-manifesto, e se alla fine della frase vi manca il respiro potete capire, anche sintatticamente, la complessità di un simile esperimento.
La scommessa di New Assignment è che ciò sia possibile,anche attraverso l’ibridazione di due diversi modelli: i lettori diventano reporter, e i giornalisti fanno i capiredattori. «Disciplina editoriale all’interno di un clima di apertura radicale» è la formula. O, per dirla come uno degli utenti del sito: «E’ Wikipedia che incontra Woodward e Bernstein (i due giornalisti del Watergate, ndr)». Per puntellare simili ambizioni è stato pianificato un sistema editoriale di ferro: un editor, che dovrà coordinare la squadra e la comunità, stabilire il calendario dei lavori, tenere insieme le fila del progetto; un direttore della partecipazione, che gestirà il rapporto con i volontari, con il pubblico-autore; e altre figure professionali tra cui un giornalista incaricato di verificare le fonti.
Ma soprattutto ci saranno gli utenti, i lettori, l’intelligenza collettiva (wisdom of crowds) che tanta parte hanno svolto nell’internet di questi ultimi anni. Una forza che sta tracimando oltre i confini virtuali della rete, apprestandosi a diventare un modello di business anche per molte aziende fatte di mattoni più che di bit.
Non è quindi un caso che il primo oggetto d’indagine di New Assignment sia, in una sorta di tautologia, utilizzare la sapienza delle masse per analizzare la sapienza delle masse, appunto, il crowdsourcing. Il fenomeno in questione – quel modello di lavoro in base al quale un dato compito, un tempo svolto internamente da un’azienda, viene distribuito esternamente via internet a un ampio gruppo di persone – permette di verificare le potenzialità del progetto. A cominciare dalle sinergie con Wired, la rivista di riferimento del popolo internet che per prima, attraverso il giornalista Jeff Howe, coniò quel termine, modellandolo sul meno allegro outsourcing. Non solo il magazine contribuisce finanziariamente al progetto, pagando la figura dell’editor, ma sarà lo stesso Howe, alla fine di questo primo incarico, a scrivere un nuovo articolo sul crowdsourcing basandosi su quanto emerso nell’indagine collettiva. E’ l’abbraccio, o se volete il corto circuito, tra il vecchio e il nuovo giornalismo.
«Partiamo con qualcosa di familiare – spiega ancora Rosen dalle pagine di Wired – con una storia legata alla nascita di NewAssignment.net. (…) lo sviluppo e la diffusione del crowdsourcing». Ma una volta collaudato, lo stesso meccanismo potrà applicarsi a inchieste sull’ambiente, la scuola, la povertà, la guerra.
Sbaglierebbe comunque chi consideri il crowdsourcing una tematica di nicchia: declinata in vario modo, con diverse terminologie (c’è chi recentemente, e ne abbiamo scritto anche qui, ha parlato di wikinomics, economia del modello wiki): le pratiche di intelligenza collettiva sono certamente nate negli ambienti di sviluppo aperto, nelle reti collaborative di programmatori che hanno prodotto Linux, Firefox e via dicendo, ma sono oggi applicate efficacemente anche da multinazionali come la Procter&Gamble. Si tratta, secondo alcuni, di una rivoluzione economica che cambierà i modelli di business, di lavoro e di organizzazione della conoscenza. Assignment Zero intende sviscerarne tutti gli aspetti, a cominciare anche dalla domanda centrale: perché tutte queste persone sono disponibili a lavorare spesso gratuitamente? Domanda che si potrebbe rivolgere anche agli stessi utenti del progetto, ai lettori-reporter, che inizialmente daranno il loro contributo senza ricevere compensi.
Per ora è possibile visitare la redazione virtuale del progetto a questo indirizzo (http://zero.newassignment.net), dove sono raccolti i tanti filoni di un tema immenso, come tessere di un puzzle. Uno di questi incarichi sarà, ad esempio, intervistare un super-contributor di Wikipedia, stilandone un profilo.«Chi sono queste persone? Che lavoro fanno?», si chiede la traccia introduttiva. Se qualcuno si sente in grado di condurre una simile intervista può farsi avanti, spiegando le ragioni per le quali sarebbe un buon candidato. Tutto avviene alla luce del sole, anche se la regia è (deve essere) solida. Un simbolo a fianco degli assignments, i compiti, spiega se questi vanno svolti individualmente (ad esempio, un’intervista) o in gruppo (come una raccolta di informazioni su un argomento). Birra open source, è un altro dei tasselli del mosaico. «Chi se ne occupa? Quali produttori aprono le proprie ricette affinché siano liberamente modificabili e migliorabili dagli altri?». Navigare nella «redazione» (newsroom) di New Assignment è già una lezione di giornalismo.

freddy@totem.to

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Cercasi idee quasi gratis

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Progetto «Red Stripe», ovvero banda rossa. E’ l’iniziativa del gruppo Economist, cui fa capo il famoso settimanale inglese e suona così: «La nostra missione è di sviluppare un servizio online veramente innovativo. Abbiamo già qualche idea, ma, sostenitori del libero mercato, aborriamo l’idea di un sistema chiuso. Per questo vi chiediamo di sottoporci le vostre proposte». La data di scadenza è il 25 marzo e gli sviluppi si potranno seguire su un apposito blog. Il tutto gestito da un piccolo staff di sei persone (www.projectredstripe.com/blog/). Il gruppo inglese, molto attento agli sviluppi dell’innovazione e di quella tecnologica in particolare, sembra dunque aver fatto sua l’idea delle cooperazione di rete  tra molti soggetti sparpagliati. Non solo, dunque decentramento della produzione di beni verso aziende in appalto (outsourcing), ma anche verso le masse (crowdsourcing). Fa appello alle masse per avere idee migliori, il che rappresenta anche una forma raffinata di indagine di mercato, dato che le idee in arrivo dal basso, anche se non verranno realizzate, segnaleranno comunque una tendenza sociale da tenere d’occhio. Il punto debole, della proposta, sta nella fase finale: «Se useremo il vostro contributo, ve ne riconosceremo il merito nel sito e, come piccolo segno di ringraziamento, attiveremo un abbonamento gratuito di sei mesi». E’ la realizzazione pratica, e decisamente micragnosa, del dibattito tra Carr e Benkler, di cui si riferisce nella pagina a fianco: la voglia di collaborare, viene utilizzata dalle imprese per ottenere gratuitamente dalla rete, i beni più preziosi che di questi tempi sono le idee e la conoscenza.

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Piccoli quotidiani crescono

Posted by franco carlini su 15 febbraio, 2007

L’ultima copia di un giornale di carta, a quando? Una storia di emozioni e uno sguardo sul presente, per capire che (forse) siamo già a domani
Raffaele Mastrolonardo
2043, 2014 o 2012. L’ultima copia cartacea del New York Times sarà venduta in uno di questi anni, a sentire tre differenti ipotesi. La prima è proposta dallo studioso di editoria Philip Meyer. La seconda è il frutto di una ricerca della Columbia University. La terza, in realtà, non è una previsione, quanto la deduzione derivata da un’affermazione di Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, che la settimana scorsa ha fatto il giro del mondo: «Non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa». A seconda dei punti di vista, al caro vecchio quotidiano di carta resterebbe dunque un lasso di vita compreso tra i 5 e 35 anni. Bisogna iniziare a vestirsi a lutto, allora? Può darsi. Ma solo dopo avere considerato che la scomparsa di un oggetto così diffuso e da così tanto nelle abitudini degli individui è soprattutto una bella storia. Che parla dell’inesorabile avanzare del tempo condendolo con un pizzico di millenarismo ed evoca paura del cambiamento insieme a malinconici pensieri su un’epoca al tramonto. L’immagine dell’ultima copia del giornale più famoso del mondo e del progressivo addio alla cellulosa è, in questo senso, più che altro una metafora giornalistica news non professionali chiamata citizen journalism, alcuni media tradizionali sono passati dalla paura alla collaborazione. La scorsa settimana l’agenzia di stampa Associated Press ha stretto un accordo con il sito di giornalismo dal basso NowPublic.com che le consentirà di distribuire fotografie, video, e notizie realizzate da semplici amatori, i quali, a seconda del loro contributo, saranno ricompensati. Da parte sua, pochi giorni fa il New York Times ha annunciato che da marzo comincerà a pubblicare anche video prodotti dagli utenti. Cosa che, fra l’altro fa già l’italiana Repubblica. Nella stessa direzione di apertura verso i dilettanti si sono mossi anche Bbc e Reuters. Quest’ultima, i particolare, ha investito 7 milioni di dollari in BlogBurst, sito di distribuzione di contenuti presi dai blog. Reuters offrirà questi contenuti attraverso i propri canali, come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian.
Organizzazione. L’influenza crescente della Rete ha un effetto all’interno delle macchine dell’informazione. Molti quotidiani – Los Angeles Times, New York Times e Washington Post, tra gli altri – hanno avviato piani di integrazione progressiva della redazione online e di quella cartacea. Nel tentativo di adattare l’organizzazione a un flusso di produzione delle notizie che non è più quello del quotidiano tradizionale ma si svolge lungo l’arco delle 24 ore. Alcuni, inoltre, stanno rivedendo l’idea del primato della carta, pubblicando notizie e reportage esclusivi prima web prima che nell’edizione a stampa.
Cultura. L’universo Internet è più permeabile di quello cartaceo. La comunicazione paga, l’isolamento no. Ecco dunque che i grandi media, una volta online, sono costretti a uscire dalla propria tradizionale torre d’avorio e a comunicare con nuovi soggetti dell’ecosistema. Il sito del Corriere della sera, per esempio, ha timidamente cominciato a inserire all’interno del corpo dell’articolo link a fonti esterne. Una pratica naturale per chi utilizza il Web, ma non ancora così ovvia nelle propaggini online dei grandi quotidiani italiani (Repubblica.it, per esempio, non l’adotta).
Tecniche. In alcuni casi i meccanismi virtuali influiscono direttamente sulle tecniche giornalistiche. Si pensi all’arte del titolo che in Rete sacrifica ironia e giochi di parole all’esigenza di essere rintracciati dai motori di ricerca, che portano accessi al sito e dunque pubblicità. Google e compagnia, infatti, non apprezzano l’arguzia. Per trovare le notizie hanno bisogno di titoli lunghi, esplicativi e contenenti le parole chiave relative all’articolo. Insomma, «Il pastore tedesco», celebre titolo con cui questo giornale ha salutato l’elezione a Papa di Joseph Ratzinger, non sarebbe l’ideale online. Non obbedisce ai principi della Search engine optimization (Seo), tecnica sviluppate per migliorare il piazzamento nei risultati di una ricerca che sta guadagnando piede nelle redazioni. Per la quale il quotidiano inglese The Times e l’americano Boston Globe hanno già pagato ai propri redattori appositi corsi di formazione.
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