Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

  • fc

  • Annunci

Archive for the ‘privacy’ Category

Sotto controllo i bimbi telefonici

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

SARAH TOBIAS

 

Ma i giovanissimi, i minori, hanno diritto alla loro privacy? Grazie al cellulare se la sono riconquistata, ora rischiano di perderla. In virtù del telefonino alcune scene famigliari penose sono cessate, come quando un all’unico apparecchio di casa rispondeva il genitore e poi esclamava «c’è un certo Luca per Patrizia» e la Pat di turno doveva dialogare con il fidanzatino davanti a tutti. Ora si chiama e si riceve dal cellulino in camera propria, senza che nelle vicinanze ci siano orecchie genitoriali indiscrete né inquisitorie. Un livello di potere si è spostato da padri a figli, ma i primi cercano di riconquistare terreno anche grazie a tecnologie come quella offerta ai genitori apprensivi dall’azienda americana EAgency. Questa ha realizzato «Radar», un servizio che permette ai genitori di controllare le chiamate che i figli ricevono nel loro cellulare.

Il funzionamento è semplice: il genitore va sul sito Mymobilewatchdog.com, si registra, immette il numero di cellulare del figlio/a e compila, sempre via Internet, l’elenco delle persone-numeri telefonici che possono chiamare il giovane. Dopo di che, se egli riceve una chiamata da un numero fuori elenco, il genitore viene avvertito con un sms o una e-mail, e tale notifica verrà usata per chiederne conto al minore: «Chi ti cercava oggi alle 10?».

Il sistema viene presentato come un modo tecnologico per proteggere i figli da molestie telefoniche se non da adescamenti. In America, secondo JupiterResearch, il 12  per cento dei bambini fra gli 8-9 anni possiede un cellulare e raggiunge il 24 attorno ai 10-11 anni. In Italia le percentuali sono senza dubbio maggiori. Ovviamente dei figli appena un po’ furbi saranno sempre in grado di mentire  per conservare propria privacy di fronte a genitori invadenti: «era Ludovico, della classe di scherma».

Questo servizio si aggiunge ad altre forme di controllo parentale via cellulare: l’anno scorso la Disney lanciò Disney Mobile, basato su dei cellulari dotati di rilevatori della posizione attraverso i Gps satellitari; grazie ad esso i genitori potevano verificare via web e con la precisione di poche decine di metri la posizione dei figli sulla mappa della città. Analogo il sistema di «geo-fencing» (recinti geografici) offerto dalla società telefonica Verizon: i genitori segnalano all’operatore quali sono le zone della città in cui i figli si movono (per esempio andando a scuola o in piscina); se il pargolo esce da quelle «celle» (in questo caso il termine è preciso) per entrare in altri territori,  il genitore viene immediatamente avvertito via Sms.

Questi nuovi apparati si aggiungono ai molti software da tempo sul mercato i quali, installati sui computer dei piccoli, filtrano i siti e i contenuti che essi sono abilitati a vedere ed esplorare. Quasi nessuno si è dimostrato una soluzione efficace e robusta, ma un effetto sicuro è stato quello di creare in molti giovani la voglia di aggirare le proibizioni e quando si tratti di programmi software ciò è sempre possibile, in un modo o nell’altro.

Per parte sua Marc Rotenberg,il direttore esecutivo dell’associazione Epic («Eletronic Privacy Information Center») sostiene che la privacy dei bambini deve esser rispettata: «La costante e segreta sorveglianza dei giovani non è detto che sia la miglior strada per rintracciare la verità, ed è questo che molti genitori dovrebbero considerare».

Annunci

Posted in cellulari, Chips, privacy | 2 Comments »

Microsoft promette: più privacy nelle ricerche

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

RAFFAELE MASTROLONARDO

Privacy, privacy, privacy. Sembra questa la preoccupazione maggiore dei grandi motori di ricerca ultimamente. E come ulteriore testimonianza di una rinnovata sollecitudine per la riservatezza delle informazioni personali arriva la decisione da parte di Microsoft di cambiare le proprie politiche di trattamento dei dati derivanti dall’utilizzo del suo motore di ricerca, Live Search. Con effetto immediato e retroattivo, i dati relativi alle ricerche, fa sapere l’azienda, saranno resi anonimi dopo 18 mesi. La società di Bill Gates annuncia inoltre che terrà separate queste informazioni da quelle che possono consentire l’identificazione dell’utente come i nomi, gli indirizzi e-mail e i numeri telefonici.

Ma non finisce qui. Microsoft annuncia inoltre che, insieme ad Ask.com, numero quattro nel mercato dei motori di ricerca, cercherà di coinvolgere un ampio ventaglio di operatori del settore, comprese le associazioni dei consumatori, nella definizione di standard e pratiche comuni riguardo alle garanzie della privacy degli utenti. Il piano sarà definito nel dettaglio a settembre.

«Pensiamo che sia giunto il momento per un dialogo tra tutti i soggetti del settore», ha detto all’agenzia  Reuters Peter Cullen, responsabile della privacy di Microsoft. «L’attuale mosaico di protezioni e le spiegazioni differenti fornite dalla aziende crea molta confusione tra gli utenti».

L’annuncio di Microsoft fa seguito a una serie di decisioni in tal senso prese dai concorrenti. Nel marzo scorso fu Google ad annunciare di voler ridurre a 18 mesi il tempo necessario per a rendere anonimi i dati relativi alla ricerche. Inoltre, proprio una settimana fa, il motore di Mountain View ha comunicato che i «cookies», piccoli file che si depositano nell’hard-disk e identificano i nostri percorsi sul web, scadranno dopo due anni. Sempre la scorsa settimana è stata la volta di Ask.com, che ha annunciato di avere allo studio Ask Eraser, un’opzione che consentirà agli utenti di svolgere ricerche coperti dall’assoluto anonimato. Quanto a Yahoo!, numero due del settore, la sua politica aziendale prevede il mantenimento dei dati per 13 mesi, tre in meno rispetto ai due rivali principali.

Ma che cosa è che spinge i motori di ricerca a preoccuparsi così tanto della nostra privacy? Una molteplicità di fattori. A cominciare dall’attenzione crescente che su questo tema hanno i governi, le autorità regolatrici e le associazioni dei consumatori. Un interesse acuito dal progressivo consolidamento del mercato della pubblicità online, una torta che in Usa vale ormai 16,9 miliardi di dollari e che ha visto negli ultimi mesi una serie di acquisizioni da parte dei big del settore.

Yahoo! infatti sborserà 680 milioni di dollari per l’80 per cento di RightMedia; per una cifra simile WPP, colosso mondiale della pubblicità, si accaparrerà invece 24/7 Real Media, mentre Microsoft ha acquisito aQuantitative per ben 6 miliardi. Google, infine, ha acquistato DoubleClick per 3,1 miliardi.

Oltre a tutto un fenomeno nuovo incalza, quello della pubblicità associata ai podcast: sono questi dei file da scaricare in rete che contengono audio e/o video. Prendono il loro nome, per assonanza dell’iPod della Apple, anche se possono essere prodotti con qualsivoglia tecnologia e hanno il pregio di arrivare direttamente, in automatico, nei computer degli utenti, il che evita la noia di andarsi a cercare tra un sito e un altro.

Questi file dunque li si mette sul pc, ma anche sui lettori multimediali tipo Mp3. Per ora la pubblicità associata a questo canale è minima, solo 80  milioni di dollari, ma c’è chi la proietta verso ambiziosi obbiettivi – 16 miliardi di euro nel 2012 secondo Forrester Reasearch. Allo scopo è già nata una associazione tra industrie (www.downloadablemedia.org) che vuole standardizzare formati e linguaggi. Il che non è affatto semplice e potrebbe scontrarsi con le resistenze dei consumatori: già oggi la comparsa di pubblicità nei Dvd, che si pagano profumatamente, non è molto gradita. Nei video in rete un siparietto iniziale di un qualche sponsor sta diventando la norma. Ma alcune aziende vanno escogitando sistemi con cui non solo inserire pubblicità, ma anche controllarne l’ascolto-visione in seguito, nei computer dei singoli utilizzatori.

La ridda di annunci sulla privacy va dunque letta anche in quest’ottica: una strategia per salvaguardare le operazioni appena compiute. Una preventiva dimostrazione di buona volontà.  in un momento cruciale per le ricerche e i loro legami con la pubblicità.

Posted in Chips, privacy | Leave a Comment »

Romano Prodi leader reticente

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

F. C.

L’altra faccia della privacy è la trasparenza. La settimana scorsa Francesco Pizzetti, presidente del «Garante per la protezione dei dati personali», ha tenuto la sua relazione annuale, efficace nel segnalare il vero e proprio saccheggio del diritto alla riservatezza di cui ognuno di noi dovrebbe essere titolare. Il rapporto completo è leggibile sul sito web garanteprivacy.it, come ormai dovrebbe per ogni documento pubblico. Infatti alla non intrusione nella vita delle persone, dovrebbe corrispondere, viceversa, e in maniera persino esagerata e spasmodica, la massima pubblicità degli atti delle amministrazioni, perché i cittadini possano essere informati (quelli che lo vogliano), possano controllare e se è il caso contestare, e infine, al momento del voto, premiare o punire. Il nostro paese, con un certo ritardo, si è dotato nel 1990 di una legge detta della trasparenza. Essa si ispira alle norme analoghe da tempo esistenti in altri paesi anglosassoni, dove vengono indicate con la sigla «Foia», Freedom of Information Act. Ma nella sua applicazione pratica essa incontra ogni giorno enormi difficoltà perché è alta la capacità di resistenza delle amministrazioni nel dissuadere ritardando, negando e frapponendo ostacoli. Tra questi, in maniera assolutamente ipocrita e sospetta, le amministrazioni sovente accampano motivi di riservatezza, di privacy appunto. Questo atteggiamento è in parte, ma solo in parte, figlio di un antico riflesso burocratico che non considera i cittadini titolari di un diritto a sapere e che inventa procedure e sottoregole anche laddove non sono previste. Talora è atteggiamento omertoso, per coprire magagne o decisioni poco limpide. Ma è anche un atteggiamento politico e dirigistico il cui peggiore esponente in questi mesi è stato Romano Prodi. È sua la prassi disdicevole di andarsene all’estero, aspettare un po’ di giornalisti e poi dichiarare: «È deciso, si fa, per rispettare gli impegni che abbiamo preso». Lo ha fatto per la base Usa di Vicenza, lo ha ripetuto in questi giorni per la Tav della val di Susa. Quali impegni? Presi da chi, quando, dove, come, chiederà uno, memore delle cinque W d’oro del giornalismo. Nessuna risposta.

Posted in Chips, politica, privacy | Leave a Comment »

Travaglio non studia

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007

privacy /1
Travaglio non studia
Il giornalista Marco Travaglio è giustamente famoso non tanto per la faccia poco sorridente (glie ne hanno fatte passare di tutti i colori), ma soprattutto per lo scrupolo con cui, prima di scrivere una riga, si documenta sui fatti penali e non solo su quelli. Non per caso il suo ultimo libro si intitola La scomparsa dei fatti. Ma andrà onestamente riconosciuto che alle prova orale risulta molto meno attento. Così, a seguito della recente decisione del Garante della Privacy (Provvedimento del 15 marzo 200. Diffusione dati personali concernenti attività di indagine in corso presso gli uffici giudiziari di Potenza) ha voluto polemicamente commentare (sulla televisione La7, domenica 18 marzo) che in questo modo si tutela la privacy dei politici e invece non si interviene a difesa di quella dei normali cittadini. Un giudizio ceffato di brutto: non solo il sito del Garante (www.garanteprivacy.it) , ma anche i voluminosi provvedimenti di questi anni, nonché il libro di Mauro Paissan che fa parte della suddetta Autorità («Privacy e Giornalismo», ottenibile gratuitamente dagli uffici), elencano i numerosissimi interventi a difesa di singole indifese persone, spesso deboli. E quanto ai politici, vale semmai il principio contrario, come non si stanca di ripetere l’ex garante Stefano Rodotà: «Per le figure pubbliche non c’è dubbio che l’asticella è più bassa: nel senso, come si dice negli Usa, che queste persone hanno una più ridotta aspettativa di privacy. E questo succede perché i politici si sottopongono al giudizio dei cittadini» (Il Corriere della Sera, domenica 18 marzo). Basterebbe informarsi, e non costa troppa fatica.

Posted in Chips, giornalismo, privacy | Leave a Comment »

Distratte disinformazioni

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007

privacy /1
Distratte disinformazioni
Anche il quotidiano La Stampa di Torino, per la penna del suo commentatore Riccardo Barenghi (già direttore del manifesto), inciampa nella clamorosa disinformazione sulle attività del garante. Ecco la prosa: «Pizzetti ha fatto finta di niente, lui che doveva garantire la privacy non si curava della privacy di tanta gente. Molti di loro, come Sircana, non colpevoli di nulla (se non di farsi gli affari loro, ovviamente sessuali, che sennò non c’è notizia). Ma vittime, come Sircana, di un tentativo di estorsione. Niente, il Garante non c’era e se c’era dormiva». Vale per il direttore Giulio Anselmi, l’invito a farsi un giro per il sito del garante, prima di aprire campagne disinformate, lui, che avendo diretto l’Ansa, ha sempre praticato il metodo che le notizie si verificano, magari persino con gli interessati.
Pregevole invece, e tempestivo, l’editoriale del Corriere della Sera, a firma Pierluigi Battista che ha definito «Fangopoli» le recenti storie italiane.
Peccato soltanto che lo stesso quotidiano, nello stesso giorno, abbia tranquillamente proseguito con i verbali di interrogatorio delle veline, evidentemente destinatarie di minor rispetto.
Nelle reazioni dei giornalisti ci sarebbe un sano orgoglio per il loro ruolo di osservatori critici dei poteri, che non guardano in faccia a nessuno. Fosse vero, che contentezza. Ma come dimenticare il breve messaggio di testo spedito da Anna Falchi al marito Ricucci, prontamente mandato in stampa (nell’occasione da Repubblica)? Era totalmente fuori tema, ininfluente, privo di qualunque valore informativo rispetto all’inchiesta. Privati sentimenti che tali dovrebbero restare. Il guaio è che troppo giornalismo italiano, anche di quello con i galloni, non solo pratica, ma teorizza, tali cronache. La scusa che i caporedattori si danno è che se non lo pubblichiamo noi, lo faranno gli altri.

Posted in Chips, giornalismo, privacy | Leave a Comment »

Arrivano i «supercontrollori» di volo

Posted by franco carlini su 7 ottobre, 2006

 

di Alberto D’Argenzio, il manifesto

Passeggeri schedati
L’Europa sotto il controllo delle leggi antiterrorismo Usa. L’Unione europea cede agli Stati uniti sullo scambio dei dati dei passeggeri in arrivo dal Vecchio continente: le informazioni saranno trasmesse non più solo alle agenzie che controllano dogane e frontiere, ma alla Cia e all’Fbi 

Bruxelles. Dopo una nottata passata a discutere in videoconferenza ed una settimana di vuoto legale, sboccia l’intesa tra Stati uniti ed Unione europea sullo scambio dei dati dei passeggeri che volano dal vecchio continente verso il nuovo.
Come da tradizione è alla fine l’Europa a fare un passo verso l’America, accettando che le informazioni vengano trasmesse non solo alle agenzie che controllano le dogane ed i servizi di frontiera, come avveniva fino ad ora, ma anche alla Cia ed all’Fbi. In pratica gli estremi dei passeggeri finiranno a tutte le agenzie competenti in materia di lotta al terrorismo. «L’accordo è una misura vitale per combattere il terrorismo internazionale», commenta il Segretario di Stato John Reid. «Accettiamo la divulgazione di dati ad altre agenzie – spiega il commissario alla giustizia ed interni Franco Frattini – se hanno gli standard di protezione adeguati». «Le regole generali sulla privacy sono state rispettate», l’eco di Michael Chertoff, capo del Dipartimento Usa per la sicurezza.
Rassicurazioni che sanno di poco visto che già nel 2004, ai tempi del vecchio accordo, la stampa Usa parlava di migliaia di informazioni passate al Pentagono (ed allora non si poteva) e girate pure ad imprese private.

No su religione, salute e sesso
La Ue non cede invece alla richiesta di Washington di aumentare il numero di dati trasferibili, che rimane fermo a 34 (e rimangono esclusi quelli che possono indicare la religione, lo stato di salute e gli orientamenti sessuali), ed impone alla controparte un nuovo sistema per attingere le informazioni. Fino ad oggi le autorità statunitensi potevano prelevarle direttamente dalle compagnie aeree europee, in pratica avevano libero accesso ai loro registri di volo, il Passanger Name Record, Pnr. D’ora in avanti saranno le aerolinee a inviare i dati oltreoceano su richiesta degli Usa. Questo cambiamento entrerà però a regime solo una volta completati i nuovi sistemi tecnici, cosa che non avverrà prima del 2007. Invariati i tempi di stoccaggio dei dati, fermi a tre anni e mezzo. Il tutto per un accordo che entrerà ufficialmente in vigore la settimana prossima, dopo l’approvazione formale dei 25, e che avrà comunque vita breve, visto che sarà valido solo fino al luglio 2007, data in cui Bruxelles e Washington dovrebbero aver chiuso un’intesa di carattere permanente. «Il principale risultato di questo accordo – riassume la ministra finlandese della giustizia Leena Luhtanen a nome della Presidenza – è che possiamo adesso evitare una situazione in cui non avevamo alcun accordo».

Europarlamento, vittoria di Pirro
Con la videoconferenza di ieri si è chiuso il periodo di vuoto legale inaugurato lo scorso primo ottobre allo scadere dei quattro mesi di tempo concessi dalla Corte di Giustizia del Lussemburgo per trovare una nuova intesa tra Ue ed Usa, dopo che la precedente, siglata il 17 maggio 2004, era stata considerata illegale per un vizio di forma. Il 30 maggio la massima istanza giuridica della Ue accoglieva il ricorso del Parlamento europeo affermando che l’accordo non era «fondato su basi giuridiche appropriate», ma al tempo stesso non entrava nel merito dell’altra questione avanzata dall’Eurocamera: se l’intesa violava o meno il diritto alla privacy sancito dalla Carta dei diritti fondamentali della Ue. Come la forma dell’accordo non è valida – il sunto della posizione della Corte – allora è inutile discutere la sua sostanza, in pratica un giudizio limitato alla liturgia dell’intesa.
Questa vittoria di Pirro del Parlamento sui 25 e la Commissione rappresenta una vittoria praticamente piena per Washington, che ha avuto tutto il tempo per rivedere un accordo che ormai gli stava stretto: troppo piccolo per le sue nuove esigenze in materia di sicurezza. Nel 2004 è infatti entrata in vigore la nuova legislazione, figlia dell’11 settembre, che prevede, tra l’altro, un maggior coordinamento tra le distinte agenzie di sicurezza, cosa che rende assurdo agli occhi statunitense che i dati dei passeggeri possano essere utilizzati dalla dogana e non dalla Cia. E così i 25, dopo aver trovato una nuova base legale conforme al parere del Tribunale, hanno dovuto sottostare a quasi tutte le richieste avanzate dagli Usa: «Dovevamo accettare le esigenze della legislazione statunitense», riassume Jonathan Faull, uno dei principali negoziatori da parte europea.

Compagnie aeree contente
Esigenze che arrivano alla possibilità per Washington di condividere i dati anche con paesi terzi, «quando sia necessario per motivi poliziali», precisa Faull.
Gioiscono le compagnie aeree che con l’intesa evitano il rischio di infrangere la legislazione Usa e soprattutto scansano le multe di 6.000 dollari a passeggero imposte a chi si resiste a fornire i dati. «E’ un importante accordo che assicura le normali operazioni per i 105.000 passeggeri che volano tra queste due giurisdizioni ogni giorno», commenta Giovanni Bisignani, direttore generale della Iata, l’Associazione internazionale delle aerolinee. Non gioiscono i membri liberali, verdi e comunisti del Parlamento europeo. «E’ chiaro – sottolinea il capogruppo liberale Graham Watson – che l’attuale amministrazione nordamericana è determinata ad estrarre sempre un maggior numero di dati personali ed a condividerli con la comunità dei sistemi di intelligence». Per mezzo Parlamento la toppa è peggio del buco.

Posted in privacy | Leave a Comment »

Continente kafkiano: tante storie di ordinarie schedature di massa

Posted by franco carlini su 7 ottobre, 2006

di Anna Maria Merlo

Le nuove tecnologie applicate dai governi al controllo di massa di lavoro, scuola, immigrazione, «ordine pubblico», tempo libero. Dalle impronte biometriche a quelle genetiche (anche per furto), all’immagine numerica del volto e delle cinque dita

Parigi. Benvenuti nell’era delle schedature di massa, rese possibili dalle nuove tecnologie sofisticate. Alla Villette, una mostra – «Biométrie: le corps identité» (fino al 7 gennaio) – cerca di dare una visione ludica della trasformazione del corpo di ogni cittadino del mondo in una massa di dati utilizzabili dalle diverse autorità di controllo. I giovani del collettivo «George Orwell» hanno contestato questa mostra sulle tecniche «presentate per facilitarci la vita mentre in realtà facilitano soprattutto il lavoro dei poliziotti, dei giudici, dei padroni per meglio schedarci, controllarci, espellerci, rendere più redditizia la nostra produttività al lavoro», cioè fornire la «tracciabilità» di ogni individuo e delle sue mosse.
Tre membri di questo collettivo hanno già subito un processo e una condanna (500 euro di multa ciascuno più 9mila euro per danni) per aver voluto denunciare la diffusione delle schedature biometriche nella vita quotidiana. Il processo ha avuto luogo in seguito a una performance teatrale, improvvisata nel novembre 2005 alla mensa di un liceo a Gif-sur-Yvette, nella periferia parigina: i giovani avevano deteriorato i due apparecchi biometrici che il preside aveva fatto mettere all’entrata. Gli allievi dovevano solo più mettere la mano nell’apparecchio per avere via libera. La macchina, dall’impronta biometrica, puo’ stabilire se l’allievo è iscritto nella scuola e se ha pagato la mensa. In caso contrario, è respinto. I giovani avevano ottenuto l’appoggio della Federazione dei deportati, del Sindacato della magistratura, della Fsu e di Sud insegnanti, della Lega dei diritti del’uomo. «Con il pretesto di autentificare un documento di identità – denuncia l’avvocato Alain Weber – si profila la costituzione di una schedatura della popolazione. C’è il rischio di uno scivolamento ineluttabile verso un supporto biometrico unico e uno stato di polizia». In Francia, ad aprile, la Cnil (Commisione informatica e libertà) ha autorizzato il controllo biometrico all’entrata delle mense scolastiche, senza che le scuole debbano più chiedere l’autorizzazione. Un rapporto presentato al governo francese nel 2004 suggerisce che questo sistema venga adottato fin dalla scuola materna. Per il momento è stato messo nel casseto il progetto, avanzato dal prestigioso istituto di ricerca medica Inserm, di creare un «carnet di comportamento» dall’età di sei anni, per schedare i «turbolenti». Il movimento di difesa dei bambini sans papiers, Resf, ha insistito sull’importanza di tener separate le liste degli iscritti a scuola da quelle della polizia, per evitare gli incroci, che facilitano gli interventi della polizia. Un ricorso al Consiglio di stato è stato presentato il 2 ottobre per far annulare la schedatura «Eloi» che prevede di raccogliere e conservare per tre anni i dati di tutte le persone che ospitano o fanno visita a dei clandestini nel cpt.
Il 25 agosto, il pm del tribunale di Alès ha chiesto 500 euro di multa contro l’agricoltore Benjamin Deceuninck per «rifiuto da parte di una persona condannata di sottomettersi al prelievo destinato all’autentificazione della sua impronta genetica». L’agricoltore era stato condannato a un anno con la condziionale nel 2005 per aver sradicato del mais Ogm nel 2001. Sei ani dopo i fatti, grazie a una nuova legge, la giustizia gli impone la schedatura Adn.
In Francia, ormai, sono 137 le infrazioni alla legge che comportano un prelievo adn e conseguente schedatura. Il Fnaeg (Archivio nazionale automatizzato delle impronte genetiche) nasce con il governo del socialista Jospin, giustificato da «buone» intenzioni: uno serial-stupratore era stato arrestato grazie all’adn. La legge del ’98 prevede le schedature genetiche solo per i reati sessuali. Ma nel 2001 (sempre governo Jospin) viene esteso al terrorismo, ai reati contro la persona e contro i beni se accompagnati da violenza. Con la legge Sarkozy (destra) del 2003 la schedatura genetica viene estesa alle infrazioni più banali, come furto o sradicamenti di piante ogm, e da allora riguarda anche i semplici sospetti, non solo più i condannati. I dati vengono conservati dai 25 ai 40 anni, a seconda delle infrazioni. Con la legge Perben del 2004, un condannato che rifiuta di lasciare l’impronta genetica perde ogni diritto alla riduzione di pena. Il Fnaeg aveva i dati di 2100 persone nel 2002. Oggi sono 283mila. Nulla a confronto della Gran Bretagna, il paese leader del settore: 3 milioni di adn registrati, cioè il 5% della popolazione.
Prima ancora dell’accordo raggiunto ieri tra Ue e Usa, nell’agosto scorso, i ministri degli interni dell’Unione europea hanno stanziato un finanziamento supplementare per rendere più fluidi i controlli dei viaggiatori grazie alla diffusione della biometria: i visti di entrata nello spazio Schengen in futuro comporteranno l’immagine numerica del volto e di tutte le dieci dita della persona che ne fa richiesta (questa tecnica è già in via di sperimentazione in una decina di consolati francesi e all’arrivo all’aeroporto parigino di Roissy). Dal giugno 2009 i passaporti Ue dovranno contenere oltre alla foto numerizzata anche l’impronta dei due indici. Ma già dal 15 gennaio 2003, spiegano alla Commissione, «quando un nuovo entrante nello spazio Schengen si presenta, prendiamo l’impronta delle dieci dita e in 3-4 minuti, grazie all’archivio Eurodac, sappiamo se ha già presentato domanda in un paese vicino. Nel passato, l’80% diceva di aver perso i documenti, e questo rendeva impossibile la verifica». Eurodac è costato 9 milioni di euro ma a Bruxelles affermano che l’investimento è stato «ammortizzato in poche settimane». Il parlamento europeo è inquieto sulla prevista creazione di un registro comune dei passaporti dei cittadini dell’Unione. In Germania una battaglia ha impedito la centralizzazione a livello federale di tutti i dati biometrici. In Gran Bretagna è stata bloccata l’idea di Tony Blair di istituire la carta d’identità biometrica. Ma il futuro è kafkiano: «Si approfitta di un contesto emotivo forte (attentato terrorista, serial killer ecc.) per costituire un archivio – spiegano all’associazione Iris (protezione dei dati Internet) – una volta che lo strumento è attivato, basta estenderne l’applicabilità attraverso piccoli cambiamenti».
C’è anche il rischio che questi sistemi si sbaglino. E’ successo a un avvocato di Portland, Brandon Mayfield. Ha passato 15 giorni in carcere perché le sue impronte corrispondevano vagamente a quelle di uno dei sospetti dell’attentato di Madrid, nel marzo 2004. Ma Mayfield aveva sposato un’egiziana e si era convertito all’islam, elementi aggravanti per il poliziotto che ne ha deciso l’arresto.

Posted in privacy | Leave a Comment »

La password di Amato

Posted by franco carlini su 20 luglio, 2006

 

di F. C.

Prove di limitazione della libertà di informazione cavalcando uno scandalo. Un ministro che non conosce il massimario della Cassazione se la prende con i «patti occulti» tra giudici e cronisti ma tace sulla disinformazione di stato

Al ministro Giuliano Amato la definizione di «dottor Sottile» piace assai e se ne è compiaciuto con il giornalista Giuseppe D’Avanzo: «Son Sottile perché distinguo» (La Repubblica, 14 luglio 2006). Sarà anche, ma c’è da dire che distingue male e lo fa a partire da una conoscenza grossolana dei fatti e persino del diritto.
Tutto comincia con un’audizione dello stesso Amato alla commissione Affari costituzionali della Camera, durante la quale si è detto «esterrefatto da ciò che accade in Italia e mi dicono che accade da molto tempo». Ovvero? «Alcuni giornalisti mi dicono che esistono contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce le notizie e collegamenti tra procure e giornali per cui viene data al giornalista una password per entrare nel momento in cui un atto viene dato ai difensori». La notizia, che compare anche in una nota della prefettura di Potenza, è stata passata al ministro di Giustizia Mastella perché mandi di nuovo i suoi ispettori a Potenza a scoprire questo traffico di password.
Da Potenza hanno già fatto sapere che in procura non esiste una rete locale di computer e che è impensabile che un pubblico ministero faccia entrare nel suo Pc degli estranei. La possibile spiegazione dell’equivoco (che rivela anche la persistenza ignoranza digitale dei nostri governanti e di molti giuristi) l’ha adombrata il Gip di Potenza Alberto Iannuzzi. Potrebbe trattarsi di questo: quando gli atti delle intercettazioni telefoniche vengono consegnati alle parti, tra cui gli avvocati difensori, si evita ormai, per ragioni di costi, di fotocopiare intere risme di carta; si dà loro invece un Compact Disc che contiene le verbalizzazioni. Questi Cd hanno il pregio di essere esenti da manipolazioni e, a ulteriore prudenza, vengono protetti con una password; così anche se un avvocato dimenticasse il Cd sull’autobus nessuno (salvo alcuni specialisti) potrebbe leggerlo. L’accoppiata Cd e password è dunque più riservata e sicura di un fascicolo di fotocopie.
D’altra parte i difensori è bene che conoscano tutto il registrato perché alcune telefonate, apparentemente poco importanti, potrebbero chiarire il contesto e illuminare di altra luce quelle che gli inquirenti considerano prova di reato. E’ una garanzia per gli imputati. L’ex garante della privacy Stefano Rodotà ha proposto di recente che accusa e difesa segnalino ognuno ciò che vogliono sia conservato per essere portato in aula e che il resto venga distrutto ed è un’idea più che ragionevole. Che una parte del processo fornisca fotocopie o password è la stessa cosa; quando non secretati si tratta di materiali legittimamente in suo possesso che è utile e buono che l’opinione pubblica conosca.
Ma che dire dei «contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce le notizie e collegamenti tra procure e giornali» di cui ha parlato Amato? Ovviamente un cronista ha rapporti con tutti: accusa, gip, avvocati, imputati e parti lese. Ognuno di loro è interessato a fornire alla stampa i propri fatti e la propria versione e ciò vale anche per chi si occupi di finanza o di moda. Il cronista sa di ricevere sempre delle notizie inevitabilmente interessate e sa che deve incrociare le fonti e fornire ai suoi lettori una sintesi corretta, sottraendosi al gioco dell’una o dell’altra parte.
Poi ci sono i sedicenti giornalisti che accettano di fare interviste sotto commissione: è il caso di quel signore che riceveva dal Sismi le domande da porre ai pubblici ministeri di Milano e puntualmente riferiva al Sismi stesso come era andata. O che pubblicava senza verifiche delle soffiate dello stesso Sismi volte a mettere in cattiva luce il presidente Prodi. Questo non era un contratto di fatto, ma un contratto vero e proprio, con tanto di ricompensa monetaria, vietato dalla deontologia professionale e, sul fronte del Sismi, dalle legge che gli proibisce di reclutare giornalisti. Che Giuliano Amato di questo non sia esterrefatto e non abbia speso parole al riguardo rivela non la sua sottigliezza ma il suo cinismo.
Infine: lo stesso ministro dichiara che la disciplina in vigore prevede che «la pubblicazione di una sentenza passata in giudicato non indichi il nome, ma soltanto le iniziali, del condannato». In questo caso Amato «sbaglia in maniera clamorosa», come scrive Franco Abruzzo, presidente dell’ordine dei giornalisti di Milano. Nel gennaio scorso, infatti, il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, ha confermato con una circolare che la Corte di Cassazione può rilasciare copie integrali delle sentenze ai giornalisti senza oscurare il nome degli imputati (si veda http://www.odg.mi.it/docview.asp?DID=1882). Il motivo è evidente: un processo, con tanto di condanna o di assoluzione è un fatto pubblico, da quando esiste lo stato moderno.
Non per caso deve essere celebrato in aule aperte perché il diritto penale viene esercitato in nome della comunità intera. Tutti dunque devono poter conoscere, con i mezzi che sono disponibili: la presenza fisica, i giornali, le radio, le televisioni, la rete Internet. Non occorre essere sottili per saperlo e per tutelare questo valore.


Posted in Chips, giornalismo, privacy | Leave a Comment »

La password di Amato

Posted by franco carlini su 20 luglio, 2006

di F. C.

Prove di limitazione della libertà di informazione cavalcando uno scandalo. Un ministro che non conosce il massimario della Cassazione se la prende con i «patti occulti» tra giudici e cronisti ma tace sulla disinformazione di stato

Al ministro Giuliano Amato la definizione di «dottor Sottile» piace assai e se ne è compiaciuto con il giornalista Giuseppe D’Avanzo: «Son Sottile perché distinguo» (La Repubblica, 14 luglio 2006). Sarà anche, ma c’è da dire che distingue male e lo fa a partire da una conoscenza grossolana dei fatti e persino del diritto.
Tutto comincia con un’audizione dello stesso Amato alla commissione Affari costituzionali della Camera, durante la quale si è detto «esterrefatto da ciò che accade in Italia e mi dicono che accade da molto tempo». Ovvero? «Alcuni giornalisti mi dicono che esistono contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce le notizie e collegamenti tra procure e giornali per cui viene data al giornalista una password per entrare nel momento in cui un atto viene dato ai difensori». La notizia, che compare anche in una nota della prefettura di Potenza, è stata passata al ministro di Giustizia Mastella perché mandi di nuovo i suoi ispettori a Potenza a scoprire questo traffico di password.
Da Potenza hanno già fatto sapere che in procura non esiste una rete locale di computer e che è impensabile che un pubblico ministero faccia entrare nel suo Pc degli estranei. La possibile spiegazione dell’equivoco (che rivela anche la persistenza ignoranza digitale dei nostri governanti e di molti giuristi) l’ha adombrata il Gip di Potenza Alberto Iannuzzi. Potrebbe trattarsi di questo: quando gli atti delle intercettazioni telefoniche vengono consegnati alle parti, tra cui gli avvocati difensori, si evita ormai, per ragioni di costi, di fotocopiare intere risme di carta; si dà loro invece un Compact Disc che contiene le verbalizzazioni. Questi Cd hanno il pregio di essere esenti da manipolazioni e, a ulteriore prudenza, vengono protetti con una password; così anche se un avvocato dimenticasse il Cd sull’autobus nessuno (salvo alcuni specialisti) potrebbe leggerlo. L’accoppiata Cd e password è dunque più riservata e sicura di un fascicolo di fotocopie.
D’altra parte i difensori è bene che conoscano tutto il registrato perché alcune telefonate, apparentemente poco importanti, potrebbero chiarire il contesto e illuminare di altra luce quelle che gli inquirenti considerano prova di reato. E’ una garanzia per gli imputati. L’ex garante della privacy Stefano Rodotà ha proposto di recente che accusa e difesa segnalino ognuno ciò che vogliono sia conservato per essere portato in aula e che il resto venga distrutto ed è un’idea più che ragionevole. Che una parte del processo fornisca fotocopie o password è la stessa cosa; quando non secretati si tratta di materiali legittimamente in suo possesso che è utile e buono che l’opinione pubblica conosca.
Ma che dire dei «contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce le notizie e collegamenti tra procure e giornali» di cui ha parlato Amato? Ovviamente un cronista ha rapporti con tutti: accusa, gip, avvocati, imputati e parti lese. Ognuno di loro è interessato a fornire alla stampa i propri fatti e la propria versione e ciò vale anche per chi si occupi di finanza o di moda. Il cronista sa di ricevere sempre delle notizie inevitabilmente interessate e sa che deve incrociare le fonti e fornire ai suoi lettori una sintesi corretta, sottraendosi al gioco dell’una o dell’altra parte.
Poi ci sono i sedicenti giornalisti che accettano di fare interviste sotto commissione: è il caso di quel signore che riceveva dal Sismi le domande da porre ai pubblici ministeri di Milano e puntualmente riferiva al Sismi stesso come era andata. O che pubblicava senza verifiche delle soffiate dello stesso Sismi volte a mettere in cattiva luce il presidente Prodi. Questo non era un contratto di fatto, ma un contratto vero e proprio, con tanto di ricompensa monetaria, vietato dalla deontologia professionale e, sul fronte del Sismi, dalle legge che gli proibisce di reclutare giornalisti. Che Giuliano Amato di questo non sia esterrefatto e non abbia speso parole al riguardo rivela non la sua sottigliezza ma il suo cinismo.
Infine: lo stesso ministro dichiara che la disciplina in vigore prevede che «la pubblicazione di una sentenza passata in giudicato non indichi il nome, ma soltanto le iniziali, del condannato». In questo caso Amato «sbaglia in maniera clamorosa», come scrive Franco Abruzzo, presidente dell’ordine dei giornalisti di Milano. Nel gennaio scorso, infatti, il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, ha confermato con una circolare che la Corte di Cassazione può rilasciare copie integrali delle sentenze ai giornalisti senza oscurare il nome degli imputati (si veda http://www.odg.mi.it/docview.asp?DID=1882). Il motivo è evidente: un processo, con tanto di condanna o di assoluzione è un fatto pubblico, da quando esiste lo stato moderno.
Non per caso deve essere celebrato in aule aperte perché il diritto penale viene esercitato in nome della comunità intera. Tutti dunque devono poter conoscere, con i mezzi che sono disponibili: la presenza fisica, i giornali, le radio, le televisioni, la rete Internet. Non occorre essere sottili per saperlo e per tutelare questo valore.


Posted in Chips, giornalismo, privacy | Leave a Comment »

L’amichevole controllore

Posted by franco carlini su 18 maggio, 2006

di  Carola Frediani

Tutti pazzi per Google. Senza più preoccupazioni, gli affidiamo tutta la nostra comunicazione, anche quella che ci siamo dimenticati di aver conservato

Se mai dovesse realizzarsi l’incubo orwelliano paventato dai detrattori di Google, quando i nostri messaggi email, le conversazioni via messenger, gli appuntamenti programmati, le foto, i documenti, i file del computer, insieme alla ricerche web e alla storia delle pagine visitate, saranno in balia di qualcuno o qualcosa che vorrà usarli contro di noi, ebbene, quel giorno ci domanderemo come tutto questo sia potuto accadere. Ovvero come sia stato possibile affidare senza battere ciglio una tale mole di dati a una sola azienda.
Quel giorno è ovviamente ancora di là da venire, e forse non arriverà mai. E la nostra noncuranza verso la disseminazione di informazioni personali assomiglia un po’ alla spensieratezza di chi vive in un periodo di trasformazioni e innovazioni travolgenti. Di cui Google è stata ed è la portabandiera.
Del resto l’azienda di Mountain View con le informazioni ci sa fare. Il suo motore di ricerca, lanciato nel 1998, segna uno spartiacque nel rapporto degli utenti con l’internet. Molti non sapevano neppure cosa fosse PageRank – il criptico algoritmo che presiede alla scelta e alla classificazione dei risultati di una ricerca – ma vivevano in prima persona l’esperienza di trovare più facilmente e velocemente quello che cercavano. Il tutto all’interno di una homepage tanto minimalista e funzionale da risultare quasi chic. Oggi l’onnivoro search engine fruga tra notizie, immagini, newsgroup, video, mappe, articoli messi in vendita: all’inizio del 2006 indicizzava oltre 25 miliardi di pagine web, 1,3 miliardi di immagini e un miliardo di messaggi Usenet. Un contenuto immenso di cui viene pure fatta una copia (cache) che spesso funziona da archivio della rete.

Con queste credenziali – dobbiamo ricordare che il termine google, soprattutto in inglese, designa l’azione di ricerca web tout court? Che la pratica di cercare (o verificare) informazioni su qualcuno digitando il suo nome nel motore è l’abc di qualsiasi utente internet? – non è stato difficile per la società californiana stupire e titillare il suo pubblico attraverso Gmail, il noto servizio di posta elettronica via web. Al momento della sua nascita, il primo aprile 2004, qualcuno pensò addirittura ad uno scherzo: 1 Gygabyte di spazio gratis? Oggi i Gyga sono due, ma oltre ai byte a disposizione va segnalata la sua potenza di ricerca, fruibile attraverso l’apposito motore, all’interno di una concezione che fa saltare le classificazioni e le cartelline tradizionali. Al confronto con l’amo di Google che pesca istantaneamente quello di cui abbiamo bisogno il riordino dei materiali dentro i folder appare infatti come un tic da nevrotici. Gmail ha sdoganato i servizi di webmail, ha convinto gli utenti delle meraviglie di un account che ti fa da archivio personale (contiene tutto: i messaggi inviati, ricevuti, le bozze, gli allegati) e che è accessibile da qualsiasi connessione. E’ vero, c’è quella pubblicità contestuale, quei link sponsorizzati che ti appaiono ai lati dei messaggi, ma quasi non te ne accorgi. E’ vero, un sistema abbina inserzioni mirate sulla base delle parole chiave presenti nelle tue missive, tuttavia – assicurano – è del tutto automatizzato. Occhio umano non vede cuore d’utente non si preoccupa della propria privacy.
Ma la posta è stata solo un inizio, per quanto fondante. Perché Mountain View non poteva stare fuori dal promettente mercato della messaggistica istantanea, e Google Talk lo dimostra. Ora che la sua chat è anche integrata dentro Gmail (in un box ci appaiono la buddy list e la possibilità di mandare subito un messaggio a un nostro amico senza dover installare l’apposito client) emerge ancora più chiaramente il disegno unificatore della società di Larry Page e Sergey Brin. Quello che filosoficamente si declina come organizzare l’informazione mondiale rendendola universalmente accessibile e utile» (come dire, una ‘mission’ impossible); e che praticamente significa non solo entrare nel web attraverso la porta Google, ma muoversi da un’attività all’altra senza mai lasciare il suo terreno, attraverso un insieme di servizi collegati e integrati. È questa la delizia che attira molti utenti già conquistati dai primi prodotti della casa: restare in un ambiente noto confortevole e funzionale, in una matrice di innovazioni, anche un po’ troppo ostentate. Ma è pure la croce che assilla i sospettosi, inclini a pensare che dietro l’immagine sempreverde della start-up e dei freschi programmatori milionari si celi una nuova imprevedibile Microsoft.
A ulteriore conferma della strada sinergica imboccata dall’azienda è arrivato recentemente Google Calendar, l’agenda online graficamente simile a un calendario, dove scrivere o importare gli eventi e gli appuntamenti. L’organizer – basato su tecnologia Ajax – può essere condiviso con amici, o essere pubblicato sul web, e verrà a sua volta integrato con Gmail: la casella di posta sarà in grado di individuare nei messaggi ricevuti eventuali appuntamenti in modo da facilitarne l’inserimento in agenda.
C’è uno spirito sociale e collaborativo, in quest’ultima applicazione, una grafica accattivante, un sapore di web 2.0 che ultimamente compare spesso nelle novità di casa Mountain View. E che è ancora più evidente nell’ultima versione di Google Desktop: il software – che permette di scandagliare il proprio computer recuperando quasi qualsiasi tipo di documento o informazione – è arricchito con una serie di gadget da posizionare sul proprio schermo o in una barra laterale. Si tratta di miniapplicazioni che consentono di tenere sott’occhio, in contemporanea, la posta, il calendario e la chat, oltre che una serie di lanci da Digg o Delicious, il meteo, e l’orologio. La scelta di queste utility da desktop è in realtà molto ampia.
In questo modo l’azienda rilancia e diversifica, anche se poi il suo core business e asso nella manica è sempre lo stesso, la query. E poiché ha capito che la nuova internet sarà sempre più spinta dai contenuti e dalla partecipazione degli utenti è andata addirittura a rivedere il suo algoritmo di ricerca. Di questi giorni infatti è il lancio di Google Coop, un sistema che sfrutta le competenze dei navigatori per aiutare il search engine a riportare le informazioni più rilevanti. Ovviamente tutto ancora da sperimentare. Del resto, le sperimentazioni dalle parti di Mountian View sono pane quotidiano. Quasi tutti i servizi citati sono in fase beta, ovvero in una modalità provvisoria e di test pubblico. I collaudatori ovviamente sono gli utenti. Risiederà forse anche in questo il fascino oscuro del colosso del web: i clienti partecipano un po’ della sua eruzione di idee e innovazioni. E paradossalmente si sentono in controllo anche quando rischiano loro di finire controllati.


Posted in Chips, privacy, web | Leave a Comment »