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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘Social Networks’ Category

Non è tutto sociale quello che web

Posted by franco carlini su 24 agosto, 2007

 

In «Republic. com 2.0», Cass Sunstein (università di Chicago) analizza, preoccupato, gli sviluppi dei blog e dei social network Una analisi di quel che, grazie a Internet, sembra essere un «mercato perfetto» dell’informazione e dell’intrattenimento

Franco Carlini

I social network rischiano di relegare i partecipanti delle singole community e di isolarli dagli stimoli di realtà diverse. Il paradosso del web sociale è la sua mancanza di pluralismo e di contraddittorio. L’ultimo saggio di Cass Sustein – Republic.com 2.0 – ne illustra le dinamiche.
All’apparenza, grazie all’internet, quello dell’informazione e dell’intrattenimento è finalmente un «mercato perfetto», sia sul fronte della produzione che su quello della distribuzione. Chiunque infatti può produrne a bassissimo costo, senza ricorrere ad agenzie di intermediazione, e se è bravo avrà successo; viceversa la rete globale permette a ognuno di trovare tutto quanto gli piace e solo quello, dalle migliori musiche del Burkina Faso alle ricette di cucina a base di fragole. C’è spazio per tutti, grazie al fenomeno della «Long Tail» (ben descritto nel saggio La Coda Lunga di Chris Anderson, Codice edizioni). Vale per musica, romanzi, film, così come per le notizie, anche per effetto del crescere impetuoso del giornalismo iperlocale, grazie al quale chiunque può sapere come sono andate le feste di fine anno scolastico nella più piccola delle contee americane. Eccetera, eccetera, in abbondanza e sovrabbondanza.
Ma è davvero tutto così bello e meraviglioso? Non c’è alcun problema? I problemi ci sono, e non sono pochi. Molti intellettuali tradizionali, ultimo Giorgio Bocca sull’Espresso, lamentano l’eccesso di informazione: già il fatto che sia troppa è un bel guaio, cui si aggiunge che spesso è poco affidabile, diventando solo noise, rumore.
Ha scritto Bocca sul numero del 2 agosto: «Dietro la moltiplicazione, l’invasione, l’infatuazione delle macchine non si vede una crescita delle conoscenza, una maggiore pienezza di vita, ma un soffocamento della fantasia, un nozionismo invadente. L’uso generalizzato di un archivio colossale come internet che vantaggi dà se non il moltiplicare notizie e conoscenze vecchie e mal digerite?». Questa è un’obiezione classica, che è sempre stata avanzata in occasione di ogni salto delle tecnologie della comunicazione, fin dai tempi della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Ogni volta scatta l’angoscia, ogni volta si percepisce che lo scibile umano non è più riconducibile a pochi testi o enciclopedie e che occorre imparare a gestire l’abbondanza delle idee con nuovi strumenti, pratici e concettuali (tale è il tema di un recente saggio di Alex Wright, Glut: Mastering Information Through the Ages che ripercorre il tema dell’information overload attraverso i secoli e il sogno di un sapere universale).
A questo problema la rete offre oggi molte soluzioni, sia tecniche che sociali, e sono tutte all’insegna dei filtri. Filtri non per censurare, ma per scegliere. Sono tali i motori di ricerca, che offrono un sottoinsieme delle pagine web in risposta alla query (domanda) fatta dall’utente attraverso delle parole chiave. Ma non sono gli unici utensili: il sistema degli Rss Feed permette al lettore di selezionare le fonti cui abbeverarsi quotidianamente, per esempio, dall’Economist, tipico settimanale generalista, solo le notizie di Scienza e Arte, e da Endgadget solo quelle sui cellulari, e via selezionando.
Ci sarà anche chi fa ricorso a uno dei diversi siti che aggregano in proprio le notizie, pescando da migliaia di fonti, e le suddividono per categorie: tipico Google news, ma anche Individual.com oppure Reddit.com. Infine ci sono le versioni più o meno spinte di giornale personalizzato, che fu un sogno-proposta di Nicholas Negroponte, il cosiddetto MyJournal. E’ una possibilità che diversi siti e testate offrono da tempo, anche il prestigioso Wall Street Journal: ogni lettore compone una sua prima pagina individuale, che mette in evidenza gli argomenti che gli interessano e solo quelli; ogni copia del giornale online è dunque diversa da quella di ogni altro lettore.
Non è meraviglioso? Non è il trionfo dell’estrema libertà e personalizzazione dei consumi? La tendenza percorre tutti i media, non solo quelli internet; palinsesti personalizzabili offrono le tv, magari attraverso apparecchi dedicati alla bisogna, come Tivo (un videoregistratore su hard disk, dove prenotare gli spettacoli e i canali da registrare).
Ma qui nasce un nuovo problema, che uno studioso americano, Cass Sunstein dell’università di Chicago, ha già affrontato nel 2001 con il suo libro Republic.com e che ora ripropone, in versione aggiornata agli ultimi sviluppi dei blog e dei social network. Il titolo, persino un po’ troppo ovvio è Republic.com 2.0. La sua preoccupazione, del tutto condivisibile, è questa: una tale perfetta possibilità da parte di ognuno di selezionare quanto gli interessa e di escludere tutto il resto genera una pericolosa frammentazione della sfera pubblica che a sua volta si riflette negativamente sull’idea stessa di democrazia e di libertà di espressione. Il Daily Me o il My Journal, rinchiudono ognuno nel guscio dei suoi interessi attuali, senza esporlo mai ad altre informazioni e ad altri punti di vista. Così avviene spesso anche per i forum, i blog, le comunità: frequentare solo i luoghi dove si sa a priori che la pensano come noi può essere tranquillizzante e gratificante. Allineare il proprio sito a quelli simili è utile e fa comunità. Ma può anche accecare e limitare.
Al contrario, sostiene Sunstein, un ben congegnato sistema della libertà di espressione dovrebbe rispondere a due requisiti. Primo: «Le persone devono essere esposte a materiali (notizie e punti di vista, ndr) che non hanno scelto in anticipo. Degli incontri non pianificati, non anticipati, sono un elemento essenziale della democrazia». È la differenza che corre tra il frequentare un club chiuso (di tifosi di una squadra, di appassionati di arte digitale, di cultori di una sottocorrente del buddismo) e invece circolare per le piazze e negli angoli di strada, dove si incrocia, e magari si dialoga con altra umanità. È la differenza tra coltivare l’identità in maniera esasperata e lasciarsi coinvolgere dalla diversità. Questo atteggiamento, da strada e piazza pubblica, è un potente antidoto a razzismi, settarismi ed estremismi.
Secondo: è utile e opportuno che «molti cittadini condividano delle esperienze. Senza esperienze condivise una società eterogenea avrà una difficoltà molto maggiore nell’affrontare i problemi sociali. Le persone possono trovare difficile capirsi gli uni con gli altri». Questo aspetto di piattaforma comune di informazioni è stata la grande caratteristica virtuosa della stampa quotidiana generalista: offre a ogni comunità, a diverse scale di grandezza, dal comune alla nazione, un contesto a partire dal quale stare assieme, ma anche se del caso discutere e litigare civilmente. È una condizione essenziale della democrazia. E non si tratta solo dei grandi fatti della politica: anche la cronaca nera e bianca, i nati e i morti, sono il tessuto comune che i quotidiani tradizionalmente offrono. È una funzione di collante (glue) sociale. In questo essi sono favoriti dalla loro struttura fisica, che obbliga a sfogliare: per arrivare alle pagine dell’amato sport uno è costretto a muovere i fogli e lo sguardo magari gli cadrà sul Darfur o sul riscaldamento globale: viene «esposto», appunto ad altri temi e problemi, e va a vedere che non si soffermi.
Se questi due elementi – l’esposizione e la condivisione di esperienze – vengono a mancare perché ogni individuo si costruisce il proprio media personale, le sue «camere ad eco» che appunto echeggiano le sue preferenze e i suoi punti di vista predeterminati, allora sono guai.
Il rischio segnalato da Sunstein è reale e già presente nelle nostre società, anche indipendentemente dalle tecnologie digitali, e non basta esorcizzarlo sostenendo che tanta informazione, anche se frammentata, è comunque un progresso. Ciò è vero, è sempre vero, ma non basta. Questi sono tempi di informazione sovrabbondante e dove, contemporaneamente, l’attenzione è la risorsa scarsa. Per questo «il filtraggio è un fenomeno inevitabile, un fatto della vita». Ma altrettanto utile è continuare ad alimentare e a valorizzare i luoghi della diversità e del libero confronto. Anzi proporsi esplicitamente di costruirli.

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Business dei blog, giornalismo dal basso

Posted by franco carlini su 24 agosto, 2007

 

Blogosfera L’incontro fatale tra blog e affari. Sulla scia degli oltre 70 milioni di diari in rete nel mondo

Sarah Tobias

Prima o poi doveva succedere: poiché il mondo dei blog attrae sempre di più l’interesse del business, ecco il primo evento, americano e mondiale al tempo stesso, dedicato alla blogosfera. Si svolgerà l’8 e 9 novembre a Las Vegas, città ideale per le grandi convention (qui si teneva il famoso Comdex, salone mondiale dell’informatica). Si chiama BlogWorld & New Media Expo e il suo scopo è di «promuovere la dinamica industria del blogging e dei nuovi media». Si annunciano 50 seminari e «lezioni» da parte dei più rappresentativi esponenti del settore. L’incontro arriva in un momento in cui vanno crescendo una certa delusione e molti criticismi sui blog: malgrado le statistiche più che lusinghiere, c’è chi sostiene che si «blogga di meno» e che comunque questo sottoinsieme del web è eccessivamente ripieno di materiali insignificanti.
I più feroci nei confronti dei blogger sono i professionisti dell’informazione che rivendicano a sé il valore dell’autorevolezza e della professionalità nella produzione di notizie e analisi. Al tempo stesso la blogosfera è divenuta un terreno di caccia prezioso per gli stessi giornalisti che qui pascolano per scovare in anticipo punti di vista e tendenze significative. In ogni caso le statistiche più recenti, riportate dal sito del convegno (www.blogworldexpo.com/) sono queste:
sono 12 milioni gli americani che hanno un proprio blog, a fronte di 147 milioni che usano l’internet;
57 milioni di questi leggono i blog;
1,7 milioni in qualche modo fanno soldi con i blog, per esempio con la pubblicità ad essi associata;
in un campione di aziende intervistate l’89 per cento pensa che nei prossimi cinque anni essi saranno sempre più importanti.
Secondo il motore di ricerca Technorati, specializzato nello schedare i contenuti della blogosfera, i blog esistenti al mondo sono circa 70 milioni, ma la stima è probabilmente per difetto, anche perché ogni giorno si valuta che ne vengano creati 120 mila ex novo. Il 51 per cento dei lettori di blog fanno anche acquisti online, il che spiega l’interesse del business per questo fenomeno. I lettori dei blog passano online in media 23 ore alla settimana, ovvero più di tre ore al giorno.
***
Un fenomeno parallelo è quello del giornalismo dal basso e partecipato (citizen journalism, grassroot journalism). Per una fase, nei mesi scorsi, esso è sembrato la nuova frontiera dell’informazione e molti esperimenti sono stati avviati. Ecco alcuni esempi poco noti, per una volta non americani:
NowPublic (www.nowpublic.com) è un sito partecipativo nato a Vancouver in Canada, che ha raccolto investimenti per 10,6 milioni di dollari. Viene alimentato da 170 mila reporter spontanei in 140 paesi. Il suo fondatore, Leonard Brody, ha dichiarato: «Abbiamo capito che c’era bisogno di un nuovo tipo di agenzia capace di raccogliere, organizzare e distribuire l’informazione». La speranza è di diventare la prima agenzia di stampa al mondo. Collegandosi a NowPublic si vedono le notizie emergere una dopo l’altra, sia pure in maniera caotica (felicemente caotica): la pagina elenco si anima in continuazione di fatti minuscoli, di immagini appena aggiunte, di rilanci da altre fonti.
Agoravox (www.agoravox.com) è un caso europeo, nato in Francia nel 2005 per iniziativa di Carlo Revelli e Joël de Rosnay. Conta su 956 autori-giornalisti e 1,2 milioni di visitatori. Revelli è ben consapevole che non tutti possono essere giornalisti e quindi propone un modello di giornalismo civico leggermente diverso: la redazione propone dei temi e delle inchieste, che un redattore centrale coordina, raccogliendo in contributi dal basso.
Rue89 è anch’esso un quotidiano francese (il manifesto ne ha parlato nelle settimane scorse), creato da un gruppo di giornalisti professionisti usciti da Libération per tentare una strada nuova, più dinamica e libera. In questo caso il modello, attivo dal maggio scorso, è misto perché cerca di mettere a frutto il contributo di tre popolazioni: i giornalisti di mestiere, gli esperti e i cittadini. A questi ultimi si rivolge così: «Voi siete i migliori testimoni della vostra attualità. Spediteci le vostre informazioni e i vostri link preferiti. Contattateci per proporre articoli, foto e video». I lettori sembra stiano crescendo significativamente, gli argomenti coperti sono tutti quelli di un vero quotidiano generalista, con sezioni anche in inglese (Street89) e spagnolo (Calle89) e per settembre è prevista una nuova versione.

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Le spie si danno appuntamento sul web

Posted by franco carlini su 23 agosto, 2007

FRANCO CARLINI

La primizia viene dal Financial Times: le 16 diverse agenzie americane di spionaggio utilizzeranno una rete sociale – un social network – analogo, come struttura e prestazioni,  ai più famosi MySpace e Facebook. Lo ha deciso la Direzione della National Intelligence (Dni), un superorgano che coordina la raccolta delle informazioni relative statunitensi. Il network si chiamerà A-Space, dove la A indica la comunità degli analisti. La mossa è in coerenza con altre scelte di sistemi web da parte dei servizi. Già nei mesi scorsi la Dni aveva installato un servizio analogo al famoso Del.icio.us, che permette di condividere in comunità i link che ognuno ritiene interessanti; e aveva creato Intellimedia, ispirato alla nota enciclopedia online Wikipedia, dove le singole voci possono essere scritte e rieditate da tutti i partecipanti. Naturalmente si tratta di servizi chiusi e riservati agli addetti ai lavori spionistici. Il nuovo A-Space giunge a completare l’opera, nel senso che si dovrebbe presentare come un aggregatore delle informazioni e di punti di vista, anche soggettivi, tra i membri delle diverse agenzie. Queste scelte derivano anche dalla consapevolezza, fattasi più acuta dopo l’11 settembre, che molto spesso le informazioni ci sono, ma non arrivano alle persone giuste: un intreccio di burocrazie e di gelosie le ha rese segregate e poco usabili. Il web è dunque la soluzione a tutti i problemi? C’è da dubitarne, ma esso contiene un difetto e un vantaggio. Lo svantaggio è la sua non sistematicità. Il vantaggio è di essere per sua natura più fluido e meno gerarchizzato, poroso e orizzontale. Il problema generale è quello della diffusione della conoscenza, sia essa scientifica, sociale o spionistica (come in questo caso), quando essa è per sua natura sparpagliata e complessa, anziché ordinata e classificata. In fondo anche Robert Redford, nei «Tre giorni del Condor» passava il suo tempo a leggere romanzi, per cogliere tendenze internazionali ancora sotterranee.

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Metti un widget nella casa base

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

Siti, profili, gadget dinamici. Dilaga nel web la mania di aprire un box che dalla propria pagina personale consenta di ricevere prestazioni esterne e di offrirne dall’interno. «Cose» software che non hanno un uso solo commerciale, ma possono alimentare il vecchio gioco della community

Franco Carlini

C’era una volta. Fino a qualche tempo fa la piattaforma di base, da cui partire per fare delle cose digitali, era il monitor del personal computer, di solito gestito dal sistema operativo Windows di Microsoft. Leggendarie battaglie vennero condotte tra la Microsoft stessa, i costruttori di computer e le case di software, per conquistare uno spazio anche piccolo, un’icona da cliccare, in quel territorio chiamato desktop. Tuttora molti software che vengono scaricati dalla rete fanno tutto il possibile, sgomitando, per comparire sul monitor con il loro simbolo, di modo che l’utente, vedendoli sempre lì, si ricordi di loro e li usi.
Ma chi accenda il computer per andare subito nell’internet, a quella scrivania virtuale getterà solo un fuggevole sguardo, affrettandosi a lanciare il suo programma di navigazione, il browser, il quale si aprirà con una pagina di partenza personale scelta da lui, cliente-sovrano. C’è chi comincia a navigare con un motore di ricerca come Google, chi da un portale come Yahoo!, chi da un sito di notizie fresche. Già qui c’è competizione: i browser cercano di essere la base di partenza di ogni navigazione, ma anche i portali e i motori ambiscono a quel ruolo. I primi, per mantenere la loro centralità, offrono ormai molti accessori (detti plug-in) che si installano nella barra di navigazione in alto, di modo che le funzionalità più utili possano essere raggiunte con un clic, ma sempre a partire dal browser stesso che svolge il ruolo di cruscotto multifunzione. I secondi offrono link verso il resto del mondo.
Il motivo di tanti sforzi per essere il perno del mondo dell’utente, è ben evidente: che si tratti di servizi gratuiti o a pagamento, o finanziati dalla pubblicità, l’importante è avere tanti clic, e essere percepiti come «casa base» dai propri clienti. Questa battaglia si sposta ora a un altro livello, quello dei widget, un fenomeno che negli ultimi mesi sta diventando una vera corsa, rincorsa e persino mania. In realtà queste «cose» software esistono almeno dagli anni ’90 e il loro nome viene dalla fusione dei sistemi a finestra di Unix X-Windows (diversi dal sistema operativo di Microsoft) e da «gadget». Indicavano dei programmi autonomi, degli oggetti, che era possibile inserire nelle interfacce grafiche dei computer per attivare alcune attività. Anche i bottoni che si vedono nei normali programmi software possono essere intesi come widget e i software per realizzare altri software ne fanno ampio uso, semplificando la vita ai programmatori.
Ma anche nel web, ora, i widget vanno dilagando: si tratta di scaricarli da uno dei molti siti che li offrono indicando in quale sito andranno installati. Da quel punto in poi, per esempio, la vostra pagina personale conterrà un box che offre certe prestazioni esterne, pescando le informazioni al di fuori del vostro sito. Per esempio si potrebbe arricchire la propria pagina con un box di previsioni del tempo, o l’andamento di borsa, o molte altre cose. La caratteristica dei web widget, infatti, è che essi vivono autonomamente dal contesto in cui sono piazzati e che si aggiornano dinamicamente.
Ma possono fare anche di più: non si limitano a «spingere» (Push) delle informazioni verso di noi, ma da noi ne possono anche ricevere. Metto sul mio sito un widget collegato a una libreria online dove compaiono le ultime novità, ma dove è anche possibile cercare nel catalogo e ordinare libri. In altre parole quello che poteva essere un banner o informazione pubblicitaria, diventa anche la filiale decentrata di un negozio. Per ogni cliente che passa quella porticina aperta sul mio sito l’inserzionista mi riconoscerà una certa somma. La differenza non è da poco: un conto è avere un link pubblicitario, cliccato il quale si salta verso il sito dell’inserzionista e altro è restare nel mio sito ma da quel box fare acquisti.
L’uso di widget del genere non è solo commerciale, però, ma anche di gruppo e comunità. Essi infatti cominciano a essere installati nei «profili» personali dei singoli membri dei social network. In quei luoghi come Myspace, Facebook, Dada e cento altri, ognuno può descrivere se stesso, mettere la propria foto, hobby, preferenze, gusti. Ma ora può mettere anche dei widget dinamici, per esempio per segnalare al suo gruppo di amici i libri che sta leggendo o i film che ha noleggiato. Ogni informazione lì inserita viene segnalata automaticamente anche agli amici dotati di analogo widget e viceversa. È sempre il gioco della community, quattro amici in rete come al bar.

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Il manager anonimo in rete

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

serena patierno

Il fake blogger è l’autore disonesto che denigra aziende altrui a favore della propria, o che parla con toni troppo entusiastici di un dato prodotto facendo finta di essere un semplice consumatore. E’ una sorta di Far West della comunicazione d’impresa quello che emerge dalle prestazioni di John P. Mackey, ovvero il cofondatore di Whole Foods Market, la catena americana leader nei prodotti bio. Nei giorni scorsi si è scoperto che per sette anni, con il nickname Rahodeb, ovvero un anagramma del nome della moglie Deborah, pubblicava commenti – lo ha fatto circa 1.100 volte – nelle bacheche virtuali di Yahoo! Finanza. I suoi scritti erano diretti a sostenere le azioni della propria azienda e a svalutare la rivale Wild Oats Markets, non a caso rilevata proprio dalla Whole Foods a febbraio. Mackey ha ammesso la sua intensa attività scrittoria, aggiungendo però di aver usato uno pseudonimo solo per divertimento. Ma restano le implicazioni legali: l’accusa è quella di turbativa di mercato e la Ftc (Federal trade commission) lo ha denunciato per aver sferrato un attacco scorretto al rivale proprio prima di fare un’offerta d’acquisto. Ora si è attivata anche la Commissione di controllo sulla borsa. La comunicazione online ancora una volta dimostra di essere una faccenda molto seria e delicata da gestire. La rete amplifica ogni messaggio, ma continua anche a permettere di verificare immediatamente una voce. E gli esperti del settore così come i grandi manager stanno iniziando solo ora a imparare l’arte di gestire il proprio brand e la propria reputazione in rete, collezionando buoni successi ma anche una serie di passi falsi come questo.

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Un football finanziato e diretto dai tifosi

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

Il mio club 35 sterline di quota per proporne l’acquisto. Con 50 soci si compra

Gabriele De Palma

William Brooks è un inglese di 36 anni che lavora in una agenzia pubblicitaria, ma soprattutto è un grande tifoso del Fulham, squadra della Premier League acquistata dieci anni fa dal miliardario Mohamed Al Fayed (il padre di Dodi) in cui ha militato anche l’italiano Vincenzo Montella lo scorso anno. Prima che la società passasse nelle mani del facoltoso Al Fayed, il Fulham era una squadra minore, che quasi mai se la giocava con le migliori, sempre a faticare tra la Premier League e le serie inferiori. Brooks era in quel periodo uno dei tanti tifosi delusi e come tanti altri non condivideva le scelte dell’allenatore, né della società. «Quando vedevo i tifosi allo stadio pensavo: se solo ognuno mettesse mille sterline la nostra squadra sarebbe migliore». Altrove, e anche in Italia, i fan delusi si sfogano con il Fantacalcio, ma Brooks, appassionato di tecnologie digitali, ha battuto un’altra strada. Nell’aprile scorso ha deciso di dare seguito alle sue fantasie infantili e ha aperto un sito collaborativo: MyFootballClub (www.myfootballclub.co.uk/).
Il progetto funziona così: ci si registra per 35 sterline che sono una somma significativa, ma ben più ragionevole dalle mille ipotizzate dal Brooks adolescente, e si diventa soci per un anno. La quota dà diritto a proporre un club di calcio esistente da acquistare. Una volta raggiunta la registrazione del socio numero 50 mila, con i soldi raccolti si cercherà di acquistare un club. Attualmente sul sito sono registrati 45 mila soci, non solo inglesi ma anche argentini, spagnoli e statunitensi e quindi l’obbiettivo numerico è vicino. «Probabilmente riusciremo a permetterci un club delle categorie minori, di quinta o sesta divisione (l’equivalente della nostra serie D, ndr) – ha dichiara il fondatore in una lunga intervista rilasciata al sito Assigment Zero – ma vedremo cosa deciderà la maggioranza».
Il club calcistico comprato dalle masse e da loro gestito, difficilmente si realizzerà, almeno nella sua forma più ambiziosa, ma certo è in linea con le tendenze più recenti del Web. Comunità provvisorie che si formano volontariamente attorno a un obbiettivo comune, eventualmente transitorio, e in cui sia le risorse che la gestione sono affidate ai finanziamenti e alla presa di parola dei partecipanti, dal basso. In altri termini è la filosofia della saggezza delle masse, come suona il titolo dell’ottimo libro di James Surowiecki, «The Wisdom of Crowds», la cui idea di fondo suona così: «perché i molti sono più intelligenti dei pochi». La tesi del giornalista del New Yorker è che in moltissimi casi gli esperti del ramo sbagliano giudizi e previsioni, mentre le masse, per un puro effetto statistico, ci azzeccano molto meglio.
Secondo William Brooks, dunque, una volta comprata una squadra, saranno i soci, in base a un principio di democrazie diretta, a scegliere la formazione: tattica e uomini. E la gestione collettiva del club riguarderà tutti gli aspetti del caso, dalla campagna acquisti, alla scelta dell’allenatore, dai lavori di miglioramento dello stadio alle iniziative per i tifosi. Un unico vincolo: le spese non potranno mai eccedere le entrate.
L’allenatore quindi cosa farà? «L’allenatore allena la squadra, e i video degli allenamenti saranno pubblicati sul sito, ogni socio potrà visionarli e valutare chi è più in forma, dopodiché vota la sua formazione tipo e l’allenatore si adegua alla scelta della maggioranza». Ovviamente l’allenatore ha potere propositivo e Brooks si aspetta che la maggioranza dei soci rispetti le sue decisioni, «ma quante volte mi è capitato di andare allo stadio e sentire tutti i tifosi chiedere una sostituzione che poi si è rivelata giusta?», si interroga retoricamente l’ideatore di MyFootballClub. “Il calcio è una delle principali dimostrazione che l’intelligenza delle masse funziona”, sentenzia Brooks.
Le molte staffette e alternative che hanno accompagnato la storia del calcio troverebbero finalmente una soluzione inappellabile. Mazzola o Rivera, Del Piero o Baggio, Totti rotto sì, Totti rotto no? «L’allenatore avrebbe il grande vantaggio di non inimicarsi la piazza» e in effetti nessuno potrebbe prendersela con lui per le scelte fatte. All’amministrazione ordinaria del club, la gestione quotidiana, penserebbero 8 dipendenti sempre stipendiati dai soci. Inoltre un quarto della quota associativa sarà utilizzata per mantenere e potenziare il sito. E se il progetto non avesse buon esito? In quel caso la quota associativa verrà restituita e gli eventuali guadagni versati in beneficenza. Forza ragazzi.

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I blog più visitati al mondo

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

Serena Patierno

Il sito eBizMba che ha pubblicato la classifica dei 25 blog e dei 25 siti di social bookmarking più visitati al mondo. Il podio va al celebre weblog dei gadget Gizmodo: offre notizie spassose aggiornate, con una grafica piacevole e grandi immagini illustrative. Gossip, paparazzi e vip suscitano sempre la curiosità di molti. Lo dimostra il secondo posto occupato da Tmz, che raccoglie le notizie piccanti dei personaggi più in vista.  Il bronzo va a Engadget, che si occupa a tutto campo di tecnologia; per lui, 5,6 milioni circa sono i link in giro per la rete.  Fra gli altri blog compaiono molti nomi noti che negli anni hanno guadagnato la stima e l’affidabilità dei lettori come Boing Boing, che raccoglie fatti «meravigliosi» che accadono in giro per il mondo:  dall’arte alla curiosità fino alla novità scientifica, con attenzione all’aspetto sociologico della notizia. Agli onori anche sito Techcrunch. Un altro blog fra i più visitati è Postsecret, che raccoglie cartoline inviate dagli internauti di tutto il mondo, che restano anonimi. Ma non si tratta di cartoline di circostanza e di saluti. Ognuna di esse porta con sé un messaggio breve e spesso poetico, che rivela un segreto, illustrato dall’arte del momento e dalla capacità immaginativa dell’artista improvvisato. Un ruolo fondamentale nella vita di rete è poi svolto dai siti di  segnalazione dal basso.  di migliaia di utenti. La pratica si chiama «social bookmarking» e consiste nel raccogliere e condividere le proprie fonti. In questa classifica spadroneggia, quasi senza rivali Digg, che realizza più di 22 milioni di visitatori unici al mese. E’ una fonte inesauribile di notizie che, grazie al numero di collaboratori che ogni giorno lo frequentano, riesce a essere, nel suo campo, onnicomprensivo. Seguono il popolare Netscape e  Technorati, il più noto motore di ricerca sui blog.

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Bisogno di democrazia nei mondi virtuali

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

AGOSTINO GIUSTINIANI

 

Valter Veltroni nei giorni scorsi ha messo in guardia i promotori del partito democratico dal fare «un partito Second Life», cioè virtuale, lontano dalla realtà e dalle masse. Giusta aspirazione, ma il sindaco di Roma, notoriamente appassionato di rete e tecnologie, potrebbe anche utilmente fare l’operazione opposta, e cioè  chiedersi se dal cosiddetto mondo virtuale non ci sia qualcosa da imparare per costruire una politica e una democrazia adeguate ai tempi del mondo reale.  Leggiamo per esempio quanto il signor Hilmar Petursson ha dichiarato al New York Times: «la percezione è la realtà, e se una parte della nostra comunità pensa che facciamo dei favoritismi, questo per loro è vero, indipendentemente dal fatto che sia davvero vero o falso». E aggiungeva: «Il nostro non è un computer game, è una nazione emergente e dobbiamo rispondere alla accuse di corruzione . Un governo non può limitarsi a dire ‘noi non siamo corrotti’. Nessuno lo crederebbe. Invece per mantenere la fiducia della popolazione occorre creare trasparenza e delle istituzioni robuste e controllate». È un’ottima idea di governance, da vero politico.

Ma c’è un particolare: Petursson è il Chief Executive di un’azienda di Reykjavik in Islanda, chiamata CCP, che opera da anni in quel mercato che gli specialisti chiamano MMOG (Massively Multiplayer Online Games) dove moltissimi giocatori, da tutte le parti del mondo, usando le connessioni di rete, si sfidano in scenari medievali o di fantascienza. Il suo gioco più noto si chiama Eve Online (www.eve-online.com) e la sua concezione è questa: avendo gli umani consumato tutto le risorse della Terra, i giocatori partono con le loro astronavi per colonizzare la Via Lattea, nostra galassia.  Per farlo si organizzano e stringono alleanze, comprano e vendono beni, in un contesto ipercompetitivo. Nelle settimane scorse una di queste alleanze, chiamata Goonswarm (alla lettera «sciame di teppisti») ha avanzato formale protesta contro i gestori di Eve-online, sostenendo che i tecnici del gioco stavano favorendo illegittimamente, via software, un’altra delle organizzazioni, la BOB, ovvero la Band of Brothers.

 

Le cose sono effettivamente assai complicate in quel mondo: lo spazio è suddiviso in zone e solo una, l’Empire Space, è sicura e libera. Molto altro spazio, tutto quello che viene chiamato 0.0  è terra incognita e pericolosa, dove è rischioso avventurarsi. E poi le organizzazioni sono a loro volta divise in sottogruppi. Uno di questi, che appartiene alla Band of Brothers, si chiama Evolution e il suo leader, soprannominato SirMoll, dichiara: «Il nostro obbiettivo è di controllare l’intero spazio 0.0 e quando l’avremo fatto procederemo passo passo fino a controllare tutto l’impero». 

Questo lo sfondo delle recenti polemiche politiche, cui la società islandese ha deciso di rispondere praticando trasparenza e democrazia e cioè organizzando libere lezioni tra gli iscritti a Eve-online.  Sono 200 mila circa e in ogni  momento della giornata circa 30 mila di loro sono connessi; è infatti un gioco molto coinvolgente, quanto a tempo, sfide e passioni. Nove verranno eletti a suffragio universale, per costituire un organismo di controllo e consulenza; verrà loro pagata anche una trasferta Reykjavik, di modo che possano confrontarsi F2F (faccia a faccia) con i gestori e i programmatori.  Di per sé questo può apparire uno scimmiottamento digitale della democrazia reale: nei metamondi infatti più che inventare nuovi ambienti spesso si ricostruisce, grosso modo, quello che avviene nel primo, di mondo. Ma non si tratta solo di questo: la doverosa reazione dell’azienda CCP prende atto che nell’internet i rapporti di potere cambiano e non sono gli stessi che nelle nazioni; le barriere tra governanti e governati sono strutturalmente più basse e i «popolani» danno per scontato che il prendere la parola e il contare siano parte costitutiva dei loro diritti «naturali». E le aziende della rete devono adeguarsi, pena la perdita di credibilità.

La seconda lezione che viene da questo episodio riguarda il peso della tecnologia, la quale di per sé non «determina» gli eventi sociali, ma certamente ne influenza gli sviluppi, sia in senso negativo che  positivo. Il mondo dei videogiochi online si è finora sviluppato attraverso dei software chiusi e proprietari: un’azienda inventa un gioco, diciamo World of Warcraft, il più famoso, attiva sui suoi server una piattaforma adeguata e chiede agli utenti di scaricare un altro pezzo di software, il client. Il client informa il server lontano delle mosse fatte dal giocatore e viceversa il server manda al cliente le informazioni sulle mosse degli altri partecipanti. Ogni gioco impiega un software diverso.

Ora un gruppo di programmatori (tra di loro ci sono anche due che negli anni ’90 crearono il software di navigazione internet chiamato Netscape, e che sono rimasti affezionati alla filosofia open) va creando una piattaforma aperta per i giochi Mmog. Si chiama Multiverse (www.multiverse.net) e si propone come possibile standard universale, di modo che ognuno possa creare il suo metamondo, ma compatibile e dunque persino collegabile agli altri. Questa è una brutta notizia per i proprietari di piattaforme esclusive, per esempio per i Linden Lab di Second life che fino ad ora si sono trovati in una piacevole situazione di quasi esclusiva: oggi se un ministro come Di Pietro, o un’azienda come Ibm, vogliono avere una presenza virtuale, con avatar, palazzi e palazzine facilmente lì andranno. Se invece si diffondono le piattaforme aperte, allora sarà agevole costruirsi isole di bit, piegando il software (che è aperto) alle proprie esigenze e senza sottostare alle tirannie tecniche di Second Life o di Eve-online. Si potrebbero costruire metamondi tra di loro collegati, così come si sono realizzati siti e pagine, collegati dal web.

Edward Castronova, professore alla Indiana University è uno dei massimi studiosi dei mondi-giochi virtuali. Per analizzarli, anche dal punto di vista del loro impatto economico, a suo tempo ha ricevuto un finanziamento dalla Fondazione  MacArthur. Ora, intervistato dal settimanale The Economist, si dice molto fiducioso in questi nuovi sviluppi: «Siete i n un mondo, cliccate e vi trovate in un altro», magari saltando dalla Via Lattea ad Atlantide.   

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Abbasso gli improvvisatori.

Posted by franco carlini su 7 giugno, 2007

Un imprenditore Usa contro la rete “amatoriale” troppo democratica

 NICOLA BRUNO

Se è vero che ogni grande movimento ha bisogno del suo bastian contrario, quello del web 2.0 è Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, «Cult of the Amateur», da ieri nelle librerie americane. Il libro vuole essere un grido d’allarme sui pericoli  cui è esposto il sistema di competenze e professionalità dell’industria dei media tradizionali, sempre più assediati dalle «scimmie» (il riferimento è alla metafora delle «scimmie dattilografe») di Wikipedia, YouTube e MySpace. Attraverso un’analisi al tempo stesso corrosiva e bigotta, distopica e faziosa, Keen offre non pochi spunti di riflessione sulle conseguenze di una rivoluzione ormai irreversibile. Si può dissentire su gran parte delle sue affermazioni, ma su un punto l’autore ha ragione: Internet non è la soluzione miracolosa per i problemi della società e della politica; pone nuove sfide, e anche più complesse.

La tesi centrale di «Cult of the Amateur» è che la democratizzazione dei media sta minacciando la nostra cultura. E la colpa è tutta degli strumenti amatoriali del cosiddetto web 2.0. Non pensa che questo approccio sia troppo deterministico? La tecnologia non è mai solo abilitante, il suo sviluppo rispecchia anche bisogni sociali e personali.
Giusta obiezione. Il mio saggio vuole essere una critica a una cultura capitalista sempre più individualista, in cui l’estetica, la conoscenza e la verità si muovono al di là della comunità e verso l’Io. L’assenza di intermediari è il sogno dei libertari sia di sinistra (contro-culturalisti) sia di destra (utopisti del mercato libero) che respingono ogni forma di autorità: dello stato, del testo, dell’autore, dei media. La sola autorità ammessa è l’Io, a sua volta mandata in frantumi dalla cultura dell’anonimato online. In questo senso la mia analisi vuole essere un nuovo capitolo della polemica culturale portata avanti da teorici americani come Neil Postman, Daniel Bell, Alan Bloom e Cristopher Lasch.

Perchè un professionista è migliore di un produttore amatoriale?
Buona domanda, mi spiego con un esempio. Prendiamo i primi minuti del Gattopardo di Visconti: siamo sopraffatti dalla sua eleganza, dal modo in cui la telecamera ci riporta nel passato. Poi guardiamo qualche short movie su YouTube, magari uno sulle bottiglie esplosive di Coca-Cola. O una donna col cappello da baseball che guarda in camera e fa dei risolini stupidi. O uno studente che scoreggia in faccia a qualcuno. O uno striptease volgare. O non guardiamo proprio niente… Visconti era un artista professionista, sostenuto dal complesso sistema economico dei media tradizionali. Quanto si trova su Internet è invece solo non-sense autoreferenziale, quello che io chiamo «narcisismo digitale».

Un altro motivo ricorrente del libro è l’elogio acritico (e, temo, nostalgico) dei media tradizionali. In diversi passaggi afferma che solo l’attuale sistema può garantire il confronto democratico, tralasciando del tutto i suoi potenziali usi e abusi. Si veda Judith Miller e i falsi scoop sull’Iraq.
Eh, Judith Miller… è il vecchio trucco antisocialista di ricorrere ai genocidi del regime di Stalin per dimostrare che nessun tipo di politica progressista potrà mai essere buona. Proviamo invece a ribaltare le cose. Judy Miller ha finito col rafforzare i media tradizionali. Certo, parliamo di una giornalista indegna, che ha non poche responsabilità per la guerra in Iraq. Ma ha anche procurato uno shock positivo al New York Times, spingendolo a ripensare i propri processi editoriali. E ora la testata sta facendo un lavoro decisamente migliore sulla guerra. Si legga John Burns, Dexter Filkins o Kirk Semple. Lo stesso Thomas Friedman ultimamente sta diventando più affidabile. La qualità, l’autorevolezza e la credibilità di questi giornalisti non ha niente a che vedere con la blogosfera. Non si diventa Burns o il grande reporter dai paesi arabi Robert Fisk sedendosi di fronte a un computer e pubblicando gratis il proprio lavoro.

E quindi dovremmo legittimare anche il ruolo consensuale dei media mainstream in paesi come la Cina, dove l’unica informazione credibile è quella indipendente?
Su questo hai ragione. Sono completamente a favore del web 2.0 in Cina e in altri stati non democratici. Il problema del web 2.0 sono le sue conseguenze nei paesi democratici. La sfida dei progressisti in Occidente non è l’azzeramento, ma la ricostruzione dell’autorità morale, politica e intellettuale. Altrimenti non avremo più alcun mezzo istituzionale per migliorare la società.

Altra obiezione: il problema non è tanto se le nuove tecnologie siano morali o meno, ma come guidare questo processo verso la qualità. E cioè come sviluppare piattaforme migliori, in grado di gestire la fiducia e favorire l’accuratezza, no?
Spero che il web 2.0 possa prima o poi dar vita a media di qualità. E’ ridicolo, però, che improvvisamente tutti si pongano la stessa domanda: con centinaia di milioni di video, blog e siti a disposizione, come dovremmo trovare le risorse di qualità? Il web 2.0 potrà funzionare solo reintroducendo elementi dell’ecosistema tradizionale e quindi gli intermediari. Bisognerà trovare un compromesso tra i media mainstream e quelli partecipativi. Nell’ultimo capitolo del libro indico alcune soluzioni possibili (Joost per i video, Citizendium per le enciclopedie, ndr).

La disintermediazione non è solo citizen journalism e YouTube. E’ anche collaborazione, economia del dono. Al riguardo lei scrive: «in ogni professione, quando non c’è un incentivo monetario o un premio, il lavoro creativo è in stallo». Ma il movimento open source sta dimostrando l’esatto contrario.
La collaborazione potrà funzionare per lo sviluppo del software, ma non è un modello applicabile a qualsiasi produzione creativa. Wikipedia è un buon esempio del fallimento del modello collaborativo in termini di produzione intellettuale: non c’è nessun giudizio editoriale o una definizione delle priorità. Così le voci sull’attrice soft-porn Pamela Anderson o sul Ceo della Apple Steve Jobs sono più approfondite di quelle su Hanna Arendt e Gramsci. E’ questo che vogliamo insegnare ai nostri figli, che la pornografia o un produttore di computer sono più importanti della filosofia politica?

Anche se distopica, è interessante la sua analisi sui rischi per la privacy. Perché parla di «democratizzazione dell’incubo orwelliano»?
Orwell temeva uno stato che controlla le strutture centrali dell’informazione. 1984 è il modello stalinista. Il web 2.0 azzera questa distopia. Ora tutti noi abbiamo videocamere e ci guardiamo a vicenda. La vera distopia profetica del XX secolo è «La finestra sul cortile» di Hitchcock. Se ogni telefonino ha una videocamera integrata, chiunque può assumere l’occhio investigativo di Jimmy Stewart e trasformarsi in un detective amatoriale che spia gli altri e butta tutto su Internet. Poi c’è Google, intenzionata a creare il database definitivo che conosce tutto quanto c’è da sapere su di noi. Google è il Grande Fratello del 21wsimo secolo. È la versione 2.0 di 1984.

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Intellettuali impauriti dal web

Posted by franco carlini su 7 giugno, 2007

SARAH TOBIAS

 

È vivace e polemica la discussione, soprattutto americana, di cui da qualche mese queste pagine stanno dando eco. I suoi contorni sono: il web 2.0 e le forme di produzione di contenuti dal basso; di conseguenza la loro rilevanza per gli affari, ma anche per la democrazia; la quale democrazia non è solo quella dentro la rete, ma quella generale, nella sfera pubblica; la quale a sua volta è malata da tempo. Temi che si sono fatti anche più caldi perché il luogo storico della società civile, i quotidiani, sono in sofferenza, economica e di ruolo e incalzati da siti e blog che magari danno informazioni più precise e opinioni più libere. L’intervista qui sopra al saggista imprenditore Andrew Keen ne è un chiaro esempio. In Italia il riflesso per ora è minimo, a conferma di uno storico ritardo. Uno dei pochi è stato un polemico articolo di Carlo Formenti (sul Corriere Economia) contro il mito del giornalismo dal basso.  

Va anche detto che nell’intervista  Keen smorza di molto i toni molto più polemici e persino reazionari di altri suoi scritti, tutti un po’ all’insegna del ripristino delle autorità e non solo delle autorevolezze che sarebbero minate dal dilagare dei contenuti generati dagli utenti (User Generated Contents). A polemizzare con lui, prima ancora che il libro fosse sugli scaffali si sono mossi in molti. Tra di loro il giurista di Stanford lessig che nel suo sito lo ha «decostruito», smontando una per una le affermazioni che volevano essere le più provocatorie e alla fine definendolo una caricatura.

Nel dipanarsi delle posizioni come non notare due titoli? L’uno è il libro del  2004 di James Surowiecki, intitolato «The Wisdom of Crowds», ovvero «La saggezza delle masse». Con relativo sottotitolo: «Perché i molti sono più intelligenti dei pochi e come il punto di vista collettivo plasma  gli affari, le economie e le nazioni». Sull’onda della metafora di rete, Surowiecki documentava  come in molti casi di incertezza i giudizi degli esperti siano peggiori di quelli ottenibili da una grande quantità di persone che non sono cultori della materia, ma statisticamente, ottengono risultati migliori.  Il secondo titolo, volutamente speculare, è «The Ignorance of Crowds», un saggio pubblicato di recente da Nicholas Carr per la rivista Business+Strategy.  L’autore è famoso per un suo precedente articolo sulla Harvard Business Review in cui sostenne che l’Information Technology, essendo ormai così diffusa, non garantisce più un vantaggio competitivo alle aziende che la usano. La sua nuova tesi è che solo in pochi casi, e con molte limitazioni, la produzione «da pari a pari» si rivela efficiente e creativa.

Queste polemiche sono un sano antidoto all’eccesso di rappresentazione che ha gonfiato le aspettative dell’internet dal basso, ma spesso, come nel caso di Keen, lasciano intravedere una vecchia ostilità verso gli strumenti che abilitano le singole persone a prendere la parole in proprio. È già successo molte volte nella storia dei media dove i chierici ogni volta esibiscono diffidenza e animosità verso il gran caos comunicativo.   

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