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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘IPR’ Category

Di chi è la Croce Rossa

Posted by franco carlini su 24 agosto, 2007

marchi contesi

 

marina rossi

Il colosso mondiale della farmaceutica e dei prodotti medicali Johnson & Johnson ha iniziato una causa legale contro la Croce Rossa statunitense. Il motivo scatenante è stata la nascita di una linea di prodotti per l’igiene personale, creata dall’organizzazione non profit. Nel 1895 le due parti avevano stretto un accordo che permetteva alla Croce Rossa di utilizzare il marchio registrato della croce per scopi esclusivamente umanitari. Nessun conflitto di interessi, quindi, finora. Ma la Croce Rossa statunitense ha recentemente messo in vendita un kit di primo soccorso per sensibilizzare i cittadini a tempestive cure in caso di disastro; i ricavati vengono investiti in scopi umanitari. Dal punto di vista dell’azienda, invece, si tratta non solo di concorrenza, ma soprattutto di una doppia presenza dello stesso marchio. La risposta della Croce Rossa è stata immediata e diretta: «È osceno il comportamento di un’azienda multimiliardaria nei confronti di un organo umanitario come il nostro», ha dichiarato il portavoce Mark Everson. Johnson & Johnson, nata nel 1886 come azienda farmaceutica, si occupa oggi di prodotti di cura per il corpo, dallo shampoo ai prodotti per neonati, fino ad articoli per la medicazione come bende e cerotti; detiene centinaia di brand. Ed è proprio la linea di prodotti Red Cross che riguardano il primo soccorso ad avere come simbolo – da oltre un secolo – una croce rossa. Poco importa, dunque, se la causa legale coinvolge uno tra i più conosciuti organi di volontariato: Red Cross è un marchio registrato dall’azienda, sui cui detiene l’esclusiva. Anche sul sito ufficiale Johnson & Johnson, viene continuamente evidenziata la proprietà del nome: il simbolo di marchio registrato è sempre presente accanto alla linea di prodotti. Ora tocca agli avvocati, come al solito gli unici a guadagnare.

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Proposta musicale indecente

Posted by franco carlini su 12 luglio, 2007

editoriale

 

Carola Frediani

David Cameron, il giovane leader dei Tories britannici, ha presentato all’uditorio di discografici una di quelle offerte che «non si possono rifiutare». Il capo del partito conservatore ha infatti promesso che, una volta eletto, appoggerà l’allungamento del diritto d’autore per le canzoni – dagli attuali 50 anni a 70. Un regalino di vent’anni che Cameron non ha disdegnato tradurre in soldoni: per l’industria musicale saranno 4,5 miliardi di euro nei prossimi cinquant’anni. Come contropartita, però, i discografici dovranno aiutare il leader nella sua crociata per rimettere in sesto la società britannica, squassata da divorzi, gravidanze di teenager, abuso di sostanze stupefacenti e di alcol, e, naturalmente, criminalità. Tutto ciò significa che l’industria musicale dovrà avere più attenzione nel proporre contenuti e immagini che oggi, troppo spesso, sarebbero intrise di violenza. Dovrà dunque mostrare modelli positivi e avere senso di responsabilità: esercitare insomma un ruolo attivo nel fare cultura, e non limitarsi a rispecchiare la realtà sociale. Ma guai a parlare di censura. «Non parlo di censura, di leggi o di messa al bando dei contenuti», ha specificato Cameron. Formalmente in effetti non è nulla di tutto questo. Si tratta semmai di un accordo informale. Da un lato la missione moralizzatrice dei Tories, dall’altro il desiderio dell’industria musicale di mettere gli anabolizzanti al copyright. Cameron ha aggiunto che a beneficiare dell’estensione del copyright saranno soprattutto i musicisti – «molti dei quali non sono milionari» – che potranno così avere una sorta di pensione garantita. I baronetti Paul McCartney e Cliff Richard (propugnatori dell’aggiuntina) sono tra coloro che godranno del vitalizio. Infatti l’allungamento a 70 anni di protezione permetterà all’industria di continuare a mungere per un bel po’ i ricchi cataloghi degli anni ’60 e ’70, che si stanno avvicinando alla data di scadenza, di quando cioè ricadranno nel pubblico dominio. Secondo Cameron, estendere il diritto d’autore sarà un vittoria anche per i consumatori: diminuzione dei prezzi? Allargamento dell’offerta? Non sembra proprio.

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Via i palazzi da wikipedia.it

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

Un’interpretazione demenziale delle leggi sul diritto d’autore, ha fatto sì che l’enciclopedia online Wikipedia, versione italiana, abbia deciso di togliere dalle sue pagine le foto che riproducono monumenti italiani come grattacieli, palazzi, chiese. I gestori di Wikipedia sono arrivati a questa non desiderata conclusione avendo ricevuto nel gennaio di quest’anno una lettera di diffida da parte del Polo Museale fiorentino. Dunque non solo i quadri, ma anche gli edifici risultano «protetti», cioè inibiti alla riproduzione pubblica, almeno finché non siano passati 70 anni dalla morte dell’autore, come detta la legge sul copyright relativamente a testi, musiche eccetera. Ma anche i palazzi? Secondo alcuni legulei, le foto degli stessi dovrebbero essere considerati opere «derivate» e quindi anch’essi inchiavardati nel diritto d’autore classico. E’ l’ultimo episodio, indecente, di una concezione dei diritti di proprietà intellettuale che si va facendo sempre più larga ed esagerata. Che poi le diffide vengano da un organo del Ministero dei Beni Culturali che per sua natura dovrebbe diffondere nel mondo la conoscenza del patrimonio artistico italiano risulta quantomeno contradditorio. Prendersela con Wikipedia, che opera senza fini di lucro, in modo benemerito, è ancor più penoso. Sulle sue pagine web ognuno trova informazioni e idee ben più ricche e meno costose di quelle raccolte nel sito italiano del turismo http://www.italia.it, oggetto nei mesi scorsi di polemiche ferocissime (per quanto è al di sotto dei bisogni). Un ministero della cultura al contrario dovrebbe stimolare e regalare immagini e testi a chiunque voglia raccontare l’Italia.

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Software libero, un diritto da estendere

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

 

Parla Philippe Aigrain, esperto di politiche in difesa dei «beni informazionali»: le istituzioni devono impedirne l’appropriazione privata

Alessandro Delfanti

In bilico tra bene comune e oggetto di appropriazione privata, l’informazione è al centro dell’interesse di Philippe Aigrain, un ricercatore che ha lavorato alla Commissione europea nel campo delle politiche a sostegno del software libero e open source. Oggi Aigrain dirige Sopinspace, un’azienda che progetta software per gestire spazi pubblici di dibattito (vedi http://www.debatpublic.net). Nel suo libro Causa Comune (Stampa alternativa, 200 pp, 16 euro, scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice) Aigrain chiede che le istituzioni diano a quelli che definisce «beni comuni informazionali» – non solo software ma anche sequenze genetiche, contenuti web, risorse educative libere e accessibili – garanzie di legittimità e autonomia, per impedire l’appropriazione privata e allargarne l’uso a tutti. Si tratta di un problema politico ma anche economico, se è vero che l’informazione è diventata uno dei principali motori dello sviluppo anche grazie alla produzione cooperativa, come insegnano Wikipedia e altri mille esempi di condivisione aperta.
Perché la scelta di difendere i beni comuni informazionali?
Questi beni, come il software libero, i contenuti Creative Commons o l’editoria scientifica open access, sono importanti perché sono a disposizione di tutti, ma anche per il metodo collaborativo che prevedono. Yochai Benkler (autore di La ricchezza della Rete, ndr) ha dimostrato che questo tipo di collaborazione non commerciale è più efficiente rispetto ai classici approcci proprietà/contratto/transazione monetaria.
Ciò ha conseguenze estremamente importanti. Politiche, per le possibilità di esprimersi, agire in modo collettivo e arricchire il dibattito pubblico che ne derivano. Sociali, perché oggi lo sviluppo tecnologico può essere orientato da individui o da piccoli gruppi. Infine economiche, con due modelli che ora stanno venendo a collisione: il primo è quello della centralizzazione, del monopolio, degli alti margini di profitto e dell’innovazione difensiva; l’altro, basato sui beni comuni, è più distribuito, mette l’economia in stretta relazione con il lavoro umano e supporta un’innovazione basata su utilità e creatività. Il software, per esempio, è la base universale di tutte le attività legate all’informazione. Chi lo controlla gestisce le leve dello sviluppo e dell’innovazione: alcuni pensatori lungimiranti lo avevano capito già negli anni settanta.
Ci sono effetti anche sulla scienza?
La questione ha due facce. La prima è la disseminazione della conoscenza scientifica: in questo campo credo che l’open access diventerà lo standard di pubblicazione. La seconda è il modo in cui gli incentivi all’innovazione e le scelte politiche guidano gli obiettivi della scienza, almeno nei settori più intrecciati con lo sviluppo tecnologico. Qui è in atto una vera crisi. La pratica scientifica è schizofrenica: per avere il denaro che serve a generare conoscenza bisogna promettere di renderla segreta e restringerne l’uso. Si dice che ciò serva a migliorare lo sfruttamento economico dei risultati. Ma quali risultati? Secondo me esiste una scienza orfana, un segmento molto vasto della scienza possibile. Ed è orfana semplicemente perché i suoi risultati hanno potenziali economici imprevedibili o perché non sono adatti a diventare proprietà privata. Ho sempre parteggiato per un miglior rapporto tra ricerca (anche quella di base) e utilità o bellezza (che sono anche comunicabili al pubblico). I beni comuni della conoscenza sono un ottimo modo per raggiungere questi obiettivi. Molto più della brevettazione, della restrizione dell’accesso ai database e della privatizzazione del dna, per esempio.
Come supportare i beni comuni?
Bisogna congelare ogni estensione ulteriore dei diritti di proprietà su informazione e conoscenza. Abrogare le leggi che contengono i provvedimenti più dannosi per i beni comuni informazionali, come i brevetti sull’informazione (sulle sequenze genetiche o sugli organismi che le contengono, per esempio) e la criminalizzazione dello scambio non commerciale di informazione. Inoltre bisogna creare un ambiente che favorisca la creazione e l’innovazione collaborativa. Mettendo la cooperazione tra gli obiettivi educativi. Valorizzando il pensiero critico e tutto ciò che contribuisce alle attività dei prosumer (produttori-consumatori), più che a quelle dei consumatori passivi. Ribilanciando il sistema fiscale e gli incentivi economici in modo da non scoraggiare l’innovazione basata sui beni comuni nei confronti di quella orientata al profitto.
C’è un ruolo per l’Europa in questo processo?
L’Europa si trova in una situazione paradossale. È la regione che contribuisce di più ai beni comuni dell’informazione. E insieme a Brasile e India è la zona in cui il significato etico e politico della condivisione della conoscenza è più chiaro. Eppure sulle proposte per sostenere l’accesso alla conoscenza o i beni comuni l’Unione europea e i suoi membri sono molto conservatori, anche più degli Usa. Tutto dipenderà quindi da quanto la consapevolezza della posta in gioco penetrerà nei circoli politici, dato che nella società è già in crescita. L’idea precotta che dice che «i brevetti fanno bene all’innovazione» o che «estendere i diritti dei distributori di contenuti serve anche agli autori» è in circolazione da decenni. Ci vorrà del tempo prima di sedimentare un approccio più aperto.
Ma l’Unione europea sta mancando gli obiettivi che si è data a Lisbona: diventare leader della società della conoscenza.
La strategia di Lisbona, come molti altri slogan europei, è molto ambigua: cercare di diventare «l’economia più competitiva basata sulla conoscenza» non dice nulla riguardo al modo per farlo: lavoreremo su conoscenza e innovazione condivise liberamente, in modo che la gente diventi più creativa, innovativa e produttiva e che nasca un’economia al servizio di queste attività? O lasceremo che l’enfasi sulla competitività ci spinga a rendere le idee oggetto di proprietà e restrizioni? Temo che la strategia di Lisbona vada nella seconda direzione. Ma i nobili scopi che hanno convinto molti ad aderirvi potrebbero essere serviti meglio prendendo la prima strada.

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Gpl3, versus Apple iPhone

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

Nascite

Ecco la versione Gpl3, versus Apple iPhone

Marchingegno Il software prodotto e reso pubblico diventa merce e sistema chiuso. Non più con la licenza Gpl

Gabriele De Palma

Venerdì scorso è nata Gpl3, ovvero la terza versione della Gnu Public License per il software; è stata ufficializzata a Boston della Free Software Foundation (Fsf). Il termine non spaventi: si tratta di quell’astuto marchingegno legale escogitato nel 1989 dal padre del software libero, Richard Stallman, leggendario hacker del Mit dei tempi d’oro, e il principio funziona così: chi produce del software e voglia renderlo pubblico, a disposizione degli altri sviluppatori, rischia di vederselo rubare da altri senza scrupoli, che magari lo trasformeranno in un prodotto chiuso e a pagamento. Se invece lo pubblica con una licenza Gpl, si potrà cautelare perché tutti potranno leggerlo, usarlo, e modificarlo, ma nessuno potrà «proprietarizzarlo», meno che mai per fini di lucro. In altre parole si riceve conoscenza libera e si restituisce conoscenza arricchita e altrettanto libera di fluire.
Nel tempo la Gpl ha conosciuto diverse stesure, adattandosi ai tempi, com’è giusto. Sono trascorsi sedici mesi dalla presentazione della prima bozza della Gpl3, la quale ha avuto una gestazione sofferta e non priva di polemiche, peraltro sempre aperte e pubbliche. D’altra parte che di una revisione ci fosse bisogno lo ha chiarito con una battuta Bruce Perens, uno dei grandi del software aperto, notando che all’epoca delle prime due Gpl «ascoltavamo la musica dai giradischi, (mentre ora) la tecnologia è cambiata profondamente e una riscrittura della licenza che tenesse conto dei cambiamenti era necessaria». Proprio a Perens e all’altra personalità di spicco del mondo open, Linus Torvalds, il creatore di Linux, si devono probabilmente le limature degli ultimi mesi che hanno un po’ addolcito alcune clausole particolarmente perentorie.
Inizialmente infatti erano stati identificati due nemici del software libero: le tecniche dei Digital Rights Management (Drm), «lucchetti» che impediscono l’uso illegittimo delle opere protette da copyright, ma spesso anche molti usi legittimi, e i brevetti sul software, con le infinite cause legali che ne scaturiscono capaci di paralizzare l’innovazione. Torvalds, forse il più critico tra i critici della terza versione, si è detto più concorde con l’ultima bozza, anche se non ancora del tutto convinto che la Gpl3 sia ottimale. L’adesione di Linus e del sistema operativo Linux, è di importanza strategica per il successo immediato della Gpl3.
I Drm e la litigiosità legale sui brevetti sul software rimangono obiettivi contro cui si schiererà chiunque aderisca alla Gpl3, anche nella sua versione definitiva. E rimane anche la condanna della cosiddetta tivoization, ovvero l’hardware che inibisce l’accesso al software, anche quando questo è libero. Secondo Peter Brown, executive director della Fsf, Apple è una delle case che ricorre a questo trucco scorretto: «Steve Jobs e la Apple rilasciano sul mercato un prodotto (iPhone) menomato da software proprietario e restrizioni digitali: menomato perché un apparato che non sia sotto il controllo del suo possessore opera contro gli interessi del suo possessore. Sappiano che Apple ha costruito il suo sistema operative OS X e il suo browser Safari usando dei lavoro coperto da Gpl, sarà interessante vedere in che misura anche iPhone usi software Gpl».
Sul fronte dei brevetti i distributori di software non possono stipulare contratti esclusivi con i proprietari dei brevetti. Da alcuni partecipanti al processo di revisione, le ultime mediazioni sono state viste come un’apertura eccessiva concessa a Microsoft e al suo recente accordo con Novell.
Sul fronte Drm viene sancito il divieto di utilizzare software Gpl3 in dispositivi che non consentano agli utenti di avere libertà di scelta nell’uso del software e del dispositivo. Ad esempio un sistema di registrazione video che utilizzi software licenziato sotto Gpl, ma che si blocchi se un utente cerca di modificarne il codice per migliorare le prestazioni della macchina, non sarà ammesso. In sostanza in questa versione i Drm non sono vietati in quanto tali, ma è proibita invece la loro obbligatorietà: chiunque deve avere la possibilità legale di togliere i Drm che altri abbiano messi nel software libero. Restano immutati gli articoli fondamentali della Gpl2, e anche quella clausola «virale» che impone a tutti programmi free di estendere la loro licenza a tutte le versioni.

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Microsoft alla sfida dell’Open

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

Stupore e sospetti sulla strategia di avvicinamento di Bill Gates con l’universo open source, nemico storico del monopolista del software

Raffaele Mastrolonardo

A letto con il nemico. O le verità nascoste. Sono questi i due titoli di film che descrivono uno stato di cose impensabile solo fino a un anno fa: le sempre più strette relazioni tra Microsoft, la quasi monopolista mondiale del software, e l’universo open source. Da una parte, un modello di business proprietario fondato su costose licenze, dall’altra programmi il cui codice deve restare aperto, a disposizione di chiunque lo voglia vedere, modificare e redistribuire. L’avvicinamento tra due entità così diverse e apparentemente nate per farsi la guerra, suscita comprensibile stupore ma anche sospetti e accuse.
Dopo tutto, solo cinque anni fa Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, definiva Linux, il più popolare sistema operativo a sorgente aperto, un «cancro». Mentre oggi l’azienda di Bill Gates è tutta impegnata nell’allacciare rapporti con società che fondano il proprio business su Linux. La prima e più importante tra queste è stata, lo scorso anno, Novell, distributore di una versione del sistema operativo molto diffusa. Poche settimane fa è stata la volta della canadese Xandros e, ancora più recentemente, dell’americana Linspire. Altre sono previste nei prossimi mesi.
Evidentemente, dal 2002 a oggi qualcosa è cambiato. «Quella prima reazione negativa è figlia di un momento in cui non avevamo adeguata conoscenza della cultura open source e dei suoi modelli di business», spiega al manifesto Pierpaolo Boccadamo, Direttore della strategia di piattaforma di Microsoft Italia. «Prevaleva l’idea che fosse un modo per dare software gratis. Ora abbiamo capito meglio quel mondo e ci troviamo in un momento in cui alcune barriere vanno superate perché lo chiede il cliente».
Insomma, i nemici di ieri vanno, se non proprio a letto, almeno a cena assieme. O meglio ci provano, perché sotto il tavolo la verità è più complicata e suscita diffidenza. «L’accordo con Novell – ha detto qualche settimana fa a Roma Richard Stallman, fondatore della Free software foundation (Fsf), associazione che promuove il software libero – è il tentativo di Microsoft di farsi pagare per il permesso di utilizzare GNU/Linux». Parole forti, come è nello stile di Stallman, che trovano però echi, seppur più sfumati, in altri angoli dell’ambiente di rete. Mark Shuttleworth, boss di Canonical, un altro big del settore, per esempio, ha recentemente dichiarato di non credere che «questi accordi siano in favore del software libero».
Ma cosa dicono queste intese? Innanzitutto, stabiliscono un programma di collaborazione volto a migliorare l’interoperabilità, vale a dire la capacità delle applicazioni di «girare» su diversi sistemi hardware e software. Un processo di reciproca comprensione tra i due mondi a supervisionare il quale, da parte sua, Microsoft pochi giorni fa ha assunto Tom Hanrahan, ex Linux Foundation. In secondo luogo, mettono in piedi partnership per un marketing congiunto: le aziende firmatarie decidono di promuovere, in varie forme, i prodotti dell’ex avversario presso i propri clienti. Infine, aspetto più spinoso e centrale, i contraenti si impegnano a non fare causa ai rispettivi clienti per infrazione della proprietà intellettuale. Il che significa, per esempio, che Microsoft rinuncia a rivalersi sui brevetti che, a detta dell’azienda, Linux violerebbe. In virtù di quest’ultimo aspetto, Novell, Xandros e Linspire si ritrovano in mano un potenziale vantaggio competitivo rispetto agli altri concorrenti open source. Possono andare dai clienti e offrire loro, oltre ai consueti servizi, la garanzia che, se scelgono le loro distribuzioni Linux, non avranno noie legali da Microsoft.
Proprio su questa forma di protezione si concentrano i dubbi degli alfieri del software libero e aperto. Per molti di loro l’interoperabilità è solo fumo negli occhi. Il vero volto di Microsoft è quello del bullo di quartiere che esige la merenda in cambio dell’incolumità. «Il punto – racconta al manifesto Stefano Maffulli, presidente dalla sezione europea della Fsf – è che Microsoft non dice quali sono questi suoi brevetti, nemmeno gli accordi sottoscritti. Si limita a minacciare senza prove cercando di spaventare il mercato. Se ci fossero vere violazioni, non avrebbero remore a essere più precisi e a passare alle vie legali. Gioca al gatto col topo». Dietro all’apparente disponibilità verso il mondo open, ci sarebbe dunque la volontà di usare la propria forza per rallentarne l’avanzata.
A placare gli animi, poi, non hanno certo contribuito le dichiarazioni Brad Smith, uno dei più importanti rappresentanti legali di Microsoft, che a metà maggio ha minacciosamente ricordato che l’open source violerebbe ben 235 brevetti dell’azienda fondata da Gates.
Dalle parti di Redmond, quartier generale di Micorsoft, lassù vicino a Seattle, non sono ovviamente d’accordo con simili interpretazioni e buttano acqua sul fuoco. Gli accordi, è la linea scelta e pubblicamente dichiarata, si inseriscono in una strada già intrapresa da tempo che è, oltretutto, richiesta dal mercato. «Il cliente utilizza ormai sistemi misti, proprietari e open source, e chiede che si parlino tra loro. L’interoperabilità lavora in questo senso», spiega Boccadamo. «Dall’altra, lo stesso cliente non vuole correre rischi e pretende garanzie sul piano della proprietà intellettuale. Gli accordi in questione soddisfano questa esigenza, che gli americani chiamano ‘peace of mind’, la tranquillità di non pensare al problema legale».
Giochi di forza o reale desiderio di collaborazione in nome dell’orientamento al cliente? Il dubbio resta. Anche se c’è chi prova a scioglierlo cercando una via di mezzo tra le due posizioni. Come Roberto Galoppini, esperto di open source commerciale ed «evangelizzatore» di lungo corso sulle potenzialità di business del software aperto. «La parte tecnica degli accordi ha un suo valore, e risponde davvero a una richiesta del mercato che Microsoft vuole soddisfare. L’altra, quella sui brevetti, riguarda invece le esigenze degli investitori dell’azienda a cui i diritti di esclusiva su un software fanno piacere. E’ come se ci fossero due Microsoft».
Già, e alle aziende open source piacerebbe tanto andare a letto solo con una. Ma non è detto che sia possibile.
raffaele@totem.to

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Vacillano brevetti e copyright

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

GABRIELE DE PALMA

 

Riesplode  su tutti i fronti la questione dei cosiddetti diritti di proprietà intellettuale. Sentenze, provvedimenti della magistratura, nuovi modelli di business. Tutto è in movimento, centrifugo. Ci sono notizie positive e negative, ma l’unica cosa certa è che nell’era delle riproducibilità digitale, le norme precedenti non reggono. Alcune storie, tutte recenti.

L’Ufficio Brevetti Europeo (EPO), al termine di una lunga causa ha annullato un brevetto detenuto dalla Monsanto che riguardava una tecnica con cui rendere transgeniche la piante di soia. La soia è la coltura Ogm più diffusa e il brevetto descriveva un modo di inserire i nuovi geni bombardando la pianta. E’ stato annullato perché troppo generico. Quando venne rilasciato nel 1998 alla società americana Agracetus, furono molti a opporsi, sia associazioni ambientaliste che aziende, tra cui la stessa Monsanto, la quale in seguito si comprò Agracetus e da allora ha difeso strenuamente la sua proprietà intellettuale. Per una volta senza successo.

***

Negli Stati Uniti altri tre brevetti sono stati dichiarati non validi dall’ufficio competente (US Patent and Trademark Office). Si riferivano ai metodi per ottenere cellule embrionali dai primati, compresi gli umani, ed erano stati assegnati all’Università del Wisconsin a Madison. La causa di invalidità era stata scatenata da un istituto di ricerca californiano a cui il Wisconsin aveva chiesto di pagare delle royalties per le sue attività di laboratorio. In realtà è buona prassi che i titolari di brevetti biomedicali chiedano soldi per gli usi commerciali, ma che consentano l’uso gratuito per fini di ricerca, ai colleghi; anche così infatti la scienza progredisce. Ma lo stato americano, che si candida a essere un polo delle ricerce biotech, era stato evidentemente troppo avido: voleva dimostrare agli investitori privati che lì, a Madison, c’era del business possibile. Così, durante la discussione, è risultato chiaro che la tecnica brevettata non era nuova e che di cellule embrionali umane ce n’era già da tempo in circolazione. I tre brevetti dunque mancavano dei requisiti essenziali delle brevettabilità, quello di costituire una «scoperta» nuova e non ovvia.

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C’è poi, ovviamente, il fronte musicale. L’ultima notizia folle arriva ancora dagli Usa dove vari stati stanno adottando – chi più, chi meno – una legge curiosa. Si tratta della regolamentazione della vendita di cd usati nei mercatini delle pulci (vera e propria istituzione americana) e nei negozi che si dedicano al genere. In base alle nuove norme, applicate finora in Florida e Utah ma presto anche a Rhode Island e nel Wisconsin, i venditori di cd di seconda mano devono rilasciare i propri dati e le proprie impronte digitali al negoziante per scongiurare il rischio di commerciare cd contraffatti. Non solo. Non si possono vendere cd acquistati negli ultimi 30 giorni e anziché essere pagati in contanti si viene retribuiti con un buono da consumare presso il negozio di dischi.
A leggere quanto riportato dal sito Ars Tecnica (http://arstechnica.com/news.ars/post/20070507-record-shops-used-cds-ihre-papieren-bitte.html) i negozianti lamentano che con le nuove regole la vendita di cd usati non sia più conveniente. Tutti su eBay, dunque? e soprattutto chi ci guadagna da questa strana piccola legge?

 

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Finalmente il mondo è pronto per il nuovo e rivoluzionario servizio di Yahoo!music: un motore di ricerca per i testi delle canzoni. Finora chi voleva leggere  le parole delle canzoni ed evitare, soprattutto per quelle in inglese, di emettere vaghi fonemi senza significato, l’unica risorsa erano i contenuti pubblicati dagli utenti in diversi siti autonomi con i rischi del caso: parole sbagliate e qualche strofa dimenticata. Da oggi per la prima volta esiste un servizio legale e si presume molto accurato che permette di cercare i testi in un archivio di 400 mila  brani. Yahoo! e Gracenote hanno il merito (non è certo colpa loro se le case discografiche non si erano attrezzate in tempo) di aver stretto un accordo con Sony, Bmg e Universal: in cambio della libera circolazione dei testi verseranno agli autori parte degli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie. Come riportato da CNet News l’accordo potrebbe anche incidere sul prezzo finale del servizio. Sarebbe la seconda volta nel giro di poco tempo che viene escogitato un motivo per alzare i prezzi dalla soglia storica dei 99 centesimi il precedente è quello dei file della Emi senza Drm in vendita a 1,29 dollari su iTunes.

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Farmaci svizzeri e sempreverdi

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Franco Carlini

«Non cerchiamo il premio della popolarità» – così Daniel Vasella, capo di Novartis, alla recente assemblea annuale. E non c’è dubbio che ci stia riuscendo. La casa farmaceutica svizzera è la stessa che, insieme ad altre, citò in giudizio Nelson Mandela per una legge che permetteva di fabbricare e importare farmaci anti-Aids al di là dei brevetti. Allora perse, ma dieci anni dopo tenacemente ci riprova e questa volta i nemici sono il governo indiano, le leggi di quello stato e il suo ufficio brevetti. Al cuore della vicenda, attualmente in discussione al tribunale di Chennai, c’è un farmaco contro la leucemia, il Gleevec; di una sua versione rinnovata Novartis ha chiesto il brevetto in India che le è stato negato, perché la legge statale dice, del tutto ragionevolmente, che i brevetti in prosecuzione si possano riconoscere solo per miglioramenti significativi. Novartis contesta non solo il merito del giudizio dell’ufficio brevetti, ma ha aperto una battaglia più vasta, anche per conto delle consorelle, sostenendo che quella legge è incostituzionale. L’obbiettivo è ottenere anche in India quello che altri paesi più generosi in tema di diritti di proprietà intellettuale hanno finora concesso, ovvero il sistema dei farmaci evergreen, sempre verdi. Il metodo è questo: quando un brevetto sta per scadere, il titolare realizza una nuova versione – per esempio una pillola anziché uno sciroppo – e ne chiede il brevetto in estensione. In questo modo il monopolio viene protratto per altri venti anni e soprattutto si evita che dei concorrenti, specializzati in farmaci generici, entrino in quel mercato. Non per caso la vicenda giudiziaria si svolge in India, dove l’industria dei farmaci è sviluppatissima, essendo diventata tra l’altro il maggiore fornitore di medicinali a molti paesi in via di sviluppo. Un trattamento annuo di Gleevec costa 26 mila dollari all’anno per paziente, mentre quello disponibile con i generici costa circa un decimo, il che dà le dimensioni del fatturato in gioco. Novartis rivendica le sue molte donazioni di farmaci agli indigenti, ma il problema vero, parola di Valsella, sono gli azionisti e per questo promette di tener duro.

 

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Cercasi idee quasi gratis

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Progetto «Red Stripe», ovvero banda rossa. E’ l’iniziativa del gruppo Economist, cui fa capo il famoso settimanale inglese e suona così: «La nostra missione è di sviluppare un servizio online veramente innovativo. Abbiamo già qualche idea, ma, sostenitori del libero mercato, aborriamo l’idea di un sistema chiuso. Per questo vi chiediamo di sottoporci le vostre proposte». La data di scadenza è il 25 marzo e gli sviluppi si potranno seguire su un apposito blog. Il tutto gestito da un piccolo staff di sei persone (www.projectredstripe.com/blog/). Il gruppo inglese, molto attento agli sviluppi dell’innovazione e di quella tecnologica in particolare, sembra dunque aver fatto sua l’idea delle cooperazione di rete  tra molti soggetti sparpagliati. Non solo, dunque decentramento della produzione di beni verso aziende in appalto (outsourcing), ma anche verso le masse (crowdsourcing). Fa appello alle masse per avere idee migliori, il che rappresenta anche una forma raffinata di indagine di mercato, dato che le idee in arrivo dal basso, anche se non verranno realizzate, segnaleranno comunque una tendenza sociale da tenere d’occhio. Il punto debole, della proposta, sta nella fase finale: «Se useremo il vostro contributo, ve ne riconosceremo il merito nel sito e, come piccolo segno di ringraziamento, attiveremo un abbonamento gratuito di sei mesi». E’ la realizzazione pratica, e decisamente micragnosa, del dibattito tra Carr e Benkler, di cui si riferisce nella pagina a fianco: la voglia di collaborare, viene utilizzata dalle imprese per ottenere gratuitamente dalla rete, i beni più preziosi che di questi tempi sono le idee e la conoscenza.

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Il futuro prossimo si chiama Open Access

Posted by franco carlini su 8 marzo, 2007

Patrizia Cortellessa
L’informazione scientifica deve essere o no accessibile e gratuita per tutti? Si, dicono i sostenitori dell’Open Acces (Oa), perché questo risponderebbe esattamente al principale obiettivo dichiarato della ricerca scientifica: la disseminazione libera del sapere. Sì, e soprattutto oggi, perché la veicolazione e l’interscambio di informazioni è resa più facile grazie alle nuove tecnologie (leggi internet) che hanno stravolto un modello di ricerca tradizionalmente statico. Oggi sono molti i ricercatori che scelgono di pubblicare liberamente su riviste disponibili e open su internet, piuttosto che supubblicazioni convenzionali o in abbonamento.
Open access sì, insomma, soprattutto se le ricerche da cui derivano gli articoli in questione sono finanziate con fondi pubblici. Lo richiedono a gran voce le università, gli istituti di ricerca e i singoli ricercatori che hanno lanciato una petizione – partita quasi in sordina e lontana da strombazzamenti mediatici – proprio sul tema del libero accesso delle pubblicazioni scientifiche. Il tema sta appassionando e dividendo la comunità internazionale. Secondo i sottoscrittori della petizione, gli articoli e gli editoriali scientifici e accademici devono essere liberamente accessibili ai ricercatori subito dopo la pubblicazione, specie se all’origine del processo c’è stato un finanziamento pubblico. Open access per legge, insomma.
E se è vero che l’avanzamento della scienza dipende dalla disponibilità di dati e dalla rapidità del loro reperimento, grazie ai progressi nell’archiviazione e nel calcolo elettronico in quasi tutte le discipline l’indagine scientifica sta diventando sempre più ricca di informazioni… L’accesso a questi dati, o ai risultati di altre ricerche, non deve essere negato a nessuno. Anche in considerazione dell’aumento esponenziale dei costi di abbonamento ai periodici scientifici.
Il panorama degli ultimi anni fotografa infatti una situazione abbastanza desolante: pochi editori commerciali che dominano il sistema di riproduzione e circolazione dell’informazioni scientifica, con politiche dei prezzi a loro esclusivo vantaggio, ma che fanno a pugni con il reale interesse dei principali acquirenti: gli stessi produttori dell’informazione scientifica (università, enti di ricerca, singoli ricercatori).
Di tutto questo si è discusso a Bruxelles il 14-15 febbraio, nell’ambito di un convegno denominato Scientific Publishig in the European research area: access, dissemination and preservation in the digital age. Un bel problema, quello che si è trovato ad affrontare la Commissione europea: conciliare il diritto d’autore (e quindi gli interessi economici degli editori), con la richiesta sempre maggiore di «open access». Il 17 febbraio, tanto per ragionare in cifre, la petizione aveva intanto già raccolto 21.462 sottoscrizioni fra singoli, enti e organizzazioni culturali di tutto il mondo, inclusi diversi premi Nobel. Numeri che fanno discutere. Le ragioni di quest’ampia comunità – che si è riunita per sostenere un nuovo modello di comunicazione e il concetto di Open Access «digitalizzato, on-line, gratuito, libero dalla maggior parte delle restrizioni connesse al diritto d’autore e alle licenze» – pare abbiano trovato ascolto. La Comunità europea ha stanziato più di 100 milioni di dollari a sostegno di infrastrutture e «archivi» dove immagazzinare i milioni di articoli accademici scritti ogni anno. Una spinta irreversibile verso l’«open access», sembrerebbe, e che comporterà sicuramente una ridefinizione dei ruoli di ricercatori, editori, università e agenzie che finanziano la ricerca.
Una direzione tra l’altro già intrapresa, in parte. I National Institutes of Health statunitensi, ad esempio, hanno proposto un Open Access obbligatorio per tutte le ricerche da loro finanziate, partendo da sei mesi dopo la data di stampa. E la maggior parte delle riviste più importanti hanno concesso agli autori il diritto di pubblicare per proprio conto versioni dei loro articoli peer-reviewed. E ancora: The Directory of Open access journals è un elenco di riviste a consultazione libera (più di 2.100), di cui oltre 800 interrogabili a livello di articolo tramite ricerca con parola chiave o scorrimento per area disciplinare.
Ma cosa dicono su questo gli editori? Contro l’obbligatorietà dell’open access per le pubblicazioni scientifiche, la Fep (Federazione editori europei) ha sottoscritto un documento – firmato fra gli altri anche dall’Aie e gli editori italiani del settore Stm (editoria scientifica, tecnica e medica) -che è stato presentato a Bruxelles durante il convegno di febbraio (si può trovare anche sul sito http://www.aie.it). Una risposta pubblica alla petizione ancora in corso e il cui contenuto, sicuramente, continuerà a generare dibattito.

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