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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘scienza’ Category

Le foreste comuni del Madagascar

Posted by franco carlini su 10 Maggio, 2007

L’apprezzato settimanale The Economist è anche il più ideologico in circolazione. Fa parte del suo brand leggere tutto in termini di mercato, che più libero è meglio è. E’ anche un riflesso automatico di una redazione molto compatta: nessun articolo è firmato, perché tutti sono allineati.  Un pessimo esempio di tale ideologismo spinto lo si trova a proposito di foreste e riforestazione (http://www.economist.com/daily/columns/greenview/displaystory.cfm?story_id=9136122&fsrc=nwl). Quell’articolo riferisce di uno studio condotto dal ricercatore Thomas Elmqvist dell’università di Stoccolma.  Egli ha esaminato l’andamento delle foreste in diverse aree del Madagascar, confrontandolo con la densità di abitanti; voleva esaminare quanto fosse vera l’idea che la pressione della popolazione comporta deforestazione e perdita di biodiversità. Tale correlazione, dice lo studioso, non c’è, almeno in quelle zone. Capita semmai che il recupero delle foreste o la loro perdita dipenda dalla gestione che le istituzioni ne fanno. Succede dunque che una di queste aree sia poco popolata, ma assai deforestata, mentre un’altra, più densa, protegge le foreste. Per accertare da vicino il fenomeno i ricercatori hanno fatto delle interviste in loco chiedendo agli abitanti chi ha accesso alle risorse, quali regole governano l’accesso, chi le fa rispettare e in che misura.  Le zone meglio protette sono quelle in cui le regole sono chiare e fatte rispettare. Il settimanale inglese ne trae l’arbitraria e ideologica conclusione che  questo è un classico esempio di «Tragedia dei beni comuni» e che «I diritti di proprietà sono il modo migliore per preservare le foreste». Aggiunge che «come per i banchi oceanici di pesca, così per le foreste tropicali, il business di tutti finisce per essere il business di nessuno».  Che al problema dei beni comuni eventualmente ipersfruttati da «predatori egoisti» si possa porre rimedio solo e privatizzandoli è una tesi che in Inghilterra è da sempre popolare, almeno da quel movimento di enclosure (recintamenti) con cui nel ‘600 vaste aree vennero sottratte all’uso comune agricolo e pastorale e affidate a lord e baronetti, che le facessero sfruttare al meglio. In questo caso il settimanale tuttavia esercita una sensibile forzatura. Infatti chi legga l’articolo originale  (http://www.plosone.org/article/fetchArticle.action?articleURI=info:doi/10.1371/journal.pone.0000402) scoprirà che le aree del Madagascar meglio protette sono quelle in cui la comunità locale, con anziani e capi villaggio fa rispettare i criteri d’uso, così preservando la risorsa. In alcune ci sono anche foreste taboo,  che appartengono per storia e tradizione a dei clan o tribù. In altre parole, la soluzione vera e storica è quella della tutela locale, da parte della comunità. Non per caso le foreste in deperimento sono quelle dove migrazioni e abbandoni hanno dissolto le popolazioni originarie. Anche questa è una lezione moderna, che andrebbe applicata alle reti di telecomunicazione come alle conoscenze convogliate e diffuse in rete.

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L’evoluzione di Papa Ratzinger

Posted by franco carlini su 19 aprile, 2007

Incitamento alla critica, pronti

Da «Gesù di Nazareth» a «Creazione ed evoluzione», i due libri di papa Ratzinger
Scienza e fede, l’incontro di Castelgandolfo del settembre 2006 organizzato dal Vaticano raccolto in una pubblicazione. La linea del pontefice sull’evoluzione e la sua critica alla teoria dell’evoluzione

Franco Carlini

Il papa Ratzinger, presentando il suo libro «Gesù di Nazareth», ha precisato che è una sua ricerca personale e che dunque tutti potranno criticarla. Si spera che l’invito valga, a maggior ragione, per un altro volume da lui firmato, appena pubblicato in Germania dall’editore Sankt Ulrich Verlag, con il titolo «Creazione ed evoluzione» (Schoepfung und Evolution). Questo testo è il frutto dell’incontro di scienziati e teologi che si tenne a Castel Gandolfo nel settembre 2006. In precedenza il papa aveva sostituito il gesuita americano George Coyne, dal ruolo di astronomo capo vaticano, alcuni dissero perché troppo conciliante con il pensiero di Darwin.
Ecco allora le linee di Ratzinger sull’evoluzione che sono assai critiche, ma non di rottura. Di per sé ribadiscono la posizione dei predecessori, spesso classificata come «evoluzione teistica»: all’origine della creazione c’è Dio, che operò attraverso i meccanismi dell’evoluzione. Non si diede certamente da fare per progettare ogni animale o pianta, ma innescò il processo, finalistico e razionale, della vita.
Tuttavia Ratzinger si spinge un po’ più in là, con due argomenti, l’unico di critica generale alla scienza e l’altro all’evoluzione. Il primo dice: «La scienza ha aperto tante nuove strade alla ragione, portandoci verso nuovi approfondimenti. Ma nell’entusiasmo per la portata delle sue scoperte, la scienza tende a allontanarci da quelle dimensioni della stessa ragione di cui abbiamo ancora bisogno. I suoi risultati portano a domande che vanno oltre il canone metodologico e che non possono avere risposta al suo interno». In altre parole la scienza, cui viene tributato un doveroso omaggio, non può essere autosufficiente. Ha bisogno di un prima (la creazione) e di un dopo (una spiegazione ai perché della vita). Fin qua nulla di grave, dato che solo i non-scienziati considerano la scienza la spiegazione di tutto e le attribuiscono infallibilità. Al contrario la scienza vera è sempre in discussione, si considera provvisoria, sa benissimo di fornire solo spiegazioni al «come» e non si pone nemmeno la domanda dei fini o del senso ultimo; non intende rispondere ai «perché». Sa di non poterlo fare e non lo vuole fare. Dopo di che, singoli scienziati troveranno nelle religioni le risposte esistenziali che cercano come persone, mentre altri accetteranno di non averne. Dunque Ratzinger semplicemente rivendica alla religione una razionalità superiore, tuttavia rassicurandoci le scienze vanno bene, purché accettino di essere illuminate da una razionalità più vasta e «vera».
Il secondo argomento invece è una critica specifica alla teoria dell’evoluzione e dice che essa non è completamente provabile «perché mutazioni che si sviluppino attraverso centinaia di migliaia di anni non possono essere riprodotte in laboratorio». Questo vorrebbe essere un colpo basso: le leggi della fisica si possono verificare in laboratorio e la forza della ricerca è la riproducibilità degli esperimenti; invece con l’evoluzione l’esperimento è unico e non ripetibile, dato che non possiamo riavvolgere il film, cambiare le condizioni sperimentali e vedere come un grado di temperatura in meno avrebbe mutato la vita sulla terra milioni di anni fa. Dunque sarebbe una scienza così così, più narrazione che leggi di natura, una critica analoga a quella di alcuni post moderni. Tanto più, aggiunge il papa, che questo percorso evolutivo sembra «scegliere poche mutazioni positive basandosi su basse probabilità». Scienza imperfetta, allora, che tuttavia può diventarlo solo che si assuma che quelle basse probabilità non sia state scelte dal caso cieco, ma da una razionalità, ovviamente divina. Con grande cautela la chiesa cattolica si è finora tenuta lontana, ufficialmente, dal creazionismo e dalle teorie del progetto intelligente, in Usa sventolate contro Darwin, ma di fatto piega sempre di più in tale direzione, sia pure senza osare dirlo.
In verità il papa e i suoi collaboratori forse dovrebbero studiare di più perché il carattere di scienza storica dell’evoluzione è da tempo accettato pressocché da tutti e la sua storicità non ne inficia la robustezza scientifica. Infatti le prove paleontologiche, e ormai anche del Dna, sono coerenti e oltre a tutto l’evoluzione è pur sempre all’opera: ogni anno i ricercatori scoprono rapidi adattamenti per mutazioni e interazione con gli ambienti mutati. Non capita solo nei laboratori dato che persino i leggendari fringuelli delle Galapagos, che tanto diedero da pensare a Darwin, hanno avuto di recente veloci evoluzioni di specie.

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Come si comunica la scienza

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

 

a. del.

Si apre con la figura di Craig Venter (vedi a lato) il libro di Yurij Castelfranchi e Nico Pitrelli, Come si comunica la scienza? (Laterza). Gli autori lo ritengono un esempio significativo di scienziato «post-accademico», tipico della fase che stiamo attraversando, nella quale i processi scientifici non sono più confinati all’interno dei laboratori e delle università ma devono aprirsi al dialogo con la società. Alla scienza infatti non basta più essere valida o corretta: deve essere anche socialmente robusta, cioè deve incontrare le esigenze e le priorità dei cittadini. E per farlo deve parlare con loro e saper ascoltare. Una questione di democrazia, essendo impensabile affidare solo all’esperto scelte importanti come quelle che riguardano la produzione di energia o la ricerca sulle staminali. Per adattarsi, centri di ricerca e istituzioni scientifiche si stanno dotando sempre più spesso di uffici stampa, open days e vere e proprie campagne marketing.
Ma il modello «lineare» della comunicazione della scienza, che prevedeva la trasmissione a senso unico, dall’autorità costituita verso un pubblico passivo, da educare, non è più valido (se lo è mai stato). Oggi parlano di scienza tanti protagonisti differenti, dal ricercatore che scende in piazza all’associazione di pazienti che chiede di cambiare la sperimentazione di un farmaco. E i cittadini prendono sempre più spesso la parola, tramite un referendum per esempio, ma anche all’interno di movimenti, oppure usando il loro potere di consumatori e scegliendo cosa acquistare e cosa no. Secondo Castelfranchi e Pitrelli, le nuove parole chiave della comunicazione della scienza cominciano a essere «dialogo» e «partecipazione», mentre il flusso di informazioni diventa orizzontale: saranno gli scienziati a dover ascoltare sempre più spesso quello che dice la società.

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Il pirotecnico viaggio di Craig Venter

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

Alessandro Delfanti

Imbarcate qualche biologo, una schiera di giornalisti, un’idea geniale e un bel po’ di dollari su uno sloop di trenta metri, e poi spediteli a fare il giro del mondo sulle tracce del Beagle, il brigantino che negli anni Trenta dell’Ottocento ha portato Charles Darwin nei luoghi che lo avrebbero ispirato a concepire la sua teoria dell’evoluzione. È quello che ha fatto Craig Venter, lo scienziato-imprenditore per eccellenza, protagonista nel 2000 del sequenziamento del genoma umano. Con la Celera Genomics, un’impresa privata, aveva gareggiato con il consorzio pubblico globale dello Human Genome Project. Ora Venter ha pubblicato sulla rivista scientifica PLoS Biology (che gli ha dedicato un intero numero) parte dei risultati della spedizione attorno al mondo della sua nave: metà laboratorio galleggiante e metà corazzata comunicativa, il Sorcerer II, che in inglese significa stregone, è partito nel 2003 da Halifax in Canada ed è tornato in porto nel 2005, passando per il Mar dei Sargassi, le isole Galapagos e la Polinesia Francese.
Per quasi due anni ha filtrato l’acqua degli oceani, raccogliendo e catalogando genomi batterici sconosciuti. Venter, come Darwin, è andato a caccia di biodiversità, sostituendo fringuelli e iguane con batteri e virus. Ma non è quella la differenza principale tra Beagle e Sorcerer: se Darwin osservava, io intervengo, sostiene Venter, e lo fa applicando ai microrganismi le tecniche bioinformatiche «shotgun» a suo tempo sviluppate per sequenziare il genoma umano, cioè frantumando e ricomponendo i genomi batterici raccolti dal Sorcerer. I risultati sono impressionanti: sette milioni di sequenze di Dna analizzate, per un totale di sei miliardi di nucleotidi, insomma uno dei più grandi database genomici del mondo; migliaia di nuove famiglie di proteine, migliaia di nuove specie batteriche. Per immagazzinare questi dati e metterli a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo è stata creata ad hoc una banca dati open access (anche se il governo dell’Ecuador non si fida e per tutelarsi da possibili azioni di biopirateria non permette la pubblicazione dei dati raccolti nelle sue acque territoriali). Eppure, secondo Venter, non abbiamo che cominciato a «grattare la superficie» dell’enorme diversità microbica – e genomica – del pianeta, che in futuro dovrebbe permetterci tra le altre cose di produrre energia e di combattere il riscaldamento globale: la spedizione è stata finanziata dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Come dice Venter poco modestamente, con le biotecnologie (e con i suoi dati) produrremo microrganismi con i quali «cambieremo il corso dell’evoluzione! E per il bene dell’umanità eviteremo la catastrofe planetaria!» .
In queste settimane, come sempre quando c’è di mezzo Craig Venter, la stampa di tutto il mondo sta parlando di questa ricerca. Oltre che scienziato e imprenditore di successo, capace di raccogliere grandi capitali privati e pubblici e costruire enormi progetti di big science, Venter è un comunicatore nato. A bordo del Sorcerer II, per esempio, c’era un’intera troupe di Discovery Channel, che vi ha girato un documentario intitolato Cracking the Ocean Code, cioè «svelare il codice degli oceani», nel quale Venter nuota con le tartarughe giganti delle Galapagos e racconta la sua nuova avventura. Sul sito http://www.sorcerer2expedition.org è possibile seguire la rotta del Sorcerer II tramite una mappa interattiva, che ci aggiorna sulla posizione attuale della nave e ci mostra, per ogni località toccata dal viaggio, le foto degli abbronzantissimi biologi del Venter Institute in azione. Inoltre si trovano spiegate in modo molto semplice le tecniche di raccolta e sequenziamento dei genomi adottate dalla spedizione, il tutto con il sottofondo del rumore delle onde solcate dallo sloop.
Venter dimostra di saper giocare con il suo personaggio e con la potenza comunicativa della sua nave, che è una miniera di immaginari: il viaggio, la scoperta, il nuovo Darwin. La ricchezza della vita, la frontiera, l’impresa eroica. I confini svaniscono: dove finiscono le esigenze scientifiche e dove cominciano quelle comunicative? Inoltre, Venter non si accontenta di pubblicizzare una ricerca scientifica, di scrivere un comunicato o di invitare dei giornalisti a una conferenza stampa, ma sa sfruttare al meglio tutti gli strumenti a sua disposizione. Per la scienza «post-accademica», nella quale la comunicazione è un elemento indispensabile per acquisire legittimità e dialogare con la società, il caso di Craig Venter è certamente uno dei più interessanti.

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Se la felicità fa un po’ specie

Posted by franco carlini su 29 marzo, 2007


La felicità delle orchidee ingannevoli e quella degli umani, la convenienza delle api. Un articolo della rivista Nature, le risposte di due studiosi italiani
Franco Carlini
Cosa ci insegnano orchidee e api? La loro interazione è ampiamente studiata, perché, come per altri fiori e insetti, le prime usano le seconde per fare sesso: l’ape arriva, entra nel fiore e si sporca la testa di polline che poi trasferirà in un altro fiore, fecondandolo.
Di specie di orchidee ce ne sono addirittura 30 mila e di queste almeno un terzo appaiono decisamente egoiste nei confronti degli insetti; infatti si presentano attrattive, come se contenessero del buon nettare assai energetico e invece no, di cibo per le api non ce n’è. Mimetismo che si trasforma in truffa, escogitata dall’evoluzione. Un sottogruppo di orchidee poi, fa ancora di peggio alle api: con gli odori e con il loro aspetto esteriore, si esibiscono come api femmine, invitando i maschi a fare sesso con loro.
La rivista Nature (volume 445, pagina 816) ha raccontato di recente del «sadico» rapporto tra l’orchidea Ophrys sphegodes e l’ape solitaria Andreana nigroaenea. I giovani maschi di quella specie escono dal nido a inizio di primavera, mentre le femmine usciranno più tardi. Si aggirano allora in cerca del loro primo rapporto sessuale, ma, inevitabilmente inesperti, scambiano quei fiori e quei profumi per delle attraenti ragazze; dunque «ci provano», si infilano nel fiore, si caricano involontariamente di polline e se ne vanno frustrati.
Qui nasce un bel problema per gli studiosi dell’evoluzione, che già intrigò Charles Darwin: secondo la sua teoria, dei caratteri fisici o dei comportamenti si fissano in una specie e si tramandano da una generazione all’altra solo se sono vantaggiosi. Ma quale vantaggio ricaverà mai il maschio dal fatto di tentare dei rapporti sessuali inutili e infruttuosi? Non è uno spreco di energie e un danno? Perché continua a farlo pur pagando un prezzo energetico? Come mai quel comportamento, determinato dai suoi geni, non è decaduto nel tempo, a vantaggio di altri più vantaggiosi?
Quanto all’altro fronte, quello delle orchidee: non danno alcun vantaggio alle api e perciò, dopo il primo tentativo, per le api frustrante, saranno visitate poche volte e quindi verranno impollinate di meno.
Potrebbero persino venire abbandonate del tutto e in ogni caso generano meno prole e dunque, a rigor di logica evoluzionista stretta, prima o poi dovrebbero sparire, soppiantate da altre piante della stessa famiglia che, offrendo del nettare in ricompensa, avranno più figli. Eppure anche loro prosperano eccome.
Intervistati su questo argomento dalla trasmissione Radio3 Scienza, due studiosi italiani, Salvatore Cozzolino dell’università di Napoli e Andrea Pilastro dell’università di Padova, hanno dato risposte interessanti: poiché tra le api maschie c’è molta concorrenza sessuale, è comunque conveniente a ogni singolo individuo provarci sempre, anche se c’è il rischio di scambiare un fiore per una ragazza, perché il non farlo potrebbe far perdere delle buone occasioni.
E le orchidee ingannevoli, per parte loro, continuano comunque a essere impollinate proprio per via di questa convenienza delle api; magari avranno una prole numericamente minore, ma quello che perdono in quantità sembra lo guadagnino in qualità.
La storia è certo affascinante, ma non dovrebbe interessare solo coloro cui piace la natura. Ci dice invece qualcosa di più generale.
Intanto che le interazioni tra specie non necessariamente sono basate su rigidi parametri utilitaristici («io do una cosa a te tu dai una cosa a me»). Seguono anche altri percorsi, talora fortuiti e tortuosi. Ovviamente non ci sono scelte consapevoli a questo livello di interazioni, ma soltanto comportamenti dettati dal Dna. Ma salendo di livelli, agli animali superiori e anche a noi, Homo sapiens, si scopre che i comportamenti generosi, altruisti e oblativi (nel senso di dono), sono molto frequenti. Uno studioso italiano, Bruno Manghi, responsabile del centro studi della Cisl di Firenze, ha appena pubblicato al riguardo un libretto, tanto piccolo quanto denso, intitolato Fare del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata (Marsilio, 8 euro).
Manghi non si spinge a sostenere che l’economia del dono sia l’alternativa radicale a quella fondata sul mercato o all’intervento dello stato, ma ne segnala per così dire la naturalità e l’elemento di soddisfazione e gratificazione personale che ne ricaviamo.
Insomma fare del bene, fa anche star bene, e questo a molto a che fare anche con la cosiddetta economia della felicità, di cui tanto oggi si parla, infine riscoprendo che sono i beni di relazione, più che quelli materiali a dare senso alla vita. Di opinione opposta è un gigantesco cartellone sui muri di Milano che recita: «I soldi fanno la felicità. Se non sei ricco è perché nessuno te l’ha ancora insegnato».

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India, paradiso dei test clinici

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Patrizia Feletig

Magliette, radioline, software o call center: l’India è una destinazione principe nella delocalizzazione dei processi produttivi delle imprese occidentali.  Posizione rafforzata grazie  a un nuovo potenziale di sfruttamento: l’outsourcing farmacologico. Nel giro di alcuni anni, il subcontinente potrebbe diventare la più  grande clinica di sperimentazione di nuovi farmaci sugli esseri umani.

Uno studio condotto della AT Kearney, piazza l’India al secondo posto (dopo la Cina e prima della Russia) tra i paesi in via di sviluppo in cui le multinazionali appaltano test clinici. Sul numero totale di studi in corso nel mondo, il 10% già è svolto in India. La tendenza è in ascesa, anche grazie all’abolizione di una legge che limitava i test che le aziende straniere potevano condurre nel paese. Risultato: negli ultimi 5 anni le ricerche sono decuplicate. Nel lungo processo di progettazione di un medicinale, la sperimentazione sull’uomo è il passaggio più delicato e rappresenta il 40% delle spese. Esportandola in paesi dell’Africa, India o Brasile si risparmia fino al 60%. Nel 2006 Merck e Wyeth hanno condotto almeno la metà dei propri test al di fuori degli Stati Uniti, mentre le corporation europee si rivolgono all’Est Europeo. Johnson&Johnson, GSK, Amgen, Bristol -Myers e altre  multinazionali hanno aperto filiali indiane per testare cure contro il diabete, l’ipertensione e il cancro.

Conscia dei rischi di corruzione e abuso, l’India corre ai ripari. «Si passa attraverso dei comitati etici e si lavora con  i CRS centri locali di sperimentazione, per effettuare test in strutture organizzate ben diversi dagli ospedali di 30 anni fa» spiega Ezio Bombardelli della Indena spa, farmaceutica italiana con una testa di ponte in India.  Per aziende non strutturate localmente basta una ricerca su Internet per trovare diversi siti come http://www.flatworlsolutions.com o  http://www.igate.com/icri/ che offrono lo sviluppo di programmi di test clinici su misura interfacciandosi con il sistema sanitario indiano. Entro il 2010, secondo Bain &Co le spese totali per i trial clinici effettuati in India potrebbero superare due miliardi di dollari.

Ad attirare la ricerca medica occidentale in India sono due fattori: disponibilità di personale competente che spesso ha studiato all’estero ma costa poco e, soprattutto, l’abbondanza di «materia prima». Dopo le prove sugli animali, per dire se un farmaco funziona veramente bisogna somministrarlo a un malato seguendo tre fasi. La sostanza è inizialmente testata su individui sani, poi è somministrata a un numero più elevato di individui affetti lievemente della patologia, infine, nella Fase 3, coinvolge migliaia di malati e dura diversi anni. La validità del risultato si gioca quindi sui grandi numeri. Non è semplice radunare cospicui gruppi omogenei di pazienti. Tanto più che oggigiorno occorre dimostrare dei benefici meno macroscopici rispetto a 20 anni fa (ad esempio la riduzione dal 6 al 5 per cento del tasso di mortalità per malattie cardiovascolari) che richiedono campionature di decine di migliaia di pazienti per far emergere i fenomeni più fini. La penuria di volontari occidentali (solo il 3 per cento dei malati di cancro accetta di partecipare a sperimentazioni e il tasso di recesso è molto alto) ritarda notevolmente il varo di nuovi farmaci o addirittura ne pregiudica la commercializzazione. 

Il  «vantaggio competitivo» indiano si misura in 40 milioni di asmatici, 34 milioni di diabetici eccetera, che, combinato con l’ampia disponibilità di volontari, consente risparmi nel reclutamento del 30-40 per cento. E’ una popolazione tanto più appetibile in quanto farmacologicamente incontaminata e quindi esente da rischi di interazioni impreviste con altri medicinali. Non è una spropositata fiducia nella medicina a invogliarli ad assumere rimedi non certificati e dagli effetti collaterali incerti. Ricevono denaro e spesso anche assistenza medica gratuita e gli ospedali finanziamenti e apparecchiature. Tuttavia l’outsourcing della ricerca clinica nei paesi in via di sviluppo rimane una pratica controversa. Definiti «cacciatori di corpi» nel libro inchiesta di Sonia Shah (www.soniashah.com), i ricercatori di Big Pharma, sono accusati nel film «The Constant Gardner» di sfruttare l’ignoranza per reclutare cavie umane a buon mercato.

Tuttavia, come avvenne con l’outsourcing high tech che creò professionisti di talento e portò strutture all’avanguardia, i trial clinici, se ben condotti, potrebbero rappresentare una fonte di conoscenza privilegiata. Con qualche insensatezza però se, rispetto alle priorità sanitarie nazionali, ci si focalizza su trattamenti per l’osteoporosi o la disfunzione erettile.

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Un rapporto Copia e Incolla

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

A rendere meno facile la posizione della svizzera Novartis nella battaglia indiana (vedi editoriale) è scoppiato il caso del cosiddetto Rapporto Mashelkar, steso dall’ex presidente del Comitato per la Ricerca Scientifica e Industriale (Csir) per contro del governo sui temi della brevettabilità. La casa farmaceutica voleva usarlo come supporto alla sue tesi contro le leggi indiane dei brevetti, ma, pochi giorni dopo essere stato depositato, quel rapporto è stato precipitosamente ritirato dall’estensore stesso, dopo che i partiti di sinistra hanno fatto notare che alcuni brani era stati presi alla lettera da una delle memorie che il comitato aveva ricevuto dall’industria, ovviamente senza citare la fonte, cosa che ogni scienziato è obbligato a fare. La memoria da cui i brani sono stati prelevati era stata sottoposta dall’esperto Shamnad Basheer dell’Ip-Institute inglese, specializzato in brevetti internazionali e questa, a sua volta, era basata su una ricerca di diritto commissionata dall’organizzazione Interpat (dove la parola «pat» sta per patent, brevetto) la quale raggruppa praticamente tutte le più importanti case farmaceutiche mondiali, 29 in tutto. Già in un’altra occasione mister A. R. Mashelkar era stato smentito dal suo stesso governo per le posizioni troppo liberiste a proposito di proprietà intellettuale. Questa volta esce imbarazzato grazie al frettoloso «copia e incolla» di testi altrui. La critica di merito è venuta da numerosi esperti indiani come Vandana Shiva, Meera Shiva, B. K. Keyala i quali hanno fatto notare come le tesi del rapporto siano in contrasto anche con i principi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del trattato Trips sui beni intellettuali. In India l’80 per cento dei malati paga le spese sanitarie di tasca propria, dato che la spesa pubblica per la salute è appena dell’1 per cento del prodotto interno lordo.

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Il futuro prossimo si chiama Open Access

Posted by franco carlini su 8 marzo, 2007

Patrizia Cortellessa
L’informazione scientifica deve essere o no accessibile e gratuita per tutti? Si, dicono i sostenitori dell’Open Acces (Oa), perché questo risponderebbe esattamente al principale obiettivo dichiarato della ricerca scientifica: la disseminazione libera del sapere. Sì, e soprattutto oggi, perché la veicolazione e l’interscambio di informazioni è resa più facile grazie alle nuove tecnologie (leggi internet) che hanno stravolto un modello di ricerca tradizionalmente statico. Oggi sono molti i ricercatori che scelgono di pubblicare liberamente su riviste disponibili e open su internet, piuttosto che supubblicazioni convenzionali o in abbonamento.
Open access sì, insomma, soprattutto se le ricerche da cui derivano gli articoli in questione sono finanziate con fondi pubblici. Lo richiedono a gran voce le università, gli istituti di ricerca e i singoli ricercatori che hanno lanciato una petizione – partita quasi in sordina e lontana da strombazzamenti mediatici – proprio sul tema del libero accesso delle pubblicazioni scientifiche. Il tema sta appassionando e dividendo la comunità internazionale. Secondo i sottoscrittori della petizione, gli articoli e gli editoriali scientifici e accademici devono essere liberamente accessibili ai ricercatori subito dopo la pubblicazione, specie se all’origine del processo c’è stato un finanziamento pubblico. Open access per legge, insomma.
E se è vero che l’avanzamento della scienza dipende dalla disponibilità di dati e dalla rapidità del loro reperimento, grazie ai progressi nell’archiviazione e nel calcolo elettronico in quasi tutte le discipline l’indagine scientifica sta diventando sempre più ricca di informazioni… L’accesso a questi dati, o ai risultati di altre ricerche, non deve essere negato a nessuno. Anche in considerazione dell’aumento esponenziale dei costi di abbonamento ai periodici scientifici.
Il panorama degli ultimi anni fotografa infatti una situazione abbastanza desolante: pochi editori commerciali che dominano il sistema di riproduzione e circolazione dell’informazioni scientifica, con politiche dei prezzi a loro esclusivo vantaggio, ma che fanno a pugni con il reale interesse dei principali acquirenti: gli stessi produttori dell’informazione scientifica (università, enti di ricerca, singoli ricercatori).
Di tutto questo si è discusso a Bruxelles il 14-15 febbraio, nell’ambito di un convegno denominato Scientific Publishig in the European research area: access, dissemination and preservation in the digital age. Un bel problema, quello che si è trovato ad affrontare la Commissione europea: conciliare il diritto d’autore (e quindi gli interessi economici degli editori), con la richiesta sempre maggiore di «open access». Il 17 febbraio, tanto per ragionare in cifre, la petizione aveva intanto già raccolto 21.462 sottoscrizioni fra singoli, enti e organizzazioni culturali di tutto il mondo, inclusi diversi premi Nobel. Numeri che fanno discutere. Le ragioni di quest’ampia comunità – che si è riunita per sostenere un nuovo modello di comunicazione e il concetto di Open Access «digitalizzato, on-line, gratuito, libero dalla maggior parte delle restrizioni connesse al diritto d’autore e alle licenze» – pare abbiano trovato ascolto. La Comunità europea ha stanziato più di 100 milioni di dollari a sostegno di infrastrutture e «archivi» dove immagazzinare i milioni di articoli accademici scritti ogni anno. Una spinta irreversibile verso l’«open access», sembrerebbe, e che comporterà sicuramente una ridefinizione dei ruoli di ricercatori, editori, università e agenzie che finanziano la ricerca.
Una direzione tra l’altro già intrapresa, in parte. I National Institutes of Health statunitensi, ad esempio, hanno proposto un Open Access obbligatorio per tutte le ricerche da loro finanziate, partendo da sei mesi dopo la data di stampa. E la maggior parte delle riviste più importanti hanno concesso agli autori il diritto di pubblicare per proprio conto versioni dei loro articoli peer-reviewed. E ancora: The Directory of Open access journals è un elenco di riviste a consultazione libera (più di 2.100), di cui oltre 800 interrogabili a livello di articolo tramite ricerca con parola chiave o scorrimento per area disciplinare.
Ma cosa dicono su questo gli editori? Contro l’obbligatorietà dell’open access per le pubblicazioni scientifiche, la Fep (Federazione editori europei) ha sottoscritto un documento – firmato fra gli altri anche dall’Aie e gli editori italiani del settore Stm (editoria scientifica, tecnica e medica) -che è stato presentato a Bruxelles durante il convegno di febbraio (si può trovare anche sul sito http://www.aie.it). Una risposta pubblica alla petizione ancora in corso e il cui contenuto, sicuramente, continuerà a generare dibattito.

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Thuram al museo

Posted by franco carlini su 1 marzo, 2007

Il cranio del calciatore francese Liliam Thuram dal 21 febbraio scorso è esposto al Museo dell’Uomo di Parigi a fianco di un uomo di Cros-Magnon e del filosofo René Descartes. Quello  della stella del calcio, ovviamente, è solo una plastica riproduzione, costruita nel gennaio scorso grazie a uno scanner a risonanza magnetica. Il tutto all’interno di una mostra intitolata «La Saga dell’Uomo: Episodio 1». Thuram, che attualmente gioca nella squadra del Barcellona, è stato scelto come simbolo dell’umanità intera: nato a Pointe-à-Pitre  nella Guadeloupe, arrivato in Francia a nove anni, è noto per le sue campagne per i diritti sociali e contro il razzismo.  Per Thuram l’iniziativa «mostra che siamo tutti della stessa famiglia».

Questa scelta è anche un po’ autocritica. Per lunghi anni infatti il museo francese continuò a mettere in mostra lo scheletro, i genitali e il cervello di Saartjie Baartman, una donna sud africana, di etnia Khoisan, che era stata letteralmente esibita, da viva, in Inghilterra, nei primi anni dell’ottocento. Veniva chiamata la Venere Ottentotta e molte stampe dell’epoca rappresentano la sua triste vicenda. Morì a Parigi nel 1815 ma i suoi resti vennero infine sepolti con dignità in Sud Africa solo nel 2002, grazie alle ripetute e insistite richieste fatte da Nelson Mandela a partire dal 1994. Per prendere l’ovvia e giusta decisione si dovette riunire persino il parlamento francese.

Secondo Nathan Schlanger dell’Inrap di Parigi (Institut Nationale des Recherches  Archéologiques Préventive) «Saartjie si trovò in un contesto razzista e coloniale, (venendo trattata) come un oggetto passivo di esibizione … Thuram è un uomo francese moderno, cui capita di essere nero e  che si afferma come eguale».

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Se anche l’aviaria fa bit

Posted by franco carlini su 22 febbraio, 2007


Libera circolazione di informazioni scientifiche, controllo sul loro utilizzo commerciale
Il caso indonesiano, fra virus dei poveri e farmaci ricchi. Un altro tipo di uso delle leggi internazionali sulla proprietà intellettuale e la biodiversità

Franco Carlini
Guai a credere che i cosiddetti diritti di proprietà intellettuale (Ipr) riguardino solo il mondo dei bit. La conoscenza-merce è dappertutto e ovunque genera conflitti acuti, anche laddove il buon senso e il bene comune dovrebbero essere vincenti. Come del caso dell’influenza aviaria e del suo virus, l’H5N1, nelle sue molte varianti. Come tutti i virus influenzali, infatti, anche questo è assai mutevole, pronto ad adeguarsi e nuovi ambienti e a mutare. Proprio questo lo rende pericoloso. La sua area d’origine è l’Asia, dove si sono sviluppati almeno due ceppi importanti, l’uno centrato in Vietnam, Thailandia e Cambogia, il secondo specialmente in Cina e Indonesia. E’ questo secondo il più pericoloso per gli umani e l’Indonesia è il paese più colpito, con 63 morti su 81 casi di contagio tra il 2005 e oggi. Si capisce dunque quanto sia importante controllare giorno per giorno, studiare l’andamento del contagio (gli ultimi casi tra gli uccelli si sono verificati di recente in Inghilterra e Russia) e analizzare subito i campioni, per studiarne le variazioni e attrezzarsi a produrre i vaccini.
Finora la prassi internazionale prevedeva che ogni paese mandasse ai laboratori che lavorano con l’Organizzazione Mondiale della Sanità i tessuti degli animali morti, ma all’inizio dell’anno il governo indonesiano decideva unilateralmente e polemicamente di non farlo più.
Lo ha deciso rifacendosi alle leggi internazionali sulla proprietà intellettuale e la biodiversità: questi prodotti biologici sono nostri e dobbiamo poterne controllare l’utilizzo, altrimenti è pirateria. Un atteggiamento egoistico e ricattatorio, verrebbe da dire, e invece lo stato asiatico ha le sue buone ragioni, come anche il settimanale inglese New Scientist ha riconosciuto, e l’intera storia è un po’ diversa.
Quella aviaria, a differenza di altre forme di influenza, potrebbe diventare una pandemia, ovvero un’epidemia a scala globale. Se dilagherà lo farà assai velocemente e l’unica difesa possibile è preparare in anticipo grandi scorte di vaccino da distribuire alla popolazione quando il virus arrivi. Vaccino che ha da essere continuamente aggiornato, inseguendo le mutazioni del virus stesso.
Non ci sarebbe il tempo, infatti, in Italia come negli Stati Uniti, di sequenziare il virus ultima versione, attivare le fabbriche e produrre le dosi in milioni di esemplari.
Qui entra in gioco la forza industriale dei diversi paesi, perché quelli che hanno capitali e un’industria farmaceutica già sviluppata possono farlo, gli altri no, e l’Indonesia è tra questi come ha detto Lily Sulistyowati, portavoce ministro della Sanità, «l’industria farmaceutica statale Bio Farma non ha le tecnologie e l’esperienza per creare il vaccino».
E’ necessaria dunque una cooperazione internazionale, che però finora non c’è stata. E non è solo l’Indonesia a dirsi preoccupata; durante una sessione dell’Oms in dicembre il delegato tailandese Suwit Wibulpolprasert ha detto: «Noi mandiamo i nostri virus ai paesi ricchi per produrre i vaccini e quando scoppiasse la pandemia loro sopravvivranno e noi moriremo».
In sostanza i paesi asiatici avevano proposto un accordo: la nostra biodiversità (virus) in cambio di farmaci garantiti. L’accordo raggiunto suonava dunque così: libera circolazione delle informazioni scientifiche, per sviluppare la ricerca, ma controllo sul loro utilizzo commerciale.
In gennaio tuttavia la polemica si riapriva e questa volta per colpa dell’Australia, dove un’azienda, la Csl di Melbourne, annunciava la produzione di un vaccino basato sul ceppo indonesiano dell’H5N1. Il ministero di Jakarta immediatamente protestava e minacciava denunce: «Noi abbiamo il virus, noi ci ammaliamo, loro prendono il virus dall’Oms e fanno il vaccino per se stessi». Da qui la decisione clamorosa: nessuna spedizione di tessuti ai ricercatori dell’Oms e invece un accordo esclusivo con la casa farmaceutica americana Baxter, la quale si impegnava a produrre i vaccini anche per l’Indonesia. I dettagli dell’accordo non sono stati resi noti.
Il 16 febbraio scorso, infine, la crisi è stata per il momento ricomposta. Un comunicato congiunto da Ginevra, firmato da David Heymann dell’Oms e dal ministro indonesiano, assicura che il paese riprenderà l’invio dei tessuti, ma che l’organizzazione delle Nazioni Unite si darà da fare per assicurare a tutto il sud est asiatico un’equa disponibilità di vaccini e lo sviluppo di laboratori e di capacità produttive locali.
L’intera storia ci segnala quanto la conoscenza sia un fattore decisivo non solo di sviluppo, ma anche di salvezza. Ovviamente i virus sono un prodotto della natura e sono di tutti, ma le capacità di studiarli sono concentrate nei paesi ricchi i quali non solo possono difendersi meglio, ma anche, come nel caso dell’Aids, vendere a caro prezzo i farmaci alle popolazioni dove i virus hanno avuto origine. E se questi non hanno i soldi, vuol dire che quello non è un mercato interessante. Fuori mercato nessuna salute, è la regola micidiale delle Big Pharma.

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