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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘politica’ Category

Voto elettronico sotto accusa

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

L’e-voting Dai risultati Usa del 2004 a quelli più recenti in Scozia, i troppi errori della telematica

Patrizia Cortellessa

Ampiamente studiate e condannate da una nutrita schiera di comitati, commissioni ed istituti di esperti. Al centro delle polemiche le macchine per l’e-voting (voto elettronico) ma ad essere messo sul banco degli accusati è il voto elettronico nel suo insieme. Una premessa obbligatoria però, per non fare confusione. Non bisogna confondere il voto elettronico con lo scrutinio elettronico. Mentre nel secondo infatti l’operatore informatico inserisce i dati delle schede cartacee nel computer e poi le trasmette via telematica a un centro nazionale, nel voto elettronico gli elettori votano tramite touch screen (cioè esprimono il nome del candidato toccando lo schermo di un computer, che poi dovrebbe registrare la preferenza) oppure può essere usato un lettore a scansione ottica. Non è che ora siamo tutti più tranquilli, ma la distinzione era d’obbligo. Sistema – quello del voto elettronico – già usato in India, Venezuale, Estonia, Brasile ma, e soprattutto, negli Stati uniti. A proposito di Usa. Ancora non è dato sapere quanto possano essere considerate «democratiche» le elezioni del novembre 2004. Macchine inceppate in molti stati, seggi che non hanno aperto o hanno aperto in ritardo … e poi i «presunti brogli» nel conteggio – anzi, nel non conteggio – nell’Ohio e in Florida. Nel 13esimo collegio elettorale, dove c’è stato un margine di vittoria di soli 386 voti, circa 18.000 voti sembra siano spariti nel nulla. Le macchinette per il voto elettronico non li hanno inclusi nei loro conteggi finali e non era stato fatto un backup per il riconteggio. Lasciando gli Usa in retromarcia, non si può non ricordare le elezioni-scandalo del 2000, quando in alcune contee spesso il numero dei votanti non coincideva il numero dei voti. In alcune si sono registrate addirittura affluenze record: 123 per cento. Nell’Ohio, su 638 voti, 260 sono andati a Kery e 4.258 a Bush. La matematica a volte sembra essere veramente solo un’opinione. Bush «conquistò» la Florida per soli 537 voti, dopo un mese di conta e riconta delle schede e con l’ultima parola data a una Corte Suprema di tendenze repubblicane.
Sicurezza e democrazia. Sicurezza della democrazia. Il problema è serio, al centro di contestazioni e polemiche. Serie. Non si tratta di usare l’e-voting per una transazione finanziaria o di controllare via internet le operazioni con la nostra banca . Qui i pochi voti non registrati mettono a capo di uno stato un presidente o l’altro. E affossano definitivamente la fiducia degli elettori verso quelle «le regole democratiche» che sono chiamati a «rispettare».
Secondo «Proteggere le elezioni», una struttura messa su da varie organizzazioni tra le quali l’Associazione nazionale per la promozione degli afroamericani (Naacp) dal nome, nelle prime ore dopo l’apertura dei seggi nelle elezioni Usa di metà mandato -, erano stati registrati oltre 250 disguidi nell’Ohio (nelle presidenziali del 2004 i democratici denunciarono brogli), e un numero variabile tra 51 e 250 in altri Stati tra i quali New York, California, Texas, Florida, Arizona, Michigan, Georgia, Tennessee.
L’ultimo allarme arriva invece dalla Scozia, dove i nazionalisti hanno vinto le elezioni conquistando al parlamento un seggio più dei laburisti. Una vittoria importante per il partito che vuole l’indipendenza dal Regno Unito. Un risultato che ha scosso Tony Blair e il Labour pure. Anche in questo caso sono state tante le polemiche sullo spoglio e sul conteggio elettronico dei voti. Ma ad allarmare di più è stato leggere qualche pagina dello studio particolareggiato redatto da Open Rights Group ( http://www.openrightsgroup.org), che in un dettagliato report rilancia: «il voto elettronicio è una minaccia per la democrazia» (notizia sulla news della Bbc del 22 giugno 2007)
E quel che è successo in Scozia sembra nelle recenti elezioni del 3 maggio sembra proprio esserne la riprova. In molti Stati le macchine si sono inceppate e i seggi hanno aperto in ritardo. L’utilizzo di nuovi sistemi di conteggio elettronico ha fatto sì che almeno 100.000 voti siano stati classificati come «documenti guasti». Nello spoglio, diversi conteggi dei voti sono stati sospesi. In alcune corse – ad esempio, il computo delle schede scartate era maggiore del margine di vittoria di alcuni candidati.
Altro che futuro del voto in rete.

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Psicologia di guerra e di felicità

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

 

F. C.

Intorno al premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, nei giorni scorsi si è tenuto a Roma un incontro importante: «Psicologia ed economia della felicità: verso un cambiamento dell’agire politico». E’ la conferma che anche in Italia, almeno nei circoli accademici più aperti, la riflessione intorno ai limiti dell’economia classica e dell’Homo oeconomicus, è ormai sviluppata. L’economia dei comportamenti è arrivata da tempo a far cadere molte illusioni sulla razionalità dei mercati e dei loro attori e, contemporaneamente, la psicologia, ora associata alle neuroscienze, va portando contributi riguardo al come le persone e le organizzazioni prendono le decisioni, sia quelle minute che quelle strategiche. C’è dunque anche un impatto sulla politica, anche se la tavola rotonda finale, con i politici italiani, appunto, è risultata assai deludente. «Felicità» e «Ben-Essere» sono purtroppo trattati nel nostro paese come cose da riviste di salute o di stili di vita, mentre questi studiosi ci dicono che dalla loro soddisfazione o meno dipende lo stato delle nazioni e persino delle democrazie
Un saggio abbastanza recente dello stesso Kahneman, pubblicato nel gennaio scorso sulla rivista Foreign Policy, può far capire la portata dei problemi. Esso cerca di spiegare, sulla base di decenni di ricerche della moderna psicologia perché al momento di prendere le decisioni «I falchi vincono sempre», raccogliendo il consenso dei decisori, mentre le colombe, propense alla diplomazia e alla trattativa soccombono quasi sempre. Attenzione, lo studioso non sostiene che i falchi abbiano necessariamente torto; qualche volta hanno ragione, come nel caso dell’intervento militare durante al Seconda Guerra Mondiale. Quello che si nota, tuttavia, è che i politici (ma anche i manager, in genere i decisori) scelgono facilmente la linea dura e conflittuale, e questo per una serie di errori cognitivi che la psicologia ha da tempo studiato, anche in situazioni di laboratorio. Tipico per esempio, è l’eccesso di ottimismo rispetto a se stessi e alle proprie forze, accompagnato da una incapacità a valutare le proposte altrui, soltanto per il fatto che vengono da un nemico. Anche così scoppiano le guerre.

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Blair re degli spin doctor

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

Abile retorica di Blair, re degli spin doctor

Il premier britannico prima di andarsene attacca i media e, soprattutto, l’Independent che non gli ha perdonato la guerra all’Iraq

Franco Carlini

La reazione della gran parte dei media inglesi al discorso di Tony Blair sul rapporto tra politica e informazione è stata di rigetto. Egli del resto l’aveva previsto e aveva terminato il suo ragionare con questa frase a effetto, destinata a rafforzare l’immagine di uno che parla chiaro: «Dunque questi sono i miei pensieri. Ho esitato prima di tenere questo discorso. So che molti lo getteranno nel cestino. Ma so anche che queste cose dovevano essere dette».
Il discorso è stato tenuto il 12 giugno al Reuters Institute e in rete lo si trova completo, insieme alla registrazione video. È stato ripreso (parzialmente e con qualche arbitrario riassunto) dalla Repubblica del giorno dopo, che al tema ha dedicato anche un «Diario» di approfondimento venerdì 15 giugnbo, un inserto che si apre curiosamente con un’appassionata difesa del primo ministro inglese, a firma del giornalista John Lloyd (http://www.repubblica.it/diario/2007/index.html?ref=hpsbsx).
Alle critiche di Blair giornali e giornalisti del suo paese hanno risposto soprattutto in un modo: da che pulpito viene la predica! Proprio lui che in cento occasioni ha cercato di manipolarci e sviarci, lui il principe degli spin doctor, pretende di darci lezioni. Lui, che ha mentito a noi e al suo paese, a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Invece Lloyd, l’ineffabile, sostiene che sono i suoi colleghi a mentire dando del mentitore a Blair perché i servizi di intelligence questo gli avevano raccontato. L’affermazione di Lloyd è un esempio di cattivo giornalismo: forse egli immagina che i lettori italiani siano distratti e che abbiano dimenticato le indagini giudiziarie e parlamentari che hanno definitivamente chiarito come l’intelligence britannica venne forzata dal primo ministro a plasmare le proprie relazioni, di modo che potessero giustificare l’intervento. Questa storia è tutta scritta e nota e non aveva bisogno di una ulteriore menzogna, per di più sul secondo quotidiano italiano.
Il testo di Blair è comunque interessante per la sua abile costruzione e per le retoriche che usa. Esso inizia con un doveroso ma rituale omaggio alla libertà di informazione: «dei media liberi sono una parte vitale di una società libera», precisando tuttavia che della libertà fa parte anche al critica ai media, che egli intende sviluppare, senza peli sulla lingua, per così dire. Qui si inserisce la prima mossa retorica: l’esibizione di modestia. Con un tono retrospettivo di sincerità e autocritica, Blair riconosce che nei primi tempi del suo potere cercò di avere con i media un rapporto complice, in sostanza cercando di persuadere e convincere. Un po’ di spin doctoring, insomma.
Aggiunge che il rapporto tra i due poteri è stato sempre stato difficile, ma che oggi è peggiorato e questo è un problema. Peggiorato perché è cambiato il contesto dei media. Qui l’analisi è ragionevole: i media sono più frammentati, perdono pubblico, l’informazione oramai avviene 7 giorni su 7, 24 ore su 24, le persone si alimentano dell’internet e dai blog.
Perciò i media (egli pensa soprattutto a quelli tradizionali) si trovano a seguire come unico criterio quello del massimo impatto, in un mercato che per loro si va restringendo.
Adesso si inserisce la frase ad effetto, quella destinata ad alimentare i titoli dei giornali, fatto del quale Blair (o chi gli ha scritto il discorso) è certamente consapevole; si tratta di un effetto voluto: la paura di perdere qualcosa di importante, fa sì che oggi i media vadano cacciando in branco. «In tali circostanze sono come una belva selvaggia, che fa a pezzi le persone e la loro reputazione».
Da qui gli scandalismi, il pregiudizio negativo che vede nell’azione dei politici sempre qualcosa di oscuro e di riprovevole, nonché il peso eccessivo dato ai commenti e alle opinioni, le quali diventano fatti anche quando sono solo battute. Ma fatt che i politici non possono trascurare e che sono obbligati a inseguire smentendo e correggendo. Una rincorsa continua, un processo continuo e ansiogeno di perenne «crisis management».
L’unico esempio citato esplicitamente è il quotidiano The Independent, che sarebbe sempre più un viewspaper (cioè portatore di punti di vista), anziché un newspaper, portatore di notizie. La polemica con l’ Independent e la citazione delle sue corrispondenze dal Medio Oriente sembra indicare che Blair abbia trovato particolarmente fuori posto i servizi del famoso (e non allineato) giornalista Robert Fisk.
A questo punto Blair, si dedica a un altro esercizio di retorica: «sto per dirvi qualcosa che pochi osano dire pubblicamente, ma che molti sanno essere assolutamente vero: oggi un importante aspetto del nostro lavoro (..) consiste nel far fronte ai media, al loro peso e alla loro continua iperattività. Talora ciò è letteralmente opprimente».
Non c’è da dubitarne, ma all’analisi manca un tassello e precisamente questo: in realtà i media tradizionali e i politici giocano esattamente la stessa partita e fanno parte della stessa casta. Quello che i giornali pubblicano in parte è destinato al grande pubblico (che si tratti di Kate Moss con la polvere bianca o dei reali d’Inghilterra), ma una parte rilevante viene giocata in complicità con i poteri e per fini di potere. Le dichiarazioni che i politici si affanno a diramare, e altri a smentire, , dovrebbero legittimamente essere da considerarsi dei fattoidi, e invece vengono promosse a rango di fatti.
Nella parte finale Blair confessa di avere creduto e sperato che i nuovi media potessero servire di correttivo ai difetti dei grandi giornali e network televisivi. Ma ora è giunto alla conclusione che «in realtà le nuove forme possano essere anche più pericolose, meno bilanciate, più interessate all’ultima teoria del complotto, moltiplicata per cinque».
In sostanza, letto e riletto l’ultimo Blair, si possono trarre queste seguenti provvisorie conclusioni:
1. Non c’è alcuna seria autocritica da parte del politico nel modo con cui dialoga (o confligge) con i media. Essi sono da un lato sopravvalutati e dall’altro guardati con pregiudizio negativo di chi anziché apprezzare il ruolo dei watchdog, li considera pregiudizialmente nemici e se ne sente perseguitato – il che per uno che ha avuto e forse contrattato l’appoggio dei media di Rupert Murdoch è quantomeno curioso.
2. La riproposizione dei fatti separati dai commenti non è mai stata vera, essendo pura ideologia: anche i fatti, per come sono scelti e impaginati, sono sempre dei punti di vista soggettivi di giornalisti e direttori.
3. Tutto l’approccio di Blair è all’insegna dell’antico. Egli vede i media, vecchi e nuovi come canali di una comunicazione dall’alto in basso. Glie lo ha dovuto ricordare un anziano signore come Tim Gardam, presidente del comitato direttivo del Reuters Institute Steering, già alla Bbc e a Channel 4: «L’internet ha distrutto queste vecchie certezze. La sua traiettoria della comunicazione non è verticale ma orizzontale – reti di conversazioni che trovano il loro percorso attraverso un argomentare non strettamente determinato e dove ognuno può unirsi e avere parola. Questo è un paradigma differente, dove l’efficacia della politica non dipende dal potere del messaggio o dal carisma dì chi lo emette ma da come si gestisce la conversazione che da esso fluisce».

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Elezioni YouTube

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

YouTube e Cnn annunciano al mondo l’era delle elezioni americane online

L’emittente americana e il popolare sito di condivisione video: il 23 luglio e il 17 settembre 8 candidati alle presidenziali parteciperanno a una tribuna politica che nulla ha a che fare con la tradizione

Alessandra Carboni

I dibattiti dei candidati alle presidenziali degli Stati uniti fanno parte della tradizione elettorale a stelle e strisce: uomini politici in abito scuro rispondono alle solite domande poste in modo formale e cortese da un’audience silenziosa, seria e rispettosa, composta da cittadini americani.
Difficilmente può accadere qualcosa di imprevedibile, tutto è sotto controllo, e gli aspiranti al ruolo di presidente si sentono al sicuro nell’atmosfera ovattata dell’auditorium in cui si svolge l’incontro. Così sono andate le cose fino a ieri, ovvero fino a prima che YouTube e Cnn comunicassero al mondo che nei giorni del 23 luglio e del 17 settembre 8 candidati alle presidenziali parteciperanno a una tribuna politica che nulla ha a che fare con la tradizione.
L’emittente americana e il popolare sito di condivisione video hanno infatti annunciato la nascita dell’era 2.0 dei dibattiti politici, che per la prima volta si svolgeranno anche online coinvolgendo attivamente gli internauti, nello specifico gli utenti di YouTube, i quali sono invitati a porre delle video-domande, ovvero dei video impersonati da loro stessi, magari arricchiti con immagini o musica che aiutino a comunicare in modo più efficace ciò che desiderano sapere e qual è il loro punto di vista.
Improvvisamente, l’immagine dei dibattiti cambia e la vecchia routine elettorale viene rivoluzionata: gli interlocutori seriosi lasciano il posto a ragazzi in abiti casual colorati, che gesticolano animatamente mentre pongono la propria questione al politico di turno.
Senza peli sulla lingua e senza curarsi di forma e formalità, potranno anche cantare il loro quesito, prendendosi anche la libertà di sottolineare le contraddizioni e gli errori che caratterizzano la carriera del politico cui si rivolgono.
Anche se qualche forma di filtro ci sarà: Cnn si occuperà della produzione dell’evento e della selezione delle video-domande che saranno trasmesse alla presenza dei candidati interessati (e in diretta sul canale dell’emittente), mentre YouTube selezionerà chi, tra i suoi utenti, potrà sedere tra il pubblico durante i confronti.
Nella prima data in programma si terrà il dibattito tra i democratici, nella seconda quello dei repubblicani, ma gli utenti di YouTube possono inviare le proprie creazioni già da oggi.
«YouTube offre a elettori e candidati uno strumento di comunicazione che sarebbe stato inimmaginabile durante le passate elezioni», ha dichiarato Chad Hurley, amministratore delegato e co-fondatore del sito di video, aggiungendo che «per la prima volta nella storia dei dibattiti presidenziali, i votanti di tutto il Paese avranno la possibilità di fare una domanda in formato video al futuro presidente degli Stati Uniti e ascoltare la sua risposta».
Come riferisce CNet, entrambi i promotori dell’iniziativa auspicano che le domande si dimostrino rilevanti quanto le risposte che i candidati forniranno. Gli utenti di YouTube sono incoraggiati a utilizzare audio e immagini a loro piacimento nella produzione dei 30 secondi di video loro concessi per la formulazione del proprio quesito.
«Speriamo di ricevere domande che si spingano oltre ciò cui siamo abituati. Tuttavia non tollereremo alcuna oscenità o contenuti non appropriati. Ma siamo certi che gli utenti saranno estremamente creativi», ha dichiarato David Bohrman, senior vice president di Cnn. «Il coinvolgimento della comunità online consentirà (come mai prima d’ora) a questi dibattiti di raggiungere un maggior numero di utenti e potenziali elettori», ha sottolineato il presidente di Cnn Worldwide, Jim Walton, confermando come l’internet stia assumendo un ruolo sempre più importante anche nel confronto politico.

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Ricucci, un ciclone in stile «noantri»

Posted by franco carlini su 17 giugno, 2007

il manifesto, 17 giugno 2007

FRANCO CARLINI

Parla Ricucci: i sette verbali finora segreti dell’immobiliarista romano, stanno per essere depositati agli avvocati, ma sono comparsi in anteprima su due paginate di Repubblica, la prima di alcune puntate. Il format è inconsueto, perché l’autore, Giuseppe D’Avanzo, mescola scenari e suoi commenti alle virgolette estratte dagli interrogatori. Quelle citazioni ovviamente sono le parole di una persona sotto accusa, che ha un legittimo interesse a difendere se stesso, in quello che dice come in quello che non dice. Il personaggio Ricucci, peraltro, ha una sua genuina schiettezza: magari userà quel tono sciolto per ingraziarsi chi lo interroga, ma non si sfugge alla sensazione che, almeno in parte, ci sia del vero nei fatti e soprattutto nel clima che descrive.

Le cose da lui dette in gran parte le si era intuite, ma ne viene la conferma: in quell’estate si svilupparono tre operazioni in parallelo, l’una per la conquista della banca Antonveneta da parte del signor Fiorani della Popolare di Lodi; l’altra per il Corriere della Sera, la terza per la Bnl, da parte di Consorte-Unipol. In ognuna di queste operazioni c’era uno sfondo e un interesse politico, del centro destra nei primi due casi, dei Ds nel terzo. Le due scalate bancarie avevano protagonisti in parte coincidenti e si coprivano l’una con l’altra.

Dello svolgimento delle operazioni i politici erano informati – e anche questo non è nuovo: Berlusconi stava prudentemente defilato, ma veniva aggiornato regolarmente attraverso suoi uomini e comunque ricevette una telefonata entusiasta di Fiorani quando la conquista di Antonveneta sembrava fatta. Delle telefonate con cui Consorte informava e riceveva incoraggiamento da Fassino, and Co. tutto ormai si sa, e Ricucci non aggiunge nulla. Un elemento nuovo è quel 10 per cento di azioni di Bnl che pare fosse sotto il controllo di oscuri argentini, ma in alleanza con Gaetano Caltagirone. Qui Ricucci evoca timori per la sua stessa vita e la butta in massoneria. Per allargare il campo ricorda di aver assistito a telefonate di Caltagirone al genero Casini, parlandosi tranquillamente di assegni. Immediato l’annuncio di querela del capo dell’Udc.

Nelle soap opera le puntate chiudono sempre con un elemento di drammatizzazione, di modo che si debba aspettare il giorno dopo per togliersi la curiosità. In questo caso Repubblica lascia le virgolette sospese a proposito del ruolo di Berlusconi nella scalata al Corriere.

Il sindaco di Roma, pienamente impegnato nel difendere il futuro partito che intende dirigere, stigmatizza: «Vorrei sapere perché riemergono, due anni dopo, le dichiarazioni di un personaggio come Ricucci, volte a spargere veleno su persone che onorano la vita istituzionale del nostro Paese (probabilmente allude Casini; ndr), sulla vita economica della mia città (probabilmente allude Caltagirone; ndr) e del mio Paese».

La dichiarazione di Veltroni è improvvida e la risposta al «perché» che lo affligge sta nei libri di scuola di diritto: i processi vengono fatti in nome del popolo italiano, in luoghi pubblici e con atti pubblici. Prima si depositano e si celebrano, meglio è. Se Ricucci ha diffamato si prenderà una condanna – ma si ricordi che l’imputato non è obbligato a dire il vero. Però ognuno di noi ha diritto di sapere che cosa è successo quell’estate, anche attraverso la voce dei protagonisti di parte.

E meglio sarebbe che quegli atti non fossero scelti e formattati da nessuno quotidiano, ma messi alla lettura di tutti, come avvenne in rete con il rapporto su Clinton e la sua stagista. In ogni caso siccome era un’estate torbida è bene che il fango ribolla per poi depositarsi in una verità almeno processuale.

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Elettronica al guinzaglio

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

FRANCO CARLINI

Il successo dell’internet ne può provocare la rovina. Ma questo rischio va evitarto assolutamente, intanto prendendone coscienza, per conservarne invece il carattere «generativo». Questa la tesi di Jonathan Zittrain, uno dei fondatori del «Berkman Center for Internet and Society», che a sua volta fa parte della facoltà di legge di Harvard. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: essendo l’internet diventata fenomeno di massa a metà degli anni ‘90, ha perso inevitabilmente parte del suo carattere libero e disinteressato; è divenuta luogo di affari (e passi), ma anche di crimini un po’ di tutti i tipi. Luogo insicuro per la privacy, per le transazioni commerciali, per virus e spam che la infestano a tassi crescenti. L’abuso che i raider vanno facendo di questo spazio libero e bene comune ha fatto crescere a dismisura le tecnologie di protezione, allo stesso modo che un eccesso di malefatte da anni ci obbliga a entrare in banca attraverso asfissianti gabbiotti e a buttare via lo shampoo prima di imbarcarsi in aereo, per controlli di sicurezza, spesso più simbolici che reali.

Zittrain osserva con preoccupazione questo fenomeno e fa notare, anche in un recente saggio sulla Harvard Business Review, come una risposta già in atto all’insicurezza sia quella di proporre apparati sempre più «al guinzaglio» (tethered) i quali però hanno la sgradevole conseguenza di limitare l’uso creativo (la «generatività») delle tecnologie digitali. Se i computer collegati alla rete sono sempre più esposti a invasioni minacciose, ecco allora che molti vagheggiano di trasformarli di nuovo in terminali stupidi (dumb) e cioè capaci sì di navigare, ma senza la possibilità di scaricare alcunché, di lecito né di illecito. Né musiche Mp3 pirata ma nemmeno nuovi software innovativi.

La tentazione è forte. Viene suggerita sull’onda delle preoccupazioni per la sicurezza, ma ha anche motivazioni, di tipo mercatile: lettori Mp3 al guinzaglio possono meglio consentire di combattere la «pirateria» dei contenuti digitali, proteggendo il copyright per l’eternità, tuttavia impedendo ogni uso creativo o personalizzato di harware e software. Analogamente un’azienda dotata di terminali stupidi eviterà che i suoi dipendenti si installino Linux invece di Windows e chissà quali altri software fuori standard. Il fenomeno è già ben visibile nella telefonia mobile dove i gestori delle reti cellulari impongono ai costruttori di apparati quali software e prestazioni essi debbano contenere e quali no. In diversi casi, per esempio, viene inibita la possibilità dei cellulari di collegarsi attraverso punti di accesso WiFi, oppure di usare il software telefonico Skype.  L’innovazione viene frenata, controllata, anzi inibita.

Tutto ciò è un bel passo indietro rispetto alla «rivoluzione» dei personal computer, che ha permesso a chiunque, dai primi anni ’80, mi approvvigionarsi dei programmi più diversi dai più diversi produttori. Da quando poi i personal sono in rete, comprare e scaricare con un clic è operazione immediata. E tutto ciò ha consentito un flusso continuo di invenzioni, applicazioni e novità, quali entusiasmanti, quali scadenti.

Delinquenza e insicurezza sono fenomeni reali, ma offrono anche una buona scusa alle industrie per riprendere il controllo dello spazio digitale che il Pc prima e la rete dopo hanno minato. Anche i clienti possono essere allettati: ti do un telefono che fa poche cose che io, azienda, ho deciso siano le migliori per te. Funziona bene, è protetto e noi continueremo ad aggiornarlo: perché dovresti desiderare un cellulare dove poter intervenire, aggiungere software e magari fare dei pasticci? Questa filosofia del tutto compreso e inscatolato è stata di recente riproposta da Steve Jobs, presentando il prossimo cellulare della Apple, l’iPhone: «Noi definiamo ogni cosa che ha da esserci sul telefono. Voi non desiderate che il vostro telefono sia come un Pc. L’ultima cosa che volete è di caricarvi tre applicazioni,  poi cercare di fare una telefonata e scoprire che non funziona per niente».  

Sembra un percorso segnato: oggetti facilissimi da usare, dove il costruttore ha deciso in anticipo cosa possono fare e cosa no. Essendo collegati in rete sarà sempre lui, il costruttore, ad aggiornare il loro software, aggiungendo o togliendo, a sua discrezione. Scatole nere, che non si possono aprire. Automobili che funzionano bene finché funzionano, ma delle quali non si possa aprire il cofano nemmeno per cambiare una candela. Reti più sicure significa dire anche, inevitabilmente, reti più controllate e soprattutto eterodirette.

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Bisogno di democrazia nei mondi virtuali

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

AGOSTINO GIUSTINIANI

 

Valter Veltroni nei giorni scorsi ha messo in guardia i promotori del partito democratico dal fare «un partito Second Life», cioè virtuale, lontano dalla realtà e dalle masse. Giusta aspirazione, ma il sindaco di Roma, notoriamente appassionato di rete e tecnologie, potrebbe anche utilmente fare l’operazione opposta, e cioè  chiedersi se dal cosiddetto mondo virtuale non ci sia qualcosa da imparare per costruire una politica e una democrazia adeguate ai tempi del mondo reale.  Leggiamo per esempio quanto il signor Hilmar Petursson ha dichiarato al New York Times: «la percezione è la realtà, e se una parte della nostra comunità pensa che facciamo dei favoritismi, questo per loro è vero, indipendentemente dal fatto che sia davvero vero o falso». E aggiungeva: «Il nostro non è un computer game, è una nazione emergente e dobbiamo rispondere alla accuse di corruzione . Un governo non può limitarsi a dire ‘noi non siamo corrotti’. Nessuno lo crederebbe. Invece per mantenere la fiducia della popolazione occorre creare trasparenza e delle istituzioni robuste e controllate». È un’ottima idea di governance, da vero politico.

Ma c’è un particolare: Petursson è il Chief Executive di un’azienda di Reykjavik in Islanda, chiamata CCP, che opera da anni in quel mercato che gli specialisti chiamano MMOG (Massively Multiplayer Online Games) dove moltissimi giocatori, da tutte le parti del mondo, usando le connessioni di rete, si sfidano in scenari medievali o di fantascienza. Il suo gioco più noto si chiama Eve Online (www.eve-online.com) e la sua concezione è questa: avendo gli umani consumato tutto le risorse della Terra, i giocatori partono con le loro astronavi per colonizzare la Via Lattea, nostra galassia.  Per farlo si organizzano e stringono alleanze, comprano e vendono beni, in un contesto ipercompetitivo. Nelle settimane scorse una di queste alleanze, chiamata Goonswarm (alla lettera «sciame di teppisti») ha avanzato formale protesta contro i gestori di Eve-online, sostenendo che i tecnici del gioco stavano favorendo illegittimamente, via software, un’altra delle organizzazioni, la BOB, ovvero la Band of Brothers.

 

Le cose sono effettivamente assai complicate in quel mondo: lo spazio è suddiviso in zone e solo una, l’Empire Space, è sicura e libera. Molto altro spazio, tutto quello che viene chiamato 0.0  è terra incognita e pericolosa, dove è rischioso avventurarsi. E poi le organizzazioni sono a loro volta divise in sottogruppi. Uno di questi, che appartiene alla Band of Brothers, si chiama Evolution e il suo leader, soprannominato SirMoll, dichiara: «Il nostro obbiettivo è di controllare l’intero spazio 0.0 e quando l’avremo fatto procederemo passo passo fino a controllare tutto l’impero». 

Questo lo sfondo delle recenti polemiche politiche, cui la società islandese ha deciso di rispondere praticando trasparenza e democrazia e cioè organizzando libere lezioni tra gli iscritti a Eve-online.  Sono 200 mila circa e in ogni  momento della giornata circa 30 mila di loro sono connessi; è infatti un gioco molto coinvolgente, quanto a tempo, sfide e passioni. Nove verranno eletti a suffragio universale, per costituire un organismo di controllo e consulenza; verrà loro pagata anche una trasferta Reykjavik, di modo che possano confrontarsi F2F (faccia a faccia) con i gestori e i programmatori.  Di per sé questo può apparire uno scimmiottamento digitale della democrazia reale: nei metamondi infatti più che inventare nuovi ambienti spesso si ricostruisce, grosso modo, quello che avviene nel primo, di mondo. Ma non si tratta solo di questo: la doverosa reazione dell’azienda CCP prende atto che nell’internet i rapporti di potere cambiano e non sono gli stessi che nelle nazioni; le barriere tra governanti e governati sono strutturalmente più basse e i «popolani» danno per scontato che il prendere la parola e il contare siano parte costitutiva dei loro diritti «naturali». E le aziende della rete devono adeguarsi, pena la perdita di credibilità.

La seconda lezione che viene da questo episodio riguarda il peso della tecnologia, la quale di per sé non «determina» gli eventi sociali, ma certamente ne influenza gli sviluppi, sia in senso negativo che  positivo. Il mondo dei videogiochi online si è finora sviluppato attraverso dei software chiusi e proprietari: un’azienda inventa un gioco, diciamo World of Warcraft, il più famoso, attiva sui suoi server una piattaforma adeguata e chiede agli utenti di scaricare un altro pezzo di software, il client. Il client informa il server lontano delle mosse fatte dal giocatore e viceversa il server manda al cliente le informazioni sulle mosse degli altri partecipanti. Ogni gioco impiega un software diverso.

Ora un gruppo di programmatori (tra di loro ci sono anche due che negli anni ’90 crearono il software di navigazione internet chiamato Netscape, e che sono rimasti affezionati alla filosofia open) va creando una piattaforma aperta per i giochi Mmog. Si chiama Multiverse (www.multiverse.net) e si propone come possibile standard universale, di modo che ognuno possa creare il suo metamondo, ma compatibile e dunque persino collegabile agli altri. Questa è una brutta notizia per i proprietari di piattaforme esclusive, per esempio per i Linden Lab di Second life che fino ad ora si sono trovati in una piacevole situazione di quasi esclusiva: oggi se un ministro come Di Pietro, o un’azienda come Ibm, vogliono avere una presenza virtuale, con avatar, palazzi e palazzine facilmente lì andranno. Se invece si diffondono le piattaforme aperte, allora sarà agevole costruirsi isole di bit, piegando il software (che è aperto) alle proprie esigenze e senza sottostare alle tirannie tecniche di Second Life o di Eve-online. Si potrebbero costruire metamondi tra di loro collegati, così come si sono realizzati siti e pagine, collegati dal web.

Edward Castronova, professore alla Indiana University è uno dei massimi studiosi dei mondi-giochi virtuali. Per analizzarli, anche dal punto di vista del loro impatto economico, a suo tempo ha ricevuto un finanziamento dalla Fondazione  MacArthur. Ora, intervistato dal settimanale The Economist, si dice molto fiducioso in questi nuovi sviluppi: «Siete i n un mondo, cliccate e vi trovate in un altro», magari saltando dalla Via Lattea ad Atlantide.   

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Meglio bonobo che liberisti

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

SARAH  TOBIAS


La scena, osservata dal vivo da
Jonas Eriksson, studioso del comportamento dei primati, è questa: un gruppo di bonobo sta cibandosi, ma a un certo punto un maschio del gruppo comincia a comportarsi aggressivamente verso una femmina con il suo piccolino. Allora tutte le femmine del gruppo si coalizzano contro l’aggressore e lo picchiano per ben mezzora. Lui e gli altri maschi se la battono. La zona è il parco nazionale Salonga  nel bacino centrale del fiume Congo.

I bonobo (Pan paniscus) sono un po’ come gli scimpanzè (Pan troglodytes), ma sono anche molto diversi nei comportamenti. In particolare hanno una vita di gruppo molto pacifica e rilassata. Sono famosi, tra le altre cose, per la loro simpatica tendenza a risolvere le tensioni e i conflitti  interpersonali con pratiche erotiche omo ed eterosessuali: carezze, sbaciucchiamenti, stimolazioni reciproche, accoppiamenti (frontali). Il tutto in una struttura sociale largamente centrata sulle femmine, appunto.

Perché allora una tale esplosione di violenza contro il maschietto aggressivo? Gli studiosi del comportamento animale cercano di solito le spiegazioni «materiali» e deterministiche. Una possibilità dunque potrebbe essere questa: le femmine erano imparentate e dunque condividevano una parte del patrimonio genetico; perciò difendendo madre e piccolo, proteggevano istintivamente il loro stesso dna, assicurandone la propagazione. Questo altruismo tra parenti avrebbe un fondamento genetico. Le cose stavano davvero così? I ricercatori risolsero il dubbio seguendo pazientemente i bonobo, classificandoli uno per uno, raccogliendone le feci e spedendole in Europa per le analisi; da queste venne estratto e analizzato il dna per verificare il grado di parentela dei diversi individui. Certamente il dna si sarebbe potuto ricavare anche da peli, saliva o sangue, ma in tal caso sarebbe stato necessario catturare gli animali, creando agitazione e turbamenti e mettendo in atto pratiche invasive.

Il risultato delle analisi dimostrò che le femmine di bonobo erano pochissimo imparentate tra di loro, invece provenivano da gruppi diversi che ognuna di loro, aveva a un certo punto lasciato per costituirne uno nuovo, con forte solidarietà interna femminile. Anche nella vita quotidiana cooperano nella raccolta del cibo, prevalentemente frutti, e nella divisione egualitaria all’interno; i maschi pazientemente aspettano il loro turno di mangiare.

Tutto ciò è molto diverso da quanto succede tra gli scimpanzè sull’altra riva del fiume Congo: dove le società sono a dominanza maschile e molto più rissose.  Esistono due spiegazioni al riguardo: la prima ha a che fare con la relativa abbondanza di cibo facilmente reperibile nelle terre dei bonobo; se c’è abbondanza i gruppi e i singoli individui hanno meno motivi di conflitto per accaprasi tale risorsa scarsa. La seconda spiegazione ha anch’essa a che fare con il dilemma scarsità-abbondanza, in questo caso di rapporti sessuali. Le femmine di scimpanzè sono disponibili all’accoppiamento solo per pochi giorni al mese e lo segnalano ai maschi con una particolare colorazione dell’organo sessuale; in quei pochi giorni allora la gara tra i maschi per fecondarle è intensa e dura ed è in queste situazioni che si creano le gerarchia maschili. Le femmine di bonobo invece non hanno tale limitazione e i rapporti sessuali avvengono sempre, anche se ovviamente non sono sempre fecondi. Da questi due elementi deriva, secondo gli studiosi, il comportamento particolarmente pacifico e rilassato dei bonobo: non c’è motivo di litigare per il cibo né per il sesso. Chi sostiene che la competizione è la radice di ogni progresso laggiù non avrebbe molto seguito.

Tra i primati gli scimpanzè e i bonobo sono i quelli più vicini agli umani, sia dal punto di vista genetico (il dna coincide al 98 per cento) che da quello evolutivo: i rami tra noi e loro si separarono circa sei milioni di anni fa. Le somiglianze sono così forti che alcuni studiosi eretici hanno persino proposto che anziché chiamarli Pan, anch’essi andrebbero classificati nel genere Homo, come avviene per H. neadertalensis o per H. erectus. Proposta rigettata sia per motivi storici, che per mantenere un fossato ben profondo tra noi, culmine della creazione, e gli altri, animaleschi. Ma forse è giusto così perché purtroppo abbiamo perso molte delle virtù dei cugini bonobo e raramente pratichiamo le loro civiche virtù solidali e pacifiche. In compenso li abbiamo portati sulla via dell’estinzione e così non ci saranno più imbarazzanti confronti.

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UK: task forca per la democrazia

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

EVA PERASSO

Il leader dei conservatori britannici David Cameron punta tutto sulla rete. Lo fa apertamente, annunciando che il suo partito, oggi all’opposizione, quando governerà non farà gli errori grossolani dell’era Blair. Promette che la sua Democracy task force, impegnata sul fronte dell’e-democracy e del governo elettronico, si impegnerà attivamente nel permettere ai cittadini di partecipare alla vita politica, proprio attraverso l’internet. Una delle polemiche più acute riguarda lo stile di governo dei laburisti, spesso definito «sofa government», caratterizzato da un verticismo che ha tagliato fuori non solo il parlamento, ma anche molti dei ministri.

La pietra dello scandalo, secondo il capo dell’opposizione, è la fallimentare esperienza di Blair con il sito e-petitions  (http://petitions.pm.gov.uk/) che in teoria permette di creare petizioni online e di portarle così all’attenzione dell’agenda politica britannica. Un’idea buona sulla carta che però, come spesso è sfuggita di mano alle autorità. Emblematico il caso della petizione per la revisione del piano sulle tariffe stradali. Nonostante gli 1,6 milioni di firme contrarie, la risposta di Blair è stata una lettera, inviata via e-mail ai firmatari, in cui erano spiegate e ribadite le politiche tariffarie del governo: dunque nessuna apertura alle richieste dei cittadini.

Ma, proprio dove Blair ha fallito, Cameron vuole dilagare. Intanto grazie ai suoi siti,. Quello ufficiale, da parlamentare, e soprattutto quello innnovativo (http://www.webcameron.org.uk/) con stile più informale.  Alle spalle del sito c’è  un esperto di comunicazione internet, l’ex-Google Sam Roake, che propone  molti video, nei quali il leader dei Tories viene ripreso sul treno a parlare di criminalità giovanile al ritorno da un viaggio in una comunità, oppure per strada, con rumori di fondo e luci imperfette, l’aria rilassata e intima. Non mancano i post di David che mescolano riflessioni politiche a considerazioni personali, o la sezione con gli articoli degli utenti e i loro quesiti. Ogni settimana Cameron risponde alle tre domande più votate dagli utenti (ora la più gettonata raccoglie 235 votazioni e numerosi, articolati commenti). Non mancano infine i contenuti generati dagli utenti del sito, ovvero foto e musiche condivise, il tutto incorniciato da una grafica semplice, ariosa, colorata, inequivocabilmente 2.0. Cameron sembra aver capito l’importanza di distinguere la comunicazione video online da quella broadcast tradizionale, al contrario di quasi tutti i concorrenti presidenziali americani, che ancora tendono a trasferire i linguaggi televisivi su YouTube e simili, pensando che sia solo una questione di rimpicciolimento dello schermo.

La nuova task force di Cameron vuole lavorare per far sì che gli argomenti sollevati nelle petizioni non decadano, ma invece possano anzi arrivare alla discussione in Parlamento, di modo che «i cittadini sappiano cosa i rappresentanti da loro eletti pensano dei temi a loro più cari», ha chiosato mister Cameron al microfono della Bbc.    

Certo, il lavoro della pubbliche amministrazioni, anche italiane, sui temi del governo e della democrazia elettronica insegna che se è abbastanza semplice creare una struttura tecnologica per incanalare la partecipazione dei cittadini, meno banale è poi usare questa presenza per cambiare le cose. Per immaturità dell’amministrazione stessa, per i cavilli burocratici, ma spesso perché tale strumento è un’arma a doppio taglio, che obbliga l’amministratore a cambiare la propria agenda dopo aver ascoltato il cittadino.

Al fondo c’è anche un grande equivoco: non c‘è infatti leader politico che non si dica proteso all’ascolto dei cittadini, specialmente durante le campagne elettorali (di solito un po’ meno una volta eletto). Ma l’ascolto, se ben inteso, comporta altre azioni che gli esperti di relazioni istituzionali come Toni Muzi Falconi, docente alla New York university, identificano nel «capire», «interpretare» e poi «decidere». Ognuno di questi passi non è banale: una protesta che emerga dal basso andrà dunque compresa nelle sue radici sociali, culturali e politiche e chiede una risposta dialogante, motivata e pubblica, anche quando negativa. Questo finora è stato uno dei grandissimi fallimenti del governo Prodi, volta per volta cedevolissimo di fronte ad alcune proteste (per esempio taxisti e notai) oppure apodittico nel non spiegare, e deciso nell’imporre, come nel caso della base Usa di Vicenza. Che cosa se ne faccia Romano Prodi di un portavoce unico del governo, da decenni esperto di Relazioni Pubbliche, usandolo solo come un emettitore di aggrovigliati comunicati stampa, resta un bel mistero.

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Tony Blair e i media, voce del tempo che fu

Posted by franco carlini su 13 giugno, 2007

Tony Blair, la politica e la stampa. La sua riflessione è aggiornata, il tono combattivo, gli aggettivi pesanti. Ormai in uscita dal ruolo di primo ministro, egli si va trasformando in pensatore e opinion maker.

Un lungo articolo di bilancio della sua esperienze è stato pubblicato dal settimanale The Economist il 31 maggio. Nei giorni scorsi, poi, il 12 giugno, ha tenuto una conversazione pubblica al Reuters Institute for the Study of Journalism, che ha avuto molto eco.

Il testo è disponibile in rete, dove si trovano anche la registrazione video e i primi commenti.Il discorso è stato ripreso (parzialmente e con qualche arbitrario riassunto) dalla La Repubblica del 13 giugno.

Il tema dell’ intervento era il rapporto, faticoso e conflittuale, tra la politica e i media. Questione di attualità anche in Italia, a proposito di dossier e intercettazioni pubblicate. Su questo tema Blair procede assai polemicamente, ma pone anche dei problemi veri.

Vediamo lo svolgimento del discorso (in corsivo i nostri commenti)

Esso inizia con un doveroso ma rituale omaggio alla libertà di informazione: «a free media is a vital part of a free society». Aggiungendo tuttavia che della libertà fa parte anche al critica ai media, che egli intende sviluppare, senza peli sulla lingua, per così dire.

Qui si inserisce la prima mossa retorica: l’esibizione di modestia. Con un tono retrospettivo di sincerità e autocritica, Blair riconosce che nei primi tempi del suo potere (13 anni) cercò di avere con i media un rapporto complice, in sostanza cercando di persuadere e convincere. Un po’ di spin-doctoring, insomma.

Aggiunge che il rapporto tra i due poteri è stato sempre stato difficile, ma che oggi è peggiorato e questo è un problema. Peggiorato perché è cambiato il contesto dei media.

Qui l’analisi è ragionevole: i media sono più frammentati, perdono pubblico, l’informazione oramai avviene 7 giorni su 7, 24 ore su 24, le persone si alimentano dell’internet e dai blog.

Perciò i media (egli pensa soprattutto a quelli tradizionali) si trovano a seguire come unico criterio quello del massimo impatto, in un mercato che per loro si va restringendo.

Adesso si inserisce la frase ad effetto, quella destinata ad alimentare i titoli dei giornali, fatto del quale Blair (o chi gli ha scritto il discorso) è certamente consapevole; si tratta di un effetto voluto:

La paura di perdere qualcosa di importante, fa sì che oggi i media vadano cacciando in branco. «In tali circostanze sono come una belva selvaggia, che fa a pezzi le persone e la loro reputazione».

Da qui gli scandalismi, il pregiudizio negativo che vede nell’azione dei politici sempre qualcosa di oscuro e di riprovevole, nonché il peso eccessivo dato ai commenti e alle opinioni, le quali diventano “fatti” anche quando sono solo battute. Ma “fatti” che i politici non possono trascurare e che sono obbligati a inseguire smentendo e correggendo. Una rincorsa continua, un processo continuo e ansiogeno di perenne “crisis management”.

L’unico esempio citato esplicitamente è il quotidiano The Independent, che sarebbe sempre più un viewspaper (cioè portatore di punti di vista), anziché un newspaper, portatore di notizie. La polemica con l’ Independent e la citazione delle sue corrispondenze dal Medio Oriente sembra indicare che Blair abbia trovato particolarmente fuori posto i servizi del famoso (e non allineato) giornalista Robert Fisk.

A questo punto Blair, si dedica a un altro esercizio di retorica: «sto per dirvi qualcosa che pochi osano dire pubblicamente, ma che molti sanno essere assolutamente vero: oggi un importante aspetto del nostro lavoro (..) consiste nel far fronte ai media, al loro peso e alla loro continua iperattività. Talora ciò è letteralmente opprimente».

Non c’è da dubitarne, ma all’analisi manca un tassello e precisamente questo: in realtà i media tradizionali e i politici giocano esattamente la stessa partita e fanno parte della stessa casta. Quello che i giornali pubblicano in parte è destinato al grande pubblico (che si tratti di Kate Moss con la polvere bianca o dei reali d’Inghilterra), ma una parte rilevante viene giocata in complicità con i poteri e per fini di potere. Le dichiarazioni che i politici si affanno a diramare, e altri a smentire, dovrebbero legittimamente essere considertai dei fattoidi, e invece vengono promosse a rango di fatti.

Nella parte finale Blair confessa di avere creduto e sperato che i nuovi media potessero servire da correttivo ai difetti dei grandi giornali e network televisivi. Ma ora è giunto alla conclusione che «in realtà le nuove forme possano essere anche più pericolose, meno bilanciate, più interessate all’ultima teoria del complotto, moltiplicata per cinque».

La conclusione è all’insegna della speranza: che questo gioco perverso si fermi, perché fa male a tutti e perché si sente un bisogno di fatti separati dalle opinioni e di maggiore serietà e imparzialità. Dovevo dirvelo e ve l’ho detto, anche se molti butteranno nel cestino queste mie parole.

In sostanza, letto e riletto l’ultimo Blair, si possono trarre queste seguenti provvisorie conclusioni:

1. Non c’è alcuna seria riflessione da parte del politico nel modo con cui corteggia i (o con loro confligge) . Essi sono da un lato sopravvalutati e dall’altro guardati con pregiudizio negativo: anziché apprezzarne il ruolo di watchdog, li considera pregiudizialmente nemici e se ne sente perseguitato – il che per uno che ha avuto e forse contrattato l’appoggio dei media di Rupert Murdoch è quantomeno curioso.

2. La riproposizione dei fatti separati dai commenti non è mai stata vera, essendo pura ideologia: anche i fatti, per come sono scelti e impaginati, sono sempre dei punti di vista soggettivi di giornalisti e direttori. Lo insegnano persino al liceo.

3. Tutto l’approccio di Blair è all’insegna dell’antico. Egli vede i media, vecchi e nuovi, come canali di una comunicazione dall’alto in basso. Glie lo ha dovuto ricordare un anziano signore come Tim Gardam, presidente del comitato direttivo del Reuters Institute Steering, già alla Bbc e a Channel 4: «L’internet ha distrutto queste vecchie certezze. La sua traiettoria della comunicazione non è verticale ma orizzontale – reti di conversazioni che trovano il loro percorso attraverso un argomentare non strettamente determinato e dove ognuno può partecipare e avere parola. Questo è un paradigma differente, dove l’efficacia della politica non dipende dal potere del messaggio o dal carisma dì chi lo emette ma da come si gestisce la conversazione che da esso fluisce».

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