Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘media’ Category

Le sinistre frontieres di quel reporter

Posted by franco carlini su 28 agosto, 2007

Il manifesto, pag. 1

«Se avessero preso in ostaggio mia figlia, non ci sarebbe limite alcuno, ve lo dico e ve lo ripeto,all’uso della tortura». Per salvarla ovviamente. D’altra parte, aggiunge, è quello che fece la polizia del Pakistan, in occasione del rapimento del giornalista Daniel Pearl del Wall Street Journal. Per cercare di liberarlo in tempo, arrestarono e torturarono i familiari dei rapitori anche se a nulla servì e il giornalista venne non solo ucciso ma letteralmente fatto a pezzi.
A sostenere la possibilità della tortura, persino di innocenti familiari non coinvolti, è stato di recente Robert Ménard, fondatore e segretario generale di Reporters San Frontières, la Ong internazionale che si batte per la libertà di stampa e di espressione, contro i regimi censori e autoritari.

Quelle cose Ménard le ha dette nel canale radiofonico France Culture il 16 agosto scorso, all’interno di un dibattito sulla gestione trasparente degli ostaggi, insieme ad altri giornalisti. Il registrato è stato riproposto ieri dal giornale online Rue89.com, sempre attento e combattivo. Nell’occasione Ménard sosteneva che a quel punto non è più una questione di idee o di principi, ma di guerra. Dice di averne parlato con la moglie di Pearl (in occasione del lancio del film «A Mighty Heart» di Whinterbottom, su di lei e suo marito) e che «bisognava assolutamente salvarlo e se era necessario prendere un certo numero di persone, prenderle fisicamente, avete capito, minacciandoli e torturandoli»

Ménard ha espresso la sua opinione in maniera problematica, ma senza dubbio una frontiera l’ha voluta passare, che non è quella della libertà, ma quella della disumanità. E non basta a giustificarlo l’orrore del terrorismo sanguinario, né il nobile scopo di salvare delle vite. A prezzo di quali vite e di quali altre disumanità? Più sensati di lui, gli americani contro la tortura sono invece riusciti a far dimettere il ministro della giustizia Alberto Gonzales, mentitore e reticente su Guantanamo e Abu Graib.

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Dvd dannosi per i più piccoli

Posted by franco carlini su 24 agosto, 2007

multimedia

 

francesca martino

I Dvd educativi pensati per bambini piccolissimi – tra gli 8 e i 16 mesi – non hanno alcun effetto positivo sullo sviluppo delle capacità verbali e di comprensione. Anzi, ci sono seri timori che possano invece rallentare lo sviluppo dei piccoli. Questo il risultato di uno studio americano pubblicato dal Journal of Pediatrics e condotto su un campione casuale di più di mille famiglie. Ai genitori è stato chiesto quante parole in media conoscessero i loro bambini e se (e quanto) guardassero i video in televisione. Il risultato statistico è che nell’età tra gli 8 e i 16 mesi – quella in cui il bambino comincia a imparare a parlare – per ogni ora passata giornalmente davanti al video i bimbi imparano 7-8 parole in meno rispetto a i loro coetanei che non guardano per niente la televisione. Lo scopo del test era di valutare la reale efficacia dei software e Dvd pubblicizzati come educativi e stimolanti. Risulta invece che sono poco utili e che anzi, in dosi massicce, risultano addirittura negativi. La spiegazione secondo i pediatri è semplice: il bambino a quell’età dispone di una quantità fissa di ore in cui è sveglio e recettivo e queste non sono molte. Se vengono impiegate in attività inutili per l’apprendimento, ne consegue «matematicamente» che per imparare a parlare impiegherà più mesi. Su bambini più grandi non sono stati provati danni né benefici dall’uso dei video educativi. In realtà si conferma ancora una volta che la cosa migliore per la crescita intellettiva dei piccoli sia la normale vita familiare in compagnia di adulti e di altri bambini.
Il bambino apprende il linguaggio attraverso l’interazione diretta, a tu per tu. Il modo di parlare che istintivamente si adotta quando si comunica con un piccolo – voce dolce, cantilenante, accompagnata da accentuate espressioni del viso – rimane il più valido.

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Quanta fretta signora Reding

Posted by franco carlini su 18 luglio, 2007

di Franco Carlini

18/07/2007 – 18:38

La decisione della Commissione europea su impulso della commissaria Viviane Reding di puntare sul Dvb-h è sbagliata per diversi motivi. Impedisce al mercato di scegliere il vincitore e scommette su un’idea irrealistica di Tv mobile. (segue su VisionPost)

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videogiochi più facili

Posted by franco carlini su 12 luglio, 2007

videogiochi

Più facili per i giocatori casual

eva perasso

Un catalogo di videogiochi noiosi, complicati e per nulla innovativi, composto da titoli che si assomigliano, con pochi elementi di novità: «Stiamo annoiando le persone fino alla morte e producendo giochi sempre più difficili», ammonisce John Riccitiello (Ceo di Electronic Arts dalla scorsa primavera) dalle pagine del Wall Street Journal. La critica viene dall’interno – dal primo produttore mondiale del settore – ma si estende a macchia d’olio a tutta l’industria, che proprio in questi giorni si incontra nell’appuntamento annuale più atteso: «E3, Electronic entertainment expo», a Santa Monica, California. In occasione della fiera che ogni anno anticipa i trend del mercato le attese sono molte: dalla guerra dei prezzi tra Microsoft e Sony, che taglia quelli della sua PS3, agli annunci di casa Nintendo, tra gli ultimi accessori per Wii, il suo Fan Network e forse un nuovo design per la console portatile DS. E poi i giochi: quest’anno il focus sarà proprio sui titoli e sull’innovazione del contenuto piuttosto che sull’hardware. La caccia grossa è verso una nuova tipologia di utente: se i videogiocatori più esperti sono ormai un terreno consolidato, è solo studiando un prodotto meno di nicchia, per chi ancora non gioca che si riuscirà a dilatare il mercato. Le ricerche dicono che anche i senior e le donne si sono accorti delle console. Riccitiello chiama il nuovo target quello dei Casuals e apre in azienda una nuova divisione: la EA Casual Entertainment. È per loro che verranno pensati i nuovi giochi, dai prezzi contenuti e dai percorsi più semplici e più brevi (contro i giochi attuali, che spesso raggiungono le 40 ore di lunghezza e prezzi tra i 50 e i 60 dollari). Senza dimenticare la fantasia: «Ci sono troppi prodotti che somigliano a quelli dello scorso anno, che a loro volta somigliavano a quelli dell’anno prima», conclude Riccitiello.

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Wikipedia continua a fare record

Posted by franco carlini su 12 luglio, 2007

 

serena patierno

Mentre la querelle fra i suoi detrattori e i suoi estimatori non vede fine, va avanti per la sua strada e dimostra di cosa sia capace mettendo sul piatto cifre poco discutibili: 20 milioni di visitatori unici al mese sfiorati durante l’anno scorso e quasi 47 milioni toccati durante lo scorso ne fanno il primo sito web per notizie e informazione. Il più visitato e stimato. Wikipedia realizza l’ideale della conoscenza collettiva, e gli strumenti con cui viene compilato permettono un processo di aggiornamento senza eguali. Ogni individuo, in effetti, può intervenire in questa sorta di discorso di gruppo condividendo le proprie conoscenze e correggendo le imprecisioni altrui Il tutto utilizzando software e strategie della conoscenza condivisa, la sua forza e la sua croce. Il sito è capace di aggiornare in tempo reale le più svariate notizie e le sue voci sono ormai un punto di riferimento per ogni navigatore online alla ricerca di dati, informazioni o anche solo di curiosità. Anzi, è stato capace di cambiare alcune consolidate abitudini: per chi passa molto tempo sul web è ormai la prima fonte cui ricorrere, molto più comodo e per alcune voci addirittura più aggiornato dei suoi equivalenti cartacei; più ordinato e completo dei motori di ricerca. La fondazione Wikimedia (l’associazione non profit che cura oltre all’enciclopedia anche le altre iniziative come WikiNews, Wikiquote etc.) è certo soddisfatta: vanta migliaia di editori che ogni giorno lavorano e si impegnano per l’ampliamento delle pagine e per la correzione e l’arricchimento di quelle esistenti. Insomma, Wikipedia, spesso accusata di inattendibilità, dimostra di fatto – forse per la legge dei grandi numeri – che le sue informazioni sono non solo percepite come attendibili ma, nella grande maggioranza dei casi, sono effettivamente tali.

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Il governo tedesco aiuta Wikipedia

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

wikipedia.de

L’aiuto diretto del governo tedesco

patrizia cortellessa

Metti che una ricerca commissionata dal Ministero per l’Economia e la tecnologia tedesco abbia restituito come dato finale che il 62% dei tedeschi apprezzi il web e che il loro numero sia in costante aumento. Metti anche che per un utente medio di internet, per quanto riguarda la ricerca e l’informazione, sia Wikipedia l’enciclopedia on line più popolare. Consideriamo ora che il governo di questo paese ne comprenda le grandi potenzialità e decida di finanziare, nei prossimi tre anni, proprio Wikipedia Germania (www.wikipedia.de) per arricchire e completare le aree tematiche riguardanti le fonti rinnovabili. Perché se è vero che «su wikipedia Germania ci sono già un gran numero di voci ben realizzate sulle energie rinnovabili» è pur vero che «altre mancano totalmente, o le descrizioni sono piuttosto scarne o non sono aggiornate», come dichiara Andreas Scutte, direttore esecutivo dellAgenzia delle Risorse rinnovabili (FnR), che su mandato e finanziamento del Ministero federale per l’Alimentazione, l’Agricoltura e la Protezione dei consumatori è incaricato di occuparsi delle ricerche sulle fonti rinnovabili. Nei prossimi anni dunque molti nuovi articoli (voci) saranno scritti da specialisti della materia, sotto la direzione del Nova Institute. All’inizio verrà creato un team di esperti per redigere le varie voci. In secondo luogo si procederà con la formazione tecnica per agevolare il lavoro di inserimento su Wikipedia. Fino ad ora la comunità wikipediana si è sostenuta grazie al lavoro volontario dei singoli e soprattutto degli «admin» disseminati nei vari paesi; in questo caso invece il contributo arriva da un governo, sia pure in forma indiretta. Da parte del governo tedesco è un riconoscimento importante e una scommessa: là dove i cittadini leggono, è utile che ci sia informazione corretta e completa.

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Conformistici ologrammi alla Diesel

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

Lo stilista Renzo Rosso si prende troppo sul serio e nella passerella fiorentina di Pitti Uomo non sconvolge gli standard classici delle sfilate

Franco Carlini

Nostalgia di Renzo Rosso, di quando già famoso con il suo marchio Diesel, e appena quarantenne, ironizzava su se stesso capellone degli anni ’70 con i suoi pantaloni a zampa d’elefante. Ora invece si prende molto, forse troppo sul serio. Per esempio annunciando, nei giorni scorsi, che a Pitti Uomo, in Firenze, e in contemporanea sul suo sito Internet, in streaming, ci sarebbe stato «un evento che, unendo innovazione e tecnologia, definirà nuovi limiti creativi e nuovi standard per le sfilate di moda». Sabato, a sfilata conclusa, era raggiante e orgoglioso «di aver mandato per la prima volta nel mondo in passerella un’invenzione per cui tutto può diventare altro e niente si ferma più».
Che cosa era successo dunque? Semplicemente che ai classici umani che percorrono la stretta pedana, si sono aggiunte forme galleggianti nell’aria, ectoplasmi, effetti speciali figli di un’invenzione e di una teoria fisica che risale alla metà del secolo scorso, l’olografia dell’ungherese Dennis Gabor. Viene dal greco olos, che vuol dire tutto, e infatti permette di conservare tutta l’informazione di un oggetto in tre dimensioni, anziché schiacciarla in una foto a due soltanto. Si riesce a farlo utilizzando fasci di luce coerente, laser per capirsi.
Carino, ma speravamo di più. Ammirando il personaggio, immaginavamo che almeno lui, almeno per una volta, osasse davvero percorrere «nuovi standard per le sfilate». Le quali, come noto, sono il format più rigido, stucchevole e apparentemente indiscutibile in circolazione nei media. Sono uno degli ultimi esempi di organizzazione tayloristica del lavoro. Da un cancello sul retro entra la materia prima, ossia ragazze/i giovani e di una bellezza normale, ma che verranno lavorate/i con trucchi e abiti. All’altro estremo della catena produttiva, il prodotto finale è solo simbolico, peraltro senza spazio alcuno alla fantasia: un varco d’ingresso sul fondo, un corridoio da percorrere avanti e indietro, in fondo al quale c’è un palchetto dove si addensano fotografi e operatori accaldati. Inquadrature rigorosamente bloccate: avete mai visto un’immagine scattata a livello pedana? Una caviglia, un primo piano sull’ombelico? Impossibile perché proibito, perché ogni dettaglio della produzione iconica deve essere sotto il controllo ferreo di una casta di professionisti che si autodefiniscono creativi. Della macchina tayloristica fa parte anche la gestione, assolutamente fondamentale, degli invitati e della loro collocazione in platea. Perché anche loro vengono chiamati lì non già per comprare abiti improbabili, ma per dar lustro alla sfilata stessa; altissima concorrenza per catturare i personaggi migliori. Sono allora le tecnologie olografiche la rivoluzione delle sfilate? Ma che novità sono dopo che avatar e attori virtuali popolano ogni monitor, fin dai tempi di Guerre Stellari e di Star Trek? Dopo che ogni azienda sente il bisogno irrefrenabile di avere almeno un padiglione su Second Life? Qualcosa di diverso lo tentò Gianni Versace, il 25 giugno 1997, venti giorni prima di morire, giusto a Pitti, nel giardino di Boboli, inventandosi una sfilata-balletto per la coreografia di Maurice Béjart. Nessuna tecnologia avanzata. La stessa Diesel, anni fa, «truffò» i media e ne smontò pubblicamente i meccanismi inventando una fasulla cantante rock che non esisteva, ne diffuse le prodezze da diva e i relativi gossip e ne presentò ben quattro identiche, in quattro eventi europei paralleli. Altri tempi, altro Renzo Rosso. Uno che non aveva ancora scoperto la parola «lusso», che vuol dire stare dentro il gioco anziché fuori.

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Blair re degli spin doctor

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

Abile retorica di Blair, re degli spin doctor

Il premier britannico prima di andarsene attacca i media e, soprattutto, l’Independent che non gli ha perdonato la guerra all’Iraq

Franco Carlini

La reazione della gran parte dei media inglesi al discorso di Tony Blair sul rapporto tra politica e informazione è stata di rigetto. Egli del resto l’aveva previsto e aveva terminato il suo ragionare con questa frase a effetto, destinata a rafforzare l’immagine di uno che parla chiaro: «Dunque questi sono i miei pensieri. Ho esitato prima di tenere questo discorso. So che molti lo getteranno nel cestino. Ma so anche che queste cose dovevano essere dette».
Il discorso è stato tenuto il 12 giugno al Reuters Institute e in rete lo si trova completo, insieme alla registrazione video. È stato ripreso (parzialmente e con qualche arbitrario riassunto) dalla Repubblica del giorno dopo, che al tema ha dedicato anche un «Diario» di approfondimento venerdì 15 giugnbo, un inserto che si apre curiosamente con un’appassionata difesa del primo ministro inglese, a firma del giornalista John Lloyd (http://www.repubblica.it/diario/2007/index.html?ref=hpsbsx).
Alle critiche di Blair giornali e giornalisti del suo paese hanno risposto soprattutto in un modo: da che pulpito viene la predica! Proprio lui che in cento occasioni ha cercato di manipolarci e sviarci, lui il principe degli spin doctor, pretende di darci lezioni. Lui, che ha mentito a noi e al suo paese, a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Invece Lloyd, l’ineffabile, sostiene che sono i suoi colleghi a mentire dando del mentitore a Blair perché i servizi di intelligence questo gli avevano raccontato. L’affermazione di Lloyd è un esempio di cattivo giornalismo: forse egli immagina che i lettori italiani siano distratti e che abbiano dimenticato le indagini giudiziarie e parlamentari che hanno definitivamente chiarito come l’intelligence britannica venne forzata dal primo ministro a plasmare le proprie relazioni, di modo che potessero giustificare l’intervento. Questa storia è tutta scritta e nota e non aveva bisogno di una ulteriore menzogna, per di più sul secondo quotidiano italiano.
Il testo di Blair è comunque interessante per la sua abile costruzione e per le retoriche che usa. Esso inizia con un doveroso ma rituale omaggio alla libertà di informazione: «dei media liberi sono una parte vitale di una società libera», precisando tuttavia che della libertà fa parte anche al critica ai media, che egli intende sviluppare, senza peli sulla lingua, per così dire. Qui si inserisce la prima mossa retorica: l’esibizione di modestia. Con un tono retrospettivo di sincerità e autocritica, Blair riconosce che nei primi tempi del suo potere cercò di avere con i media un rapporto complice, in sostanza cercando di persuadere e convincere. Un po’ di spin doctoring, insomma.
Aggiunge che il rapporto tra i due poteri è stato sempre stato difficile, ma che oggi è peggiorato e questo è un problema. Peggiorato perché è cambiato il contesto dei media. Qui l’analisi è ragionevole: i media sono più frammentati, perdono pubblico, l’informazione oramai avviene 7 giorni su 7, 24 ore su 24, le persone si alimentano dell’internet e dai blog.
Perciò i media (egli pensa soprattutto a quelli tradizionali) si trovano a seguire come unico criterio quello del massimo impatto, in un mercato che per loro si va restringendo.
Adesso si inserisce la frase ad effetto, quella destinata ad alimentare i titoli dei giornali, fatto del quale Blair (o chi gli ha scritto il discorso) è certamente consapevole; si tratta di un effetto voluto: la paura di perdere qualcosa di importante, fa sì che oggi i media vadano cacciando in branco. «In tali circostanze sono come una belva selvaggia, che fa a pezzi le persone e la loro reputazione».
Da qui gli scandalismi, il pregiudizio negativo che vede nell’azione dei politici sempre qualcosa di oscuro e di riprovevole, nonché il peso eccessivo dato ai commenti e alle opinioni, le quali diventano fatti anche quando sono solo battute. Ma fatt che i politici non possono trascurare e che sono obbligati a inseguire smentendo e correggendo. Una rincorsa continua, un processo continuo e ansiogeno di perenne «crisis management».
L’unico esempio citato esplicitamente è il quotidiano The Independent, che sarebbe sempre più un viewspaper (cioè portatore di punti di vista), anziché un newspaper, portatore di notizie. La polemica con l’ Independent e la citazione delle sue corrispondenze dal Medio Oriente sembra indicare che Blair abbia trovato particolarmente fuori posto i servizi del famoso (e non allineato) giornalista Robert Fisk.
A questo punto Blair, si dedica a un altro esercizio di retorica: «sto per dirvi qualcosa che pochi osano dire pubblicamente, ma che molti sanno essere assolutamente vero: oggi un importante aspetto del nostro lavoro (..) consiste nel far fronte ai media, al loro peso e alla loro continua iperattività. Talora ciò è letteralmente opprimente».
Non c’è da dubitarne, ma all’analisi manca un tassello e precisamente questo: in realtà i media tradizionali e i politici giocano esattamente la stessa partita e fanno parte della stessa casta. Quello che i giornali pubblicano in parte è destinato al grande pubblico (che si tratti di Kate Moss con la polvere bianca o dei reali d’Inghilterra), ma una parte rilevante viene giocata in complicità con i poteri e per fini di potere. Le dichiarazioni che i politici si affanno a diramare, e altri a smentire, , dovrebbero legittimamente essere da considerarsi dei fattoidi, e invece vengono promosse a rango di fatti.
Nella parte finale Blair confessa di avere creduto e sperato che i nuovi media potessero servire di correttivo ai difetti dei grandi giornali e network televisivi. Ma ora è giunto alla conclusione che «in realtà le nuove forme possano essere anche più pericolose, meno bilanciate, più interessate all’ultima teoria del complotto, moltiplicata per cinque».
In sostanza, letto e riletto l’ultimo Blair, si possono trarre queste seguenti provvisorie conclusioni:
1. Non c’è alcuna seria autocritica da parte del politico nel modo con cui dialoga (o confligge) con i media. Essi sono da un lato sopravvalutati e dall’altro guardati con pregiudizio negativo di chi anziché apprezzare il ruolo dei watchdog, li considera pregiudizialmente nemici e se ne sente perseguitato – il che per uno che ha avuto e forse contrattato l’appoggio dei media di Rupert Murdoch è quantomeno curioso.
2. La riproposizione dei fatti separati dai commenti non è mai stata vera, essendo pura ideologia: anche i fatti, per come sono scelti e impaginati, sono sempre dei punti di vista soggettivi di giornalisti e direttori.
3. Tutto l’approccio di Blair è all’insegna dell’antico. Egli vede i media, vecchi e nuovi come canali di una comunicazione dall’alto in basso. Glie lo ha dovuto ricordare un anziano signore come Tim Gardam, presidente del comitato direttivo del Reuters Institute Steering, già alla Bbc e a Channel 4: «L’internet ha distrutto queste vecchie certezze. La sua traiettoria della comunicazione non è verticale ma orizzontale – reti di conversazioni che trovano il loro percorso attraverso un argomentare non strettamente determinato e dove ognuno può unirsi e avere parola. Questo è un paradigma differente, dove l’efficacia della politica non dipende dal potere del messaggio o dal carisma dì chi lo emette ma da come si gestisce la conversazione che da esso fluisce».

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Facciamo un festival dei festival

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

Ci sono alcune parole oramai insopportabili – e perciò anche impronunciabili. L’una è debriefing, che sarebbe il seguito di una riunione breve (brief) durante la quale il capo o il cliente ci ha detto che cosa si aspetta da noi. Il successivo debrief di solito si svolge all’insegna del «cosa diavolo voleva dire?», ma di recente è diventato un pessimo eufemismo con cui quelli di Italia1 annunciano l’irruzione (illegale) degli spot pubblicitari durante le gare di moto. Prima lo chiamavano stop an go, ma ora hanno scoperto il linguaggio dei manager, manco fossero usciti da una riunione con Marina Berlusconi. Un’altra parola logora è festival, una pestilenza linguistica che affligge ogni comune d’Italia, desideroso di avere i suoi intellettuali sul palco, le masse in coda e tanta copertura mediatica. Ma quando l’affollamento è tanto e le finestre temporali ristrette, limitate a un po’ di primavera e a uno squarcio d’autunno, la densità diventa eccessiva. Questo format ha sostituito le più contadine sagre e feste, ma a differenza di quelle, eventualmente dedicate al baccalà o ai formaggi d’alpeggio, vuole essere anche colto e politico.

Così in quel di Roma, che aspira ad essere la patria di tutti i festival possibili, si è appena svolta un’iniziativa che alla parola abusata ne ha voluto accoppiare un’altra, anch’essa ormai insignificante. Hanno così creato un «Festival dell’Innovazione», che poi altro non era che un susseguirsi di convegni con politici, imprenditori e universitari. La domanda centrale non era affatto stupida: «di cosa parliamo quando parliamo di innovazione?», ma non ha avuto risposta. Piuttosto è successo di peggio perchè anche lì, all’Ara Pacis, si è infilato un altro virus da italici convegni e cioè la lamentazione sull’innovazione che non c’è.  «Non ci sono investimenti in ricerca, non ci sono aziende leader, non c’è industria. Cina e India eroderanno le nostre quote di mercato nel manifatturiero. Mentre nell’hi-tech, senza finanziamenti, ci limiteremo a fare i consumatori». Così è stato detto a Roma, confermando che l’innovazione all’italiana la si intende finanziata, finanziata e finanziata. Via di Ripetta, non è esattamente la California.

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Elettronica al guinzaglio

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

FRANCO CARLINI

Il successo dell’internet ne può provocare la rovina. Ma questo rischio va evitarto assolutamente, intanto prendendone coscienza, per conservarne invece il carattere «generativo». Questa la tesi di Jonathan Zittrain, uno dei fondatori del «Berkman Center for Internet and Society», che a sua volta fa parte della facoltà di legge di Harvard. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: essendo l’internet diventata fenomeno di massa a metà degli anni ‘90, ha perso inevitabilmente parte del suo carattere libero e disinteressato; è divenuta luogo di affari (e passi), ma anche di crimini un po’ di tutti i tipi. Luogo insicuro per la privacy, per le transazioni commerciali, per virus e spam che la infestano a tassi crescenti. L’abuso che i raider vanno facendo di questo spazio libero e bene comune ha fatto crescere a dismisura le tecnologie di protezione, allo stesso modo che un eccesso di malefatte da anni ci obbliga a entrare in banca attraverso asfissianti gabbiotti e a buttare via lo shampoo prima di imbarcarsi in aereo, per controlli di sicurezza, spesso più simbolici che reali.

Zittrain osserva con preoccupazione questo fenomeno e fa notare, anche in un recente saggio sulla Harvard Business Review, come una risposta già in atto all’insicurezza sia quella di proporre apparati sempre più «al guinzaglio» (tethered) i quali però hanno la sgradevole conseguenza di limitare l’uso creativo (la «generatività») delle tecnologie digitali. Se i computer collegati alla rete sono sempre più esposti a invasioni minacciose, ecco allora che molti vagheggiano di trasformarli di nuovo in terminali stupidi (dumb) e cioè capaci sì di navigare, ma senza la possibilità di scaricare alcunché, di lecito né di illecito. Né musiche Mp3 pirata ma nemmeno nuovi software innovativi.

La tentazione è forte. Viene suggerita sull’onda delle preoccupazioni per la sicurezza, ma ha anche motivazioni, di tipo mercatile: lettori Mp3 al guinzaglio possono meglio consentire di combattere la «pirateria» dei contenuti digitali, proteggendo il copyright per l’eternità, tuttavia impedendo ogni uso creativo o personalizzato di harware e software. Analogamente un’azienda dotata di terminali stupidi eviterà che i suoi dipendenti si installino Linux invece di Windows e chissà quali altri software fuori standard. Il fenomeno è già ben visibile nella telefonia mobile dove i gestori delle reti cellulari impongono ai costruttori di apparati quali software e prestazioni essi debbano contenere e quali no. In diversi casi, per esempio, viene inibita la possibilità dei cellulari di collegarsi attraverso punti di accesso WiFi, oppure di usare il software telefonico Skype.  L’innovazione viene frenata, controllata, anzi inibita.

Tutto ciò è un bel passo indietro rispetto alla «rivoluzione» dei personal computer, che ha permesso a chiunque, dai primi anni ’80, mi approvvigionarsi dei programmi più diversi dai più diversi produttori. Da quando poi i personal sono in rete, comprare e scaricare con un clic è operazione immediata. E tutto ciò ha consentito un flusso continuo di invenzioni, applicazioni e novità, quali entusiasmanti, quali scadenti.

Delinquenza e insicurezza sono fenomeni reali, ma offrono anche una buona scusa alle industrie per riprendere il controllo dello spazio digitale che il Pc prima e la rete dopo hanno minato. Anche i clienti possono essere allettati: ti do un telefono che fa poche cose che io, azienda, ho deciso siano le migliori per te. Funziona bene, è protetto e noi continueremo ad aggiornarlo: perché dovresti desiderare un cellulare dove poter intervenire, aggiungere software e magari fare dei pasticci? Questa filosofia del tutto compreso e inscatolato è stata di recente riproposta da Steve Jobs, presentando il prossimo cellulare della Apple, l’iPhone: «Noi definiamo ogni cosa che ha da esserci sul telefono. Voi non desiderate che il vostro telefono sia come un Pc. L’ultima cosa che volete è di caricarvi tre applicazioni,  poi cercare di fare una telefonata e scoprire che non funziona per niente».  

Sembra un percorso segnato: oggetti facilissimi da usare, dove il costruttore ha deciso in anticipo cosa possono fare e cosa no. Essendo collegati in rete sarà sempre lui, il costruttore, ad aggiornare il loro software, aggiungendo o togliendo, a sua discrezione. Scatole nere, che non si possono aprire. Automobili che funzionano bene finché funzionano, ma delle quali non si possa aprire il cofano nemmeno per cambiare una candela. Reti più sicure significa dire anche, inevitabilmente, reti più controllate e soprattutto eterodirette.

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