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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘innovazione’ Category

Disse il contatore alla centrale

Posted by franco carlini su 26 aprile, 2007

Banda sempre più larga e tecnologie wireless favoriscono il dialogo tra le macchine

 

M2M o machine-to-machine. Un peer-to-peer senza umani di mezzo, se non in veste di controllori e utilizzatori del flusso di dati. Praticamente infinita la lista delle applicazioni possibili, dalle più utili alle più futili

Patrizia Feletig

La caldaia si arresta: parte una segnalazione di allarme via Sms o Gprs all’assistenza tecnica. Dopo un’ora non si è presentato nessuno, ma il guasto è riparato. A distanza. Come se si trovasse sul posto, il tecnico si è collegato via web al pannello di controllo. Ha controllato lo stato della temperatura, la pressione, il livello, consultato lo storico di funzionamento, esaminato una riproduzione dello schema dell’impianto e rimosso l’anomalia. Poco dopo sul suo Pda compare una segnalazione da un altro impianto. Questa volta, dopo la telediagnosi, il tecnico istruisce la squadra che si recherà sul posto, con l’esatta determinazione del problema in corso e con il dettaglio dei ricambi necessari. Intanto, i dati del pronto intervento sono esportati verso il sistema informativo aziendale per la fatturazione automatica. La telegestione del riscaldamento che può portare fino a risparmi del 30% nei costi di manutenzione, è una delle tante nel settore M2M. L’acronimo sta per comunicazione Machine-to-Machine e indica l’infrastruttura hardware e software che permettere alle macchine di dialogare con altre macchine.
La diffusione progressiva delle tecnologie senza fili (Gsm,Gprs, Umts, WLan, Bluethooth), associata alla sempre maggiore disponibilità di banda e l’evoluzione al ribasso dei costi delle connessioni mobili, facilitano la lievitazione del mercato M2M aprendo a un numero esponenziale (e fantasioso) di applicazioni. Dai distributori automatici ai sistemi di lettura a distanza, dal trasporto e logistica al monitoraggio della salute, dalla sicurezza alla domotica. Come la famosa casa intelligente – di cui si favoleggia da anni – con lavatrici in grado di decidere il ciclo di lavaggio interpretando i tag elettronici degli indumenti. In attesa dell’avvento dell’«Internet delle Cose» la comunicazione tra gli oggetti cresce con tassi del 20-30% all’anno. Il carattere innovativo del M2M non deriva tanto dalle tecnologie, quanto dalla visione di far comunicare le macchine autonomamente via rete mobile, fra loro e/o con i centri di controllo.
I sensori installati su distributori automatici, contatori, bancomat, colonnine Sos autostradali, percepiscono l’ambiente circostante e reagiscono a eventuali cambiamenti. Il valore aggiunto sta nella trasformazione di questi dati grezzi rilevati in informazioni utili per le operazioni di misurazione, contabilizzo, controllo e manutenzione. Si accerta così il livello di riempimento di un distributore. Si vigila sulla conservazione dei prodotti durante la catena del freddo. Si conteggiano i chilometri percorsi da una vettura per attuare, ad esempio, polizze assicurative modulari basate sul principio Pay as you drive. Associando i moduli M2M con sistemi satellitare si localizza un container in viaggio, soprattutto se contiene merci preziose, tossiche o infiammabili. Si rilevano e controllano sull’arco della giornata i valori di pressione sanguigna di un paziente che non è necessario mantenere ricoverato in ospedale.
Nel rapporto presentato 2 anni fa dall’International Telecommunication Union, agenzia delle Nazioni unite, si stimava che nei prossimi anni il numero di utenti non-umani che genera e riceve traffico wireless sarà superiore di almeno 20 volte al numero di persone abbonate. In Europa, tra contatori di acqua, gas e elettricità, veicoli, centraline d’allarme e distributori automatici si contano oltre 600 milioni di potenziali connessioni M2M mobili. Negli Stati Uniti, alla fine del 2006, secondo gli analisti di Berg Insight, raggiungevano circa i 9 milioni.
L’Italia vanta numeri interessanti sia in termini di unità di moduli installati (oltre 600 mila nel 2005 secondo le anticipazioni del rapporto che verrà presentato a Milano al M2M Forum 2007 di fine mese) che di società operanti nel settore. La terza a livello europeo, Telit, è proprio un’azienda di origine italiana il cui capitale, dopo essere passato sotto il controllo di un fondo d’investimento inglese, ritorna in mani nazionali grazie all’operazione di management buy out messa a segno da Franco Bernabé e l’amministratore delegato della società Oozi Cats.
Non sono solo i capitali a muoversi, ma in controtendenza con il fenomeno di off shoring industriale, Telit riporta in Italia, a Vimercate, il 70 % della produzione dei moduli M2M – sviluppati nei suoi centri di ricerca di Trieste, Cagliari e Seoul. L’obiettivo è trasferire entro un anno anche il rimanente 30% dalla Corea.

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nuovi beduini

Posted by franco carlini su 29 marzo, 2007


Computer, caffé e stella rossa
Il bordo stilizzato di una tazza di caffé, sovrastato da una stella, il tutto su sfondo rosso acceso. La forma della tazza evoca quella di una falce e il nuovo simbolo non appaia blasfemo, perché anche quella coppa di caffé di alta qualità parla di lavoro, come la falce evocava i contadini. È il simbolo del Ritual Roaster Caffè, uno dei locali di San Francisco (chi poteva dubitarne), dove, seduti ai tavolini, sono all’opera i nuovi lavoratori e imprenditori di se stessi dell’economia digitale. Molti di loro preferiscono la classica catena di Starbucks, altri li si trova al Coffee to the People, ricco di poster di Luther King e di musica dei ’60 e ’70. Un viaggio antropologicamente interessantissimo attraverso questi luoghi dell’economia digitale è stato fatto da Dan Fost, reporter del San Francisco Chronicle. Dunque una volta ancora il mito della Bay Area di San Francisco, perenne culla delle idee nuove e dei comportamenti di frontiera? Perché no, ma con la differenza rispetto agli anni ’70 che i leggendari garage dell’innovazione creativa sono stati sostituiti dai caffé dotati di connessione all’internet senza fili, tipo Wi-Fi. Del resto non c’è più bisogno di assemblare chip e saldare componenti, perché i server su cui svolgere il proprio lavoro sono lontani e tutto quello che si deve creare è software e ancora software, nonché contenuti attraenti. Microimprenditoria nomade, insomma, i cui protagonisti si definiscono «beduini» come quelli del deserto e a cui è dedicato un apposito blog di buoni consigli, webworkerdaily.com. Gli strumenti da usare sono assai semplici: un laptop potente naturalmente con scheda Wi-Fi, dotato del software Skype per telefonare e un telefono cellulare. E nel frattempo tutta san Francisco viene coperta senza fili da Google.

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Cyber-Concrete e LiTraCon

Posted by franco carlini su 29 marzo, 2007

Cyber-Concrete e LiTraCon: il calcestruzzo del futuro
Il calcestruzzo è il risultato di un potente amalgama tra cemento, calce, sabbia, ghiaia ed acqua Hi-tech Come questa applicazione può cambiare il materiale destinato all’ossatura portante di un edificio

Marizen
Il calcestruzzo è il risultato di un potente amalgama tra cemento, calce, sabbia, ghiaia ed acqua utilizzato per la costruzione dell’ossatura portante di un edificio. Barre di acciaio vengono annegate nell’amalgama che, una volta indurito, conferisce al calcestruzzo una compattezza ed una resistenza tali da renderlo simile ad una roccia. Grazie all’applicazione dell’high-tech, pare che il calcestruzzo stia subendo una trasformazione che potrebbe preludere a una nuova era delle costruzioni e rivoluzionare il mercato mondiale dei materiali edili.
E’ di pochi giorni fa, infatti, la notizia che la company giapponese Sumitomo Osaka Cement e il laboratorio di ricerche informatiche Yrp-Ubiquitous Networking hanno ultimato lo sviluppo di un nuovo tipo di calcestruzzo che contiene nell’amalgama una etichetta elettronica – tag Rfid (Radio Frequency Identification) del tipo ucode – su cui sono registrati i dati necessari per conoscere in tempo reale e dalla voce di un lettore elettronico, la qualità del calcestruzzo, i componenti dell’amalgama, il grado di resistenza ai terremoti, chi lo ha prodotto e quando, oltre ad essere fornita di una memoria in grado di registrare tutti gli effetti che un eventuale sisma può provocare sulla costruzione. Ma le difficoltà nel creare un amalgama che permettesse il passaggio del segnale wireless, un rivestimento dei tag adeguato, una capacità di memoria degli ucode superiore alla norma e lettori sufficientemente potenti, non sono state poche, comunque superate. Almeno stando all’ultimo comunicato ufficiale congiunto delle due società giapponesi, che prevedono l’inizio della produzione su vasta scala del cyber-concrete per la prossima primavera.
Un calcestruzzo integrato ad una vera e propria etichetta elettronica con «informazioni che finora – ha precisato la Sumitomo Osaka Cement – venivano annotate a mano da un ingegnere e che adesso – continua la company giapponese -, registrate sul tag Rfid creato dall’Yrp, eviteranno errori di trascrizione e soprattutto frodi». Il riferimento è indubbiamente ad una serie di scandali che negli ultimi tempi hanno coinvolto alcune aziende costruttrici del paese del sol levante, dove 98 edifici, tra cui condomini e hotel dichiarati come anti-sismici, disponevano di una certificazione falsificata che in realtà nascondeva soluzioni strutturali di bassa qualità e quindi pericolose.
L’obiettivo dei ricercatori Yrp è quello di dotare di «memoria» le costruzioni civili così che, durante i controlli periodici, si possa risalire velocemente e senza ombra di dubbio alle caratteristiche dei materiali usati. Per il laboratorio di ricerche informatiche giapponese, tutti i dati archiviati nella capiente memoria elettronica, rappresentano un primo passo «per creare in futuro un vero sistema di tracciati sulla storia delle costruzioni e dare a tutti i cittadini la possibilità di verificare direttamente, persino con l’ausilio di un telefono cellulare, le informazioni sulla qualità delle loro case». Teoricamente il cyber-calcestruzzo potrebbe spingere l’ingegneria civile verso nuove frontiere della costruzione, per ora però le applicazioni più credibili sembrano riguardare la sicurezza e i controlli.
Ma il Cyber-Concrete non è l’unica novità nel campo della produzione di materiali edili high-tech. C’è anche il LiTraCon – Light Transmitting Concrete – (www.litracon.hu), risultato di una combinazione di fibre ottiche di vetro (dal 3 al 4%), e di calcestruzzo, che rende il materiale traslucido senza perdere le sue caratteristiche di resistenza. La luce – naturale o artificiale – riesce a penetrare i due lati del muro, indipendentemente dal suo spessore. Inventato da un giovane architetto ungherese, �?ron Losonczi, che lavora in un piccolo ma ultramoderno laboratorio a Csongràd, i primi blocchi o pannelli prefabbricati di calcestruzzo traslucido sono stati presentati durante l’ultima Fiera internazionale delle costruzioni, Batibouw 2007, che si è conclusa a Bruxelles lo scorso 4 marzo.
Nuove frontiere per la costruzione e l’architettura? Forse. Considerando i costi piuttosto elevati di questi materiali edili high-tech, bisognerà vedere quale sarà la risposta dei mercati mondiali del settore.

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Le basi di un «mondo digitale»

Posted by franco carlini su 14 dicembre, 2006


Il consorzio romano Gioventù Digitale, voluto dall’assessora Gramaglia al comune di Roma cinque anni fa, si è trasformato in fondazione e nel frattempo da «giovanile» si è fatto «mondo». Fondazione Mondo Digitale, appunto, con l’adesione di comune, provincia e regione, ma anche di diverse aziende tecnologiche, ultima tra queste la californiana Intel, quella dei microprocessori. Alla presidenza c’è sempre Tullio De Mauro, lo studioso attento alle trasformazioni dei linguaggi, di tutti i linguaggi. La direzione è di Mirta Michilli, da anni sulle frontiere dell’innovazione. Non che i ragazzi e le ragazze verranno d’ora in poi trascurati: il rapporto con le scuole resta al centro, anche visti gli entusiasmi e i successi raccolti negli anni scorsi. Ma i giovani sono affiancati dai meno giovani, e così prosegue ancora e si estende il progetto «Nonni su Internet». In questo caso il circuito si completa: aziende regalano i computer usati, studenti esperti li rimettono in sesto, e questi poi migrano (700 finora) verso centri per anziani o altre scuole, riciclando e riusando e, nel frattempo, dotandone molti di software Open Source. Gli stessi studenti saranno anche docenti per i meno giovani.
La solita lotta al Digital Divide? Sì, ma purché si intenda che il «fossato digitale» non riguarda solo le generazioni (ci sono studenti ignorantissimi che sanno giusto navigare un po’ per i siti delle squadre del cuore, e basta) e che non dipende solo dai costi delle attrezzature e delle connessioni: di fossati ce n’è molti e il più difficile da superare forse è quello culturale. L’idea di fondo, par di capire, è che queste tecnologie non sono specialistiche, né settoriali, e nemmeno solo «strumenti». Trasformano le parole e le immagini, modificano le relazioni tra le persone.
Dunque dominarle e farle proprie è fattore essenziale della politica di una metropoli. Se la regione Lazio vuole la banda larga per tutti, nuovo servizio universale, essa servirà davvero se ci passeranno bisogni e desideri, interazioni e magari persino quella partecipazione dal basso che la politica spesso trascura.

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Un governo del non governo

Posted by franco carlini su 19 ottobre, 2006

Le regole della rete al centro di una consultazione del ministero Riforme e innovazioni
Il dibattito è sempre più affollato, come la frequentazione della rete cui ormai accede più di un miliardo di persone. Un punto e un forum aperto

Raffaele Mastrolonardo

Quale governo per l’internet? Per anni la domanda è rimasta confinata in dibattiti per iniziati impegnati a disquisire di argomenti ostici alle orecchie dei più. Negli ultimi tempi, tuttavia, qualcosa è cambiato. Perché è la rete stessa ad essere mutata. A volerla fare semplice, si potrebbe dire che è una questione di volume. All’internet accede ormai più di un miliardo di persone e nei suoi tubi scorrono agglomerati di bit sempre più voluminosi e pregiati (basti pensare ai film di Hollywood). In poche parole, la grande autostrada informatica è appesantita da un crescente carico di informazioni e dalle pressioni per piegare la sua natura a interessi privati. Più popolata, dunque, più ricca, ma anche più insicura sotto un duplice punto di vista: quello delle truffe ai danni degli utenti e quello del ricorso a internet per l’organizzazione di attività illecite, mentre la censura di alcuni stati (Cina, Iran e Arabia Saudita in testa) raggiunge, talvolta con la complicità di grandi aziende occidentali, proporzioni allarmanti.  La conseguenza di questi fattori e di queste preoccupazioni è che i dibattiti di cui sopra sono più affollati e la domanda di regole stabilite attraverso processi trasparenti ha raggiunto le sedi istituzionali più alte. A Tunisi nel 2005, in occasione del World Summit on Information Society, è stato il Segretario generale delle Nazioni Unite a indire un Forum sulla Internet Governance da tenersi ad Atene alla fine di questo mese. E la scorsa settimana a Roma sono stati più di cento i convenuti alla Consultazione pubblica convocata dal Ministro per le riforme e le innovazioni nella Pa Luigi Nicolais per elaborare la proposta italiana in vista dell’evento ateniese. Un processo condiviso in cui i quattro documenti  messi a punto dal Comitato consultivo presieduto da Stefano Rodotà (non tutti di eguale spessore, per la verità) sono stati discussi da esperti e rappresentanti della società civile in un’assemblea aperta che potrebbe diventare in futuro un forum consultivo permanente sulle questioni della rete. Il testo finale integrerà i contributi di coloro che sono intervenuti al dibattito e di chi vorrà partecipare alla discussione online (http://listserv.iit.cnr.it/internetgovernance.html) lungo quattro assi principali.

Libertà di espressione. La felice anomalia della rete è nella sua natura natura decentrata, una caratteristica che permette a ogni utente di offrire al mondo il proprio contributo di creatività senza passare attraverso un centro. Difendere questa magnifica differenza significa tutelare della libertà di espressione digitale. No, dunque, – recita il testo – a posizioni di controllo che possano impedire a individui situati nella periferia virtuale di innovare,  come fece, per esempio, l’indiano Sabeer Bhatia padre di Hotmail, il primo servizio di posta elettronica via web. E sì, invece, a una Carta dei diritti degli utenti a cui il Forum di Atene dedicherà un workshop specifico e alla salvaguardia dei diritti dei milioni di individui che attraverso blog  e siti personali esprimono le proprie opinioni e hanno pochi strumenti di difesa dal potere. Ma sì anche anche a formati aperti, perché chiunque possa accedere all’informazione con il programma che preferisce, e al software libero dentro cui si possa liberamente guardare e mettere le mani.

Sicurezza. La natura decentrata della rete, che la rende il medium potenzialmente più democratico mai esistito, può rivelarsi invece un ostacolo sul fronte della sicurezza. La piaga delle e-mail indesiderate (spam) e la proliferazione di crimini informatici sono il prezzo che si paga all’assenza di un controllo centrale. La quadratura del cerchio, in cui libertà e repressione si sposano, va allora individuata, secondo la proposta  italiana, in più investimenti in ricerca, coordinamento internazionale, accordo tra utenti e fornitori di servizi su tecnologie aperte e condivise. Tutto questo per ottenere un triplice risultato: fiducia nelle transazioni commerciali, tranquillità di non essere spiati nelle attività sociali in rete, collaborazione tra enti internazionali.

Rispetto delle diversità. Crescita e diversità non sono necessariamente sinonimi. Maggiore penetrazione della rete a livello mondiale può anche voler dire omologazione. Per questa ragione, il documento insiste sul rispetto della diversità culturale e dell’eguale rappresentanza delle lingue e sul coinvolgimento dei rappresentanti delle diverse culture nella definizione di standard hardware e software.

Accesso per tutti. Da quale tipo di Internet può passare l’allargamento dell’utenza fino all’accesso universale? Da una rete “abbastanza buona” è la risposta. Da un network che garantisca un livello minimo di servizio per i Paesi del terzo mondo, attraverso attrezzature come portatili a 100 dollari e chioschi pubblici (e pubblicamente sovvenzionati), software libero e costi di accesso limitati dal ricorso a tecnologie di rete consolidate, o di nuova generazione ma semplificate.

raffaele@totem.to

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editoriale / Da Palmisano a Nicolais

Posted by franco carlini su 5 ottobre, 2006

di Franco Carlini

La settimana scorsa la Ibm ha preso una decisione impensabile pochi anni fa: renderà accessibili sull’internet le proprie proposte di registrazione di brevetti. Di solito le domande vengono depositate riservatamente e l’Ufficio brevetti le rende note solo dopo 18 mesi. La casa americana nel 2005 ne ha depositati 2.900, un record, e con la sua mossa si apre alla discussione e anche alle critiche dei concorrenti. E’ un rischio che ha deciso di correre seguendo la nuova filosofia del Ceo Sam Palmisano, convinto che la conoscenza sia un fatto collettivo e che nessuno possa pretendere di produrla da solo. Sono le stesse riflessioni che il ministro delle Riforme e innovazioni nella pubblica amministrazione, Luigi Nicolais, ha proposto lunedì scorso a Genova, nel corso di un convegno sull’innovazione. La quale, ha detto, nasce solo come processo di «integrazione delle conoscenze». Infatti sono finiti i tempi in cui le grandi firme come l’At&t o la stessa Ibm si facevano tutto in casa, dalle idee ai processori, magari nei leggendari laboratori di Murray Hills, New Jersey. Oggi la conoscenza viene prodotta ovunque, e la capacità degli innovatori sta nel saperla trovare (essere informati, dunque) e nel saperla integrare nei propri progetti. Certo le tecnologie elettroniche aiutano, dato che sono lì apposta per far circolare le idee in maniera facile e istantanea, ma sono anche una buona occasione per gli amministratori pubblici, purché, aggiunge Nicolais «abbiamo l’umiltà di sapere che dobbiamo reingegnerizzare tutti i processi». In altre parole ripensare procedure e regole della macchina amministrativa, renderla più fluida e specialmente capace di misurare se stessa. Solo allora sarà possibile premiare seriamente i migliori.
Dallo stesso ministero nel frattempo, è partita un’iniziativa di rete: alla fine di ottobre infatti si svolge ad Atene una sessione delle Nazioni Unite, dedicata alla governance di Internet, la quale ruota attorno a 4 temi di enorme portata: libertà di espressione, sicurezza, rispetto delle diversità e accesso per tutti. In Italia se ne occupa, all’interno del ministero, la sottosegretaria Beatrice Magnolfi con una commissione (gratuita) presieduta da Stefano Rodotà. Questa a sua volta fa appello a tutti i cittadini interessati perché depositino le loro proposte. Lo si può fare all’indirizzo http://www.funzionepubblica.it/consultazione.htm.

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Innovazione / Professori contro Bersani

Posted by franco carlini su 5 ottobre, 2006

di Franco Carlini

L’abusata parola innovazione compare 14 milioni di volte sul motore di ricerca Google (e 207 milioni di volte se si cerca «innovation», in inglese). Nicola Rossi, già consigliere economico del governo D’Alema, oggi deputato Ds, pensa che essa « nasca dove vuole nascere e che sia mal riposta la speranza che in questo o quell’ufficio ministeriale si possa stabilire in anticipo dove e come essa debba manifestarsi». Rossi dice di avere apprezzato assai lo spirito e l’obbiettivo di fondo del documento sull’innovazione presentato il 22 settembre dal ministro Bersani, testo convenzionalmente chiamato «Industria 2015», ma subito dopo gli elogi rituali e nel più limpido spirito del Partito comunista di una volta, scarica le sue palle incatenate: farraginosità e discrezionalità delle procedure, poco applicabile concretamente, sconfinata fiducia nell’azione dell’operatore pubblico. In definitiva «poco o per nulla capace di incidere sulla distanza fra l’industria italiana e i suoi concorrenti». Insomma, Bersani bocciato e con lui tutte le velleità di politica industriale.
Altri commentatori, specialmente allocati nel giornale della Confindustria, hanno preso di mira un bersaglio francese per colpire in Italia Prodi e il suo supposto dirigismo. Oggetto della polemica il cosiddetto piano formulato da Jean-Luis Beffa, manager della St. Gobain, con cui il governo francese intende innovare con metodologia dal basso in alto, e cioè scovando le eccellenze e facilitandone l’aggregazione.
La discussione, vecchia quanto il capitalismo, sul ruolo dello stato nell’economia è stata il sottofondo della vicenda Telecom Italia ed è il cuore del pamphlet «Goodbye Europa», scritto da . due professori universitari, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. A differenza di altri polemisti da strapazzo essi non sostengono che si debba fare come l’America, di cui ricordano limiti e difetti, ma solo che qualcosa di sano andrebbe importato utilmente perché il vecchio continente sta perdendo il treno per mancanza di concorrenza e per eccesso di protezioni. E’ una tesi che ha molti sostenitori anche nel centro sinistra, ma questo volumetto, costruito a partire da alcuni saggi dei due professori, già pubblicati su riviste economiche, è a tal punto ricco di imperfezioni e informazioni sbagliate che rischia di risultare poco utile.
Qualche esempio: a pagina 117 si sostiene che l’industria europea è andata avanti con una ricerca di imitazione, inseguendo le invenzioni altrui, specie americane. E citano ad esempio i Tgv, treni a grande velocità francesi, e l’Airbus, che «utilizzano tecnologie relativamente vecchie». Chissà chi glie l’ha raccontato: certamente non quelli della Boeing che semmai sono stati costretti a inseguire l’elevata informatizzazione dell’Airbus europeo.
A pagina 108 riscrivono un po’ di storia dell’informatica, sostenendo che «fu la minaccia rappresentata dal successo della Apple a convincere la multinazionale americana (Ibm) ad accelerare i tempi dell’introduzione del personal computer (..) se il governo statunitense avesse sovvenzionato la Ibm, il pc Ibm sarebbe arrivato molti anni dopo». Le cose non andarono così, come abbiamo ricordato nell’agosto scorso, festeggiano i 35 anni del personal Ibm: il colosso dell’informatica non valutava il computer Apple una cosa seria, né un concorrente, e sviluppò il suo come un oggetto laterale, affidandolo a un gruppo di ricercatori distaccato. Non era mosso dalla concorrenza ma dalla volontà di avere in casa ogni «pezzo» dell’informatica, dai chip alle stampanti. E quanto agli aiuti dello stato all’industria dei computer, se non furono mai diretti, certamente furono generosi nelle commesse e negli acquisti, tutelando e rafforzando il monopolio.
A pagina 105 si sostiene che i telefoni cellulari sono il frutto di ricerche «il cui costo è stato sostenuto in gran parte dalle spese militari (Usa; ndr)». Peccato che nella telefonia mobile gli Stati Uniti abbiano segnato un ritardo clamoroso rispetto alla vecchia Europa, la quale ha conquistato una posizione leader, di tecnologia e di mercato, soprattutto grazie alla saggia decisione di sviluppare una politica industriale comune, che generò lo standard Gsm.
Guai agli aiuti statali dicono i due autori, ma certe eccezioni gli vanno bene. E’ il caso delle linee aeree low cost, Ryanair in particolare (a pagina 126). Questo vettore viene incentivato da alcuni enti locali che si caricano delle spese di marketing e le girano alle linea aree, sotto forma di sconti o versamenti diretti. In questo modo questi governi certamente allargano il fatturato del loro territorio, raccogliendo milioni di passeggeri che consumano localmente, ma si tratta, fuor di dubbio, di un finanziamento occulto e anticoncorrenziale. Statalista, diciamolo pure, nonché interventista e protettivo. Perché quello sì e la rete fissa no? E’ uno di quei tipici casi in cui un governo sceglie il vincitore, «pick the winner» come certamente direbbero gli amici americani dei due professori.
(1. continua)

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La creatività in rete come impresa cognitiva collettiva

Posted by franco carlini su 28 settembre, 2006

di Fiorello Cortiana

Bene ha fatto Franco Carlini a non fermarsi alla constatazione che la questione dei “nullafacenti” sollevata da Pietro Ichino sia finita nel nulla e,  partendo dalla “motivazione al lavoro”, a proporre  una riflessione più profonda sull’organizzazione della produzione che sta cambiando insieme alla produzione e agli stessi prodotti.

E’ possibile pensare che la motivazione in un lavoro manuale svolto ad una catena, non costituisca un fattore decisivo per la quantità e la qualità dei pezzi che da quella catena usciranno. Toccherà a sorveglianti e capireparto esercitare un controllo sociale e tecnologico e agli operai l’esercizio di conflitto sociale e rinegoziazione sindacale dei tempi, piuttosto che l’incuria personale fino al sabotaggio. Nella situazione odierna, dove la produzione di valore è sempre più immateriale, il lavoro cognitivo e relazionale ha nella motivazione un fattore decisivo per la sua qualità, quindi diventano centrali i fattori che creano un ambiente normativo e di organizzazione del lavoro capaci di favorire motivazione e capacità creativa. Se nel modello di produzione materiale/industriale l’alienazione è il prodotto della riduzione a merce del lavoro umano, ma è un problema dei lavoratori, nel modello di produzione creativa/cognitiva che sta prendendo corpo l’alienazione diventa un problema per l’efficacia del modello stesso.

Se oggi riconosciamo la questione della conoscenza come un diritto da difendere e da esigere, se la riconosciamo come questione costitutiva e non settoriale, se riteniamo necessaria una nuova alleanza tra la dimensione biologica e quella antropologica, tra sapere e sapienza, ciò è dovuto in particolare a quella rete inclusiva di apprendimento/produzione
costituita da hacker e smanettoni e dalla loro educazione alla libertà e alla solidarietà. Proprio le esperienze e le comunità dei “pinguini” ci segnalano la necessità di fare i conti con una nuova forma di produzione: la conoscenza e la sua natura costitutiva dentro alla rete. Qui facciamo i conti con la cultura e la pratica del dono e della condivisione, dell’uso produttivo del tempo libero, così come lo sono gli spazi ed i luoghi utilizzati per la produzione cognitiva. La cosa può suonare incredibile e paradossale: l’attività cognitiva risulta produttiva proprio perché sottratta all’organizzazione classica del lavoro.
Per raccapezzarci dobbiamo mutare il nostro approccio e il nostro bagaglio culturale attraverso i quali definiamo il lavoro e la produzione di valore.
Secondo Adam Smith “il lavoro è la misura reale del valore di scambio di tutte le merci”.
Nella teoria del valore, quindi, il lavoro è una misura, un metro, ma già Marx, negli scritti filosofici, sosteneva l’impossibilità di misurare il lavoro, in quanto esso è legato ad una esperienza soggettiva incommensurabile. Si è così passati, per necessità, dalla misurazione del lavoro a quella del tempo di lavoro, considerandole equivalenti. Questa condizione/convenzione è strettamente legata alla modalità di produzione industriale delle merci e alla sua evoluzione come produzione industriale di massa. Dalla bottega artigianale all’officina, dalla fabbrica alla catena di montaggio: i ritmi e i tempi di lavoro erano comunque legati al tempo di produzione manifatturiera delle merci. Questo aspetto quantitativo del tempo, come misura, non ci consente di apprezzare la qualità del lavoro, tanto per l’intensità dello sforzo fisico, che esso contiene, né per l’intensità del contenuto cognitivo. La natura del lavoro, la natura della produzione, sono chiamate in causa in modo non rinviabile dalla dimensione digitale, con la sua pervasività, la sua interconnessione e la sua interazione.
L’innovazione tecnologica nell’era digitale interessa tanto il prodotto quanto il processo. Tutti gli elementi di automazione e di robotizzazione richiedono un investimento particolare nelle funzioni di gestione delle procedure di comunicazione e di comando, la dimensione cognitiva del lavoro diviene così centrale nella produzione di valore. Anche nei processi di innovazione che interessano settori maturi occorre una attività di servizio relazionale nella formazione del cliente, con un suo diretto coinvolgimento nella definizione dell’innovazione che questi processi implicano. Anche qui si rileva una modalità cooperativa nella definizione della relazione domanda/offerta di innovazione. La stessa cosa vale per la medicina, dove una partecipazione consapevole ed informata del
paziente ad una relazione cooperativa risultano più efficaci.  Quanta condivisione della conoscenza c’è nell’Omeopatia? Nessuno dei suoi preparati dispone di tutele brevettali, eppure questo sembra spiegarne l’efficacia.

Il lavoro cognitivo mette in discussione i parametri quantitativi quali quelli legati allo sforzo fisico e/o al tempo impiegato: entra in gioco la dimensione soggettiva e la relazione tra sapere e sapienza che in essa si è data. Inoltre è evidentemente esaltata la modalità concorsuale collettiva nella produzione creativa del lavoro cognitivo, con processi di relazione assolutamente diversi da quelli lineari della catena. Se anche nella produzione dei manufatti della catena fordista il lavoro non era meramente esecutivo, ma chiamava il lavoratore a valutazioni, adattamenti, relazioni con altri, nella produzione cognitiva la discrezionalità e la soggettività diventano l’elemento caratterizzante della attività produttiva. Siamo in presenza di uno scarto individuale enorme, a fronte di prescrizioni procedurali che pur si possono definire. La conoscenza e la sua condivisione sono condizioni costitutive per la produzione di valore cognitivo e prevedono l’apertura evolutiva a modalità e a codici espressivi imprevedibili: risulta perciò necessario operare scelte tecnologiche e normative tali da non precludere futuro. Più che nel rispetto della prescrizione occorre lavorare sull’inaspettato: l’errore diventa utile, persino necessario, così come l’infrazione di procedure definite, proprio al fine di sviluppare le soluzioni più efficaci. Il quadro normativo del mondo manifatturiero, basato sulla scarsità delle materie prime, sulla esclusività delle procedure di processo, quali i brevetti, sulla ripetitività delle azioni, costringe e preclude futuro alla produzione cognitiva. Se l’intero sistema normativo è basato sulla scarsità, sulla garanzia di sicurezza per garantire l’esclusività, la trasgressione diventa la condizione necessaria perché un sistema legato alla produzione cognitiva possa definirsi.
E’ più funzionale un quadro aperto che richieda dialogo e contaminazione in luogo dell’esclusività, condizioni per la creatività in luogo della ripetitività, modelli economici e commerciali basati sull’aumento qualitativo e quantitativo del prodotto immateriale condiviso, in luogo del suo consumo ed esaurimento. Gli esempi e le pratiche conseguenti legati alle licenze GPL e ai Creative Commons sono in atto, così come tutto il mondo costituito da interessi sociali, economici e scientifici dell’omeopatia, che non vive, appunto, di brevetti posti sui principi curativi dei propri preparati.  E’ così chiaro che la finalità principale del sistema industriale e di ricerca legato agli OGM risiede nella brevettabilità delle sequenze geniche degli organismi modificati e nella tutela delle licenze ad essi collegati. Ne sanno qualcosa gli agricoltori danneggiati, via impollinazione, da inquinamento genetico delle proprie colture, che si sono trovati coinvolti in contenziosi giudiziari per uso illegittimo di organismi geneticamente modificati tutelati da brevetto. Oggi è la sanzione ciò che attende i trasgressori di norme e procedure, al contrario, in un futuro possibile, saranno standard aperti evolutivi e condivisi. Nel lavoro cognitivo risulta straordinariamente produttivo condividere i “trucchi del mestiere”, invece di coltivarli come segreti, quindi occorrono modalità operative e di relazione capaci di valorizzare la condivisione piuttosto che la discrezione. L’accessibilità e la trasparenza relativi ai processi di sviluppo delle soluzioni diventano cruciali rispetto al non detto e alla non visibilità. II mondo non è conoscibile che in base a una certa descrizione, proprio questa diventa oggetto di competizione, di contesa, di concorrenza. Dagli agronomi agli ingegneri il controllo semiotico diventa controllo sociale su/attraverso i processi di produzione. Così nel mondo digitale se parliamo di algoritmi, di stringhe, di “modi” per utilizzarli, come di alfabeti e di grammatiche digitali, ci rendiamo conto della natura costitutiva del conflitto sugli elementi della società della conoscenza. La relazione che, nel corso del tempo, attraverso la descrizione strutturata del lavoro, ha definito un rapporto di dominio, anche simbolico, del sapere tecnico/scientifico sulla sapienza , nel mondo digitale diviene una preclusione di possibili soluzioni a problemi e a necessità oggi imprevedibili ed inaspettati. C’è una preclusione di futuro laddove questa relazione descrittiva  diviene un controllo privato ed esclusivo di standard e di protocolli del mondo digitale.  Dietro alle soluzioni più efficaci tanto nell’innovazione di processo che di prodotto nella società digitale, della conoscenza e dei servizi, vi è una combinazione libera di potenzialità creative, di organizzazione del tempo e dello spazio del lavoro cognitivo.  Questa libera combinazione richiede modelli normativi e strutture organizzative basati sulla condivisione della conoscenza, richiede di riconoscere la cooperazione in rete come mente collettiva, come mente distribuita, richiede di riconoscere la cooperazione come apprendimento relazionale, con libertà di accesso, di espressione, di ricerca. Per questo un sistema territoriale qualitativo: qualità dei servizi, qualità sociale, qualità dell’ambiente, qualità delle infrastrutture ICT, costituiscono una precondizione, un retroterra distrettuale necessario per ogni possibile relazione con distretti virtuali definiti in rete. Per questo è importante anche l’ambiente fisico nel quale uno lavora, la libera organizzazione dei tempi, la possibilità di disporsi alle suggestioni multidisciplinari.
Occorrono garanzie costitutive per queste libertà, occorrono una consapevolezza ed una cultura che le riconoscano come bisogni e che le esigano come diritti. Altroché precarietà, per la flessibilità ci vuole un Welfare  che coniughi la libertà di combinazione cognitiva su progetti con la dignità del lavoro, tanto nell’accesso alla conoscenza quanto nelle garanzie previdenziali e nell’incontro tra credito e creatività, qui dove non esistono pratiche di venture capital. Nel lavoro cognitivo come è possibile pensare di ridurre le “partite IVA” a lavoro nero camuffato? La questione va ben oltre la tutela degli “atipici” messa in atto fino ad oggi dal sindacato e richiede un adeguamento profondo.

Ann Mettler è la Direttrice Esecutiva del Lisbon Council for Economic Competitiveness, il network non-profit  dedicato a fare dell’Europa “ la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza al mondo” entro il 2010, come vuole l’obbiettivo dell’”Agenda di Lisbona” fissata dall’Europa.   Ann  Mettler al Forum Internazionale annuale dell’IBM, ha reso noto che il 70% dell’economia europea è oggi costituito dai servizi: proviamo a pensare quanta comunicazione, quanta conoscenza, sia in termini di relazioni sociali che di pervasività digitale, sono contenute in quel 70%.
A fronte di questa percentuale occorre osservare che il sistema normativo, le procedure di rappresentanza e di negoziazione del mondo del lavoro, la definizione stessa delle politiche pubbliche, sono ancora l’espressione di un modello economico industriale manifatturiero. Non cambieranno da sole, occorre che dalle filiere della qualità alimentare, alle comunità del software libero e della condivisione della conoscenza un blocco sociale dell’innovazione qualitativa prenda coscienza di sé e agisca. E’ ciò che in forme inedite e contraddittorie sta avvenendo.

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riflessioni / Una teoria che viene da lontano

Posted by franco carlini su 28 settembre, 2006

Fiorello Cortiana, già senatore verde, ma tuttora animatore delle iniziative «Condividi la conoscenza» (tra poco ci sarà un terzo appuntamento), allarga il tema di cui Chips&Salsa si è occupato nelle settimane scorse. Parlavamo allora del progetto Ichino di licenziamento dei «fannulloni» e di come il problema fosse semmai interno alle pubbliche amministrazioni e alle loro organizzazioni, storicamente incapaci di valorizzare le persone e le loro conoscenze.
Cortiana in questa pagina di oggi propone alcune riflessioni teoriche sul tema del lavoro in una società che non è più governata dal paradigma industriale (lavoro massificato per consumi di massa), ma dove, più intensamente che nel passato, informazione, conoscenza e saperi (che sono tra di loro apparentate, ma anche diverse) sono fattore produttivo. Per inciso questi temi sono comparsi anche nella discussione sul socialismo del ventunesimo secolo che si è svolta sulle pagine di Repubblica, in particolare nell’intervento di Fausto Bertinotti il 13 settembre e nella replica di Eugenio Scalfari il 24 settembre. Stralci di questi due interventi sono riprodotti sul blog http://mobidig.dada.net, alla voce «lavoro», insieme all’intervento completo di Fiorello Cortiana.
Che non si tratti di fantasie estremiste e radicali lo conferma del resto un voluminoso saggio di Yochai Benkler, professore di diritto a Yale. Si intitola «The wealth of networks», esplicita citazione del «Benessere delle Nazioni» di Adam Smith (scritto nel 1776, ovvero 230 anni fa). Dunque sono oggi le reti, i networks, alla fonte dello star bene del mondo. E anche il sottotitolo lo rende esplicito: «Come la produzione sociale trasforma i mercati e la libertà». La traduzione italiana del libro di Benkler è stata prevista dall’editrice dell’ Università Bocconi, la stessa che meritoriamente ha tradotto i tre tomi fondamentali del sociologo Manuel Castells, dedicati a «L’età dell’informazione». In ogni caso il libro è leggibile, in inglese, dal suo sito http://www.benkler.org, insieme ad altri saggi e anche questo è nello spirito pratico di quanto egli va scrivendo.

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L’innovazione è ipertecnologica? A volte può essere soltanto una stufa

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di Patrizia Cortellessa

La rivista del Mit premia gli «under 35» che hanno lasciato il segno. Ma accanto all’ideatore di del.icio.us c’è una ragazza che vuol cambiare la vita delle donne del Darfur, vittime di violenza quando vanno a far legna

La  «Technology Review», rivista del Mit (Massachussets Institute of Technology), la più importante università high tech del mondo, hanno selezionato anche quest’anno (come avviene ormai dal ’99) i trentacinque migliori «innovatori» del 2006. I ricercatori statunitensi sono i più numerosi nella Tg35, questa lista di innovatori di successo under 35, ma troviamo giovani provenienti un po’ da tutte le parti del mondo, molti dei quali stanno sviluppando tecnologie che rifuggono da facili classificazioni, mettendo insieme i progressi nei campi informatico, della medicina, della nanotecnologia.
Il lavoro di questi giovani rappresenta il presente ma soprattutto il futuro della ricerca scientifica e tecnologica. Idee, genialità, intuizioni portate a compimento. In testa alla lista Joshua Shachter, 32 anni, padre fondatore di Del.icio.us, popolare sito web, capostipite dei servizi di social bookmarking su internet, che permette ai suoi utenti di scambiarsi links ai siti preferiti. E non solo. La particolarità di questo software è quella dell’estrema facilità con cui permette di aggiungere siti di specifico interesse nella personale collezione. Si possono così organizzare i link utilizzando parole chiave (tag) condividendo la collezione non solo tra l’utilizzatore e il proprio browser ma anche con altri utenti. E deve essere proprio una bella pensata quella del giovane Shachter se il software è entrato a far parte della scuderia Yahoo, che lo ha acquistato un anno fa infilando il secondo colpaccio, visto il precedente acquisto di Flichr, un sito web utilizzato per la condivisione on line di fotografie e basato sul principio della comunità in rete. E’ proprio il principio della condivisione, la creazione cioè di un sito di memoria-condivisa, l’idea-base su cui si è mosso il giovane «innovatore» per dar vita alla suo progetto, stando alle dichiarazioni di intenti dello stesso Shachter.
Ma chi pensa che sia solo il settore informatico (internet e consorelle) la punta di diamante della Top35 si sbaglia di grosso. Al secondo posto infatti, selezionata come «Humanitarian of the year 2006», troviamo Christina Galitsky, 33 anni. La sua ricerca mette a fuoco progetti sostenibili nei paesi in via di sviluppo partendo – ad esempio – dalla rimozione della quantità di arsenico presente nelle acque potabili del Bangladesh al problema del combustibile in Darfur, nel Sudan. Un’altra sua ricerca include invece la valutazioni delle occasioni per ridurre l’emissione di gas serra di molti settori industriali. Ma la Galitsky ha a cuore soprattutto il problema dei poveri del pianeta. E così, dopo essere venuta a contatto con Ashok Gadgil, uno scienziato che lavora al Lawrence Berkeley National Laboratory, in California, e aver scoperto di condividere gli stessi interessi, hanno iniziato a lavorare insieme. I loro sguardi si sono incentrati e incontrati soprattutto verso le difficili situazioni in Darfur e in Bangladesh. Per quanto riguarda il Darfur dire che la situazione è tremenda è sotto gli occhi di tutti. Circa 1.6 milioni di cittadini di questa regione sudanese, cacciati dalla guerra civile, vivono in accampamenti di rifugiati. Per fortuna sono presenti alcune ong, che assistono la popolazione locale. Ma i problemi di sopravvivenza sono tanti. Diviene un problema il mangiare, l’allontanarsi dal campo per raccogliere legna, quindi soprattutto il cucinare. Per cercare la legna da ardere le donne vagano per ore e ore ben fuori dagli accampamenti, d’emergenza ma «sicuri», e questo loro vagare le espone – come riferiscono gli osservatori internazionali che ne hanno certificato l’accentuazione dei casi – a violenze da parte dei gruppi nomadi. Tra le tante soluzioni possibili per la loro sicurezza, le ong hanno suggerito, ad esempio, strumenti di cottura che riducano l’esigenza di legna da ardere. Tante idee buttate sul piatto da esperti, dai forni d’argilla ai fornelli solari, ma nessun piano studiato nei particolari. E allora non resta che andare a verificare la situazione in loco. Christina e Gadgil si recano in Darfur a raccogliere dati e a parlare con i rifugiati sudanesi, soprattutto con le donne, circa le difficoltà incontrate nella loro vita quotidiana. Portando con loro più che l’idea del fatto la pratica della dimostrazione. Se il problema è quello del mangiare, cioè del cucinare consumando meno legna, cosa c’è di meglio di un tipo di stufa particolare, adattata alle loro esigenze (pali per assicurarne la stabilità, «parabrezza» per difendersi dalle forti folate di vento). E dopo il primo viaggio in Darfur del 2005, con le donne che rimanevano impressionate dalla velocità di cottura e dalla poca legna utilizzata, l’obiettivo era da realizzare in tempi brevi. Assicurandosi che queste stufe possano essere prodotte in tempi rapidi ma, soprattutto, in economia. E’ qualcosa di più di un progetto in corso. Magari una stufa sarà solo una goccia nell’oceano di problemi dei rifugiati sudanesi, ma sicuramente renderà la loro vita quotidiana un po’ più semplice. Per quanto riguarda i tempi, i ricercatori del Berkeley sperano di produrne 300.000 entro il prossimo anno.

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