Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘software’ Category

Siamo tutti dei Simpson

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

Alessandra Carboni

Avete mai avuto la curiosità di sapere come apparireste in una puntata dei Simpson? Dopo tutto Mick Jagger, Magic Johnson, i Red Hot Chili Peppers e Sting sono già comparsi  nell’universo della famiglia gialla più irriverente d’America.  Bene, se avete mai avuto questo insano desiderio, oggi potete soddisfarlo. Mentre sta per sbarcare nei cinema di tutto il mondo (in Italia a settembre) quello che è stato definito «il film d’animazione più atteso dell’anno», The Simpsons Movie, chiunque può provare a simpsonizzarsi, ovvero a trasformarsi in un nuovo e originale personaggio della fortunata serie, grazie al sito SimpsonizeMe, ultima trovata di marketing ideata da Burger King e Fox per il lancio della pellicola. L’obiettivo è ovviamente quello di creare i tanto ambiti meccanismi di passa parola che costituiscono l’essenza della comunicazione via web. Una volta collegati al sito, effettuare la trasformazione è facile: basta registrarsi, caricare una bella foto (deve essere un primo piano del viso, con una risoluzione minima di 640×480), selezionare il sesso di appartenenza e poche altre caratteristiche e quindi lasciare che il software faccia il suo lavoro, trasformando il vostro volto originale  in un personaggio in tutto e per tutto degno di frequentare l’universo dei Simpson. Tuttavia, una volta visualizzato il risultato ottenuto, è ancora possibile personalizzarlo scegliendo conformazione fisica, pettinatura, forma di occhi, bocca, naso e sopracciglia e colore degli abiti. I più pignoli possono anche aggiungere cicatrici, nei e altri segni particolari per rendere il proprio personaggio il più fedele possibile a loro stessi.    


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Aprite quella mela

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

editoriale

Aprite quella mela (una buona volta)

F. C.

Alcuni amici, appassionati della Apple, ci hanno chiesto ragione dell’atteggiamento critico nei confronti della casa della mela. I più maligni aggiungono «siete forse amici di Microsoft»? Ovviamente non siamo nemi né amici di nessuno, solo dei «critici tecnologici». Il motivo delle critiche è presto detto: i Mac come gli iPod, e ora il supertelefonino iPhone, sono oggetti al limite della perfezione, ma dove il progettista Steve decide lui, una volta per tutte, che cosa è buono e utile per noi. E’ un vantaggio per gli utenti che si trovano in mano «cose» coerenti e a prova d’errore. Ma sono scatole nere che non si possono aprire, né modificare, automobili dal cofano sigillato dove non si può alzare il minimo né cambiare le candele con quelle di un’altra marca. Questo è vero fin dalla metà degli anni ’80, mentre Microsoft percorreva un’altra strada e un altro modello di business: piattaforme software dove chiunque potesse almeno un po’ mettere mano e dove altri produttori di software potessero infilare le proprie soluzioni. La vittoria storica dei Pc rispetto ai Mac venne da lì: i primi crearono un intero comparto industriale con una molteplicità di proposte, i secondi offrivano eccellenza in cambio di incatenamento a un fornitore unico. La differenza s’è fatta più stridente con l’emergere come movimento di massa e come robusto fenomeno economico dell’Open Source che non riguarda semplicemente la scelta di un Windows Vista versus un Linux Ubuntu, giusto per fare due nomi. Più in generale l’idea che ognuno possa piegare apparati e software ai suoi desideri e bisogni si è imposta come obbligatoria, sinonimo di quella libertà dai fornitori che il leggendario spot «1984» del Macintosh esaltava. Oggi l’auspicio è che tale filosofia investa anche il settore in maggiore crescita, quello della telefonia, via via che i cellulari si fanno più computer, e soprattutto computer in rete. Non solo con i telefonini si ha bisogno di andare in qualsivoglia sito, ma anche di infilarci quello che più serve o aggrada, siano software, suoni o immagini. In questo senso l’iPhone di Apple-At&t è forse l’ultimo ottimo esponente di una concezione del cellulare da superare.

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Il brand conta più dei risultati

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

motori di ricerca

 

e. d. p.

I ricercatori del Penn State College hanno cercato di capire il peso dei brand nei motori di ricerca. Hanno fatto quattro search e ne hanno sottoposto i risultati a 32 soggetti, facendo credere che provenissero da diversi motori di ricerca: Google, Yahoo, MSN e AI2RS (quest’ultimo creato appositamente) Nonostante i contenuti identici, i volontari hanno giudicato migliori quelle griffate Yahoo e Google. Lo scopo della ricerca era capire perché il popolo della Rete, che ha a disposizione più di 4000 motori con tecnologie e interfacce simili, si indirizzi principalmente sui più famosi. Per determinare la performance di ogni motore i volontari hanno classificato i risultati della ricerca attraverso tre gradi di giudizio. Al momento del computo finale, il 36 per cento dei dati è stato ritenuto in qualche modo rilevante. A questo punto i ricercatori hanno analizzato la prestazione effettiva di ogni search engine: Yahoo si è piazzato al primo posto, benché molti dei partecipanti avessero dichiarato di usare normalmente Google, con un 15 per cento sopra la media, mentre la grande G ha ottenuto solo un magro 0,7 in più. AI2RS, privo di un brand riconoscibile, è stato quello con i risultati peggiori nonostante avesse ottenuto i migliori punteggi sull’uso del laser nella chirurgia estetica. E’ la conferma di quanto rivelato lo scorso anno da un team di ricercatori tedeschi su come i brand siano in grado di sollecitare determinate aree dei cervello. Lo studio utilizzò la risonanza magnetica per verificare le reazioni del cervello di fronte a un marchio. Le immagini dell’attività cerebrale dimostrarono che la comparsa del più famoso generava un’intensa eccitazione delle aree deputate all’elaborazione delle emozioni positive. In tutti i casi i ricercatori tedeschi riscontrarono una scarsa risposta della regione cerebrale deputata alle decisioni.

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Software libero, un diritto da estendere

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

 

Parla Philippe Aigrain, esperto di politiche in difesa dei «beni informazionali»: le istituzioni devono impedirne l’appropriazione privata

Alessandro Delfanti

In bilico tra bene comune e oggetto di appropriazione privata, l’informazione è al centro dell’interesse di Philippe Aigrain, un ricercatore che ha lavorato alla Commissione europea nel campo delle politiche a sostegno del software libero e open source. Oggi Aigrain dirige Sopinspace, un’azienda che progetta software per gestire spazi pubblici di dibattito (vedi http://www.debatpublic.net). Nel suo libro Causa Comune (Stampa alternativa, 200 pp, 16 euro, scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice) Aigrain chiede che le istituzioni diano a quelli che definisce «beni comuni informazionali» – non solo software ma anche sequenze genetiche, contenuti web, risorse educative libere e accessibili – garanzie di legittimità e autonomia, per impedire l’appropriazione privata e allargarne l’uso a tutti. Si tratta di un problema politico ma anche economico, se è vero che l’informazione è diventata uno dei principali motori dello sviluppo anche grazie alla produzione cooperativa, come insegnano Wikipedia e altri mille esempi di condivisione aperta.
Perché la scelta di difendere i beni comuni informazionali?
Questi beni, come il software libero, i contenuti Creative Commons o l’editoria scientifica open access, sono importanti perché sono a disposizione di tutti, ma anche per il metodo collaborativo che prevedono. Yochai Benkler (autore di La ricchezza della Rete, ndr) ha dimostrato che questo tipo di collaborazione non commerciale è più efficiente rispetto ai classici approcci proprietà/contratto/transazione monetaria.
Ciò ha conseguenze estremamente importanti. Politiche, per le possibilità di esprimersi, agire in modo collettivo e arricchire il dibattito pubblico che ne derivano. Sociali, perché oggi lo sviluppo tecnologico può essere orientato da individui o da piccoli gruppi. Infine economiche, con due modelli che ora stanno venendo a collisione: il primo è quello della centralizzazione, del monopolio, degli alti margini di profitto e dell’innovazione difensiva; l’altro, basato sui beni comuni, è più distribuito, mette l’economia in stretta relazione con il lavoro umano e supporta un’innovazione basata su utilità e creatività. Il software, per esempio, è la base universale di tutte le attività legate all’informazione. Chi lo controlla gestisce le leve dello sviluppo e dell’innovazione: alcuni pensatori lungimiranti lo avevano capito già negli anni settanta.
Ci sono effetti anche sulla scienza?
La questione ha due facce. La prima è la disseminazione della conoscenza scientifica: in questo campo credo che l’open access diventerà lo standard di pubblicazione. La seconda è il modo in cui gli incentivi all’innovazione e le scelte politiche guidano gli obiettivi della scienza, almeno nei settori più intrecciati con lo sviluppo tecnologico. Qui è in atto una vera crisi. La pratica scientifica è schizofrenica: per avere il denaro che serve a generare conoscenza bisogna promettere di renderla segreta e restringerne l’uso. Si dice che ciò serva a migliorare lo sfruttamento economico dei risultati. Ma quali risultati? Secondo me esiste una scienza orfana, un segmento molto vasto della scienza possibile. Ed è orfana semplicemente perché i suoi risultati hanno potenziali economici imprevedibili o perché non sono adatti a diventare proprietà privata. Ho sempre parteggiato per un miglior rapporto tra ricerca (anche quella di base) e utilità o bellezza (che sono anche comunicabili al pubblico). I beni comuni della conoscenza sono un ottimo modo per raggiungere questi obiettivi. Molto più della brevettazione, della restrizione dell’accesso ai database e della privatizzazione del dna, per esempio.
Come supportare i beni comuni?
Bisogna congelare ogni estensione ulteriore dei diritti di proprietà su informazione e conoscenza. Abrogare le leggi che contengono i provvedimenti più dannosi per i beni comuni informazionali, come i brevetti sull’informazione (sulle sequenze genetiche o sugli organismi che le contengono, per esempio) e la criminalizzazione dello scambio non commerciale di informazione. Inoltre bisogna creare un ambiente che favorisca la creazione e l’innovazione collaborativa. Mettendo la cooperazione tra gli obiettivi educativi. Valorizzando il pensiero critico e tutto ciò che contribuisce alle attività dei prosumer (produttori-consumatori), più che a quelle dei consumatori passivi. Ribilanciando il sistema fiscale e gli incentivi economici in modo da non scoraggiare l’innovazione basata sui beni comuni nei confronti di quella orientata al profitto.
C’è un ruolo per l’Europa in questo processo?
L’Europa si trova in una situazione paradossale. È la regione che contribuisce di più ai beni comuni dell’informazione. E insieme a Brasile e India è la zona in cui il significato etico e politico della condivisione della conoscenza è più chiaro. Eppure sulle proposte per sostenere l’accesso alla conoscenza o i beni comuni l’Unione europea e i suoi membri sono molto conservatori, anche più degli Usa. Tutto dipenderà quindi da quanto la consapevolezza della posta in gioco penetrerà nei circoli politici, dato che nella società è già in crescita. L’idea precotta che dice che «i brevetti fanno bene all’innovazione» o che «estendere i diritti dei distributori di contenuti serve anche agli autori» è in circolazione da decenni. Ci vorrà del tempo prima di sedimentare un approccio più aperto.
Ma l’Unione europea sta mancando gli obiettivi che si è data a Lisbona: diventare leader della società della conoscenza.
La strategia di Lisbona, come molti altri slogan europei, è molto ambigua: cercare di diventare «l’economia più competitiva basata sulla conoscenza» non dice nulla riguardo al modo per farlo: lavoreremo su conoscenza e innovazione condivise liberamente, in modo che la gente diventi più creativa, innovativa e produttiva e che nasca un’economia al servizio di queste attività? O lasceremo che l’enfasi sulla competitività ci spinga a rendere le idee oggetto di proprietà e restrizioni? Temo che la strategia di Lisbona vada nella seconda direzione. Ma i nobili scopi che hanno convinto molti ad aderirvi potrebbero essere serviti meglio prendendo la prima strada.

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Microsoft alla sfida dell’Open

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

Stupore e sospetti sulla strategia di avvicinamento di Bill Gates con l’universo open source, nemico storico del monopolista del software

Raffaele Mastrolonardo

A letto con il nemico. O le verità nascoste. Sono questi i due titoli di film che descrivono uno stato di cose impensabile solo fino a un anno fa: le sempre più strette relazioni tra Microsoft, la quasi monopolista mondiale del software, e l’universo open source. Da una parte, un modello di business proprietario fondato su costose licenze, dall’altra programmi il cui codice deve restare aperto, a disposizione di chiunque lo voglia vedere, modificare e redistribuire. L’avvicinamento tra due entità così diverse e apparentemente nate per farsi la guerra, suscita comprensibile stupore ma anche sospetti e accuse.
Dopo tutto, solo cinque anni fa Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, definiva Linux, il più popolare sistema operativo a sorgente aperto, un «cancro». Mentre oggi l’azienda di Bill Gates è tutta impegnata nell’allacciare rapporti con società che fondano il proprio business su Linux. La prima e più importante tra queste è stata, lo scorso anno, Novell, distributore di una versione del sistema operativo molto diffusa. Poche settimane fa è stata la volta della canadese Xandros e, ancora più recentemente, dell’americana Linspire. Altre sono previste nei prossimi mesi.
Evidentemente, dal 2002 a oggi qualcosa è cambiato. «Quella prima reazione negativa è figlia di un momento in cui non avevamo adeguata conoscenza della cultura open source e dei suoi modelli di business», spiega al manifesto Pierpaolo Boccadamo, Direttore della strategia di piattaforma di Microsoft Italia. «Prevaleva l’idea che fosse un modo per dare software gratis. Ora abbiamo capito meglio quel mondo e ci troviamo in un momento in cui alcune barriere vanno superate perché lo chiede il cliente».
Insomma, i nemici di ieri vanno, se non proprio a letto, almeno a cena assieme. O meglio ci provano, perché sotto il tavolo la verità è più complicata e suscita diffidenza. «L’accordo con Novell – ha detto qualche settimana fa a Roma Richard Stallman, fondatore della Free software foundation (Fsf), associazione che promuove il software libero – è il tentativo di Microsoft di farsi pagare per il permesso di utilizzare GNU/Linux». Parole forti, come è nello stile di Stallman, che trovano però echi, seppur più sfumati, in altri angoli dell’ambiente di rete. Mark Shuttleworth, boss di Canonical, un altro big del settore, per esempio, ha recentemente dichiarato di non credere che «questi accordi siano in favore del software libero».
Ma cosa dicono queste intese? Innanzitutto, stabiliscono un programma di collaborazione volto a migliorare l’interoperabilità, vale a dire la capacità delle applicazioni di «girare» su diversi sistemi hardware e software. Un processo di reciproca comprensione tra i due mondi a supervisionare il quale, da parte sua, Microsoft pochi giorni fa ha assunto Tom Hanrahan, ex Linux Foundation. In secondo luogo, mettono in piedi partnership per un marketing congiunto: le aziende firmatarie decidono di promuovere, in varie forme, i prodotti dell’ex avversario presso i propri clienti. Infine, aspetto più spinoso e centrale, i contraenti si impegnano a non fare causa ai rispettivi clienti per infrazione della proprietà intellettuale. Il che significa, per esempio, che Microsoft rinuncia a rivalersi sui brevetti che, a detta dell’azienda, Linux violerebbe. In virtù di quest’ultimo aspetto, Novell, Xandros e Linspire si ritrovano in mano un potenziale vantaggio competitivo rispetto agli altri concorrenti open source. Possono andare dai clienti e offrire loro, oltre ai consueti servizi, la garanzia che, se scelgono le loro distribuzioni Linux, non avranno noie legali da Microsoft.
Proprio su questa forma di protezione si concentrano i dubbi degli alfieri del software libero e aperto. Per molti di loro l’interoperabilità è solo fumo negli occhi. Il vero volto di Microsoft è quello del bullo di quartiere che esige la merenda in cambio dell’incolumità. «Il punto – racconta al manifesto Stefano Maffulli, presidente dalla sezione europea della Fsf – è che Microsoft non dice quali sono questi suoi brevetti, nemmeno gli accordi sottoscritti. Si limita a minacciare senza prove cercando di spaventare il mercato. Se ci fossero vere violazioni, non avrebbero remore a essere più precisi e a passare alle vie legali. Gioca al gatto col topo». Dietro all’apparente disponibilità verso il mondo open, ci sarebbe dunque la volontà di usare la propria forza per rallentarne l’avanzata.
A placare gli animi, poi, non hanno certo contribuito le dichiarazioni Brad Smith, uno dei più importanti rappresentanti legali di Microsoft, che a metà maggio ha minacciosamente ricordato che l’open source violerebbe ben 235 brevetti dell’azienda fondata da Gates.
Dalle parti di Redmond, quartier generale di Micorsoft, lassù vicino a Seattle, non sono ovviamente d’accordo con simili interpretazioni e buttano acqua sul fuoco. Gli accordi, è la linea scelta e pubblicamente dichiarata, si inseriscono in una strada già intrapresa da tempo che è, oltretutto, richiesta dal mercato. «Il cliente utilizza ormai sistemi misti, proprietari e open source, e chiede che si parlino tra loro. L’interoperabilità lavora in questo senso», spiega Boccadamo. «Dall’altra, lo stesso cliente non vuole correre rischi e pretende garanzie sul piano della proprietà intellettuale. Gli accordi in questione soddisfano questa esigenza, che gli americani chiamano ‘peace of mind’, la tranquillità di non pensare al problema legale».
Giochi di forza o reale desiderio di collaborazione in nome dell’orientamento al cliente? Il dubbio resta. Anche se c’è chi prova a scioglierlo cercando una via di mezzo tra le due posizioni. Come Roberto Galoppini, esperto di open source commerciale ed «evangelizzatore» di lungo corso sulle potenzialità di business del software aperto. «La parte tecnica degli accordi ha un suo valore, e risponde davvero a una richiesta del mercato che Microsoft vuole soddisfare. L’altra, quella sui brevetti, riguarda invece le esigenze degli investitori dell’azienda a cui i diritti di esclusiva su un software fanno piacere. E’ come se ci fossero due Microsoft».
Già, e alle aziende open source piacerebbe tanto andare a letto solo con una. Ma non è detto che sia possibile.
raffaele@totem.to

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software umanitario

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

 

P2P per gestire i soccorsi

Serena Patierno

Due studenti americani stanno mettendo a punto un sistema peer to peer di coordinamento delle risorse e degli aiuti umanitari destinati alle vittime dei disastri naturali. L’idea è nata dopo aver assistito alle vicende legate ai soccorsi per l’uragano Katrina . Il sistema, battezzato iCare («a me importa») dovrebbe facilitare la distribuzione intelligente delle risorse, per evitare l’imbarazzante consegna di prodotti sbagliati a persone sbagliate. Il sistema consente ai sopravvissuti di specificare facilmente le proprie richieste – non solo via computer ma anche via sms – dando ai soccorritori l’opportunità di individuare con precisione di che cosa hanno più bisogno. iCare riceve le richieste e le smista all’organizzazione umanitaria più appropriata, così accorciando drasticamente i tempi. Il software, inoltre, permette di pianificare meglio la distribuzione fisica e la logistica, e quindi lo spazio nei camion che trasferiscono le merci. Infine, c’è un terzo fattore da non trascurare: le persone, a quanto pare, sono sempre ben disposte alla solidarietà ma preferiscono farsi carico di elargire oggetti più che denaro; iCare offre a ogni singolo cittadino una concreta opportunità di soddisfare questa preferenza. L’idea è venuta a Ephrat Bitton e Anand Kulkarni, due dottorandi all’università di Berkeley, vedendo come, durante Katrina, nell’agosto del 2005, il mancato coordinamento delle forze fece danni evidenti. I due sperano adesso che iCare abbia successo in quanto il suo corretto funzionamento dipende in larga misura dal numero di persone disposte a frequentarlo. Ma l’ottimismo regna: è lo stesso Kulkarni a dichiarare alla Bbc che «il desiderio di aiutare le vittime dei disastri naturali è sempre grande nelle persone. Hanno solo bisogno di un buon metodo per trasformare il desiderio i qualcosa di tangibile».

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Bambinesche animazioni

Posted by franco carlini su 24 maggio, 2007

 Nato nel Media Lab del Mit, Scratch è un software che permette la creazione di animazioni video o interattive in modo intuitivo. Dall’interfaccia colorata e semplice, Scratch è rivolto in modo particolare ai bambini che imparano così un linguaggio di programmazione senza dover scrivere neppure una riga di codice; una mentalità di composizione paragonabile solo a quella dei mattoncini Lego. A differenza dei software professionali, Scratch non è centrato sulla tecnologia ma sulle persone, e la sua semplicità ne è una dimostrazione. In questo caso, gli strumenti si adeguano alle necessità degli utenti occasionali e la programmazione è mascherata da moduli colorati di facile comprensione anche per i più giovani. Il flusso di lavoro per creare un’animazione si realizza componendo le singole operazioni in ordine cronologico; è così possibile creare brevi animazioni in pochi minuti. L’idea dei blocchi di azioni è del tutto simile a quella utilizzata da Automator, una utility per la creazione di script automatici per i sistemi Macintosh: ogni modulo elabora l’input del modulo precedente e genera un output. Per ogni immagine è possibile un flusso di script e di animazioni sincrone o asincrone, automatiche o interattive. Risulta quindi immediata anche la creazione di semplici videogiochi, come si può vedere su YouTube (www.youtube.com/watch?v=jxDw-t3XWd0). Il successo di Scratch è stato immediato e i server del Mit hanno incontrato alcune difficoltà in seguito alla copertura mediatica.   L’applicazione è gratuitamente disponibile al download (http://scratch.mit.edu/), ma verrà anche preinstallato sui laptop da 100 dollari per i paesi in via di sviluppo. (marina rossi)

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Disinformazione alla Murdoch

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

SARAH TOBIAS

 

La bufala giornalistica della settimana scorsa è quella proposta dal New York Post, il quale annunciava che la Microsoft stava trattando l’acquisizione del portale-motore di ricerca Yahoo! e faceva addirittura il prezzo, 50 miliardi di dollari. Molto coerente con lo suo stile scandalistico del giornale di Murdoch, prontamente smontata dagli interessati e dalla stampa seria, come il   Wall Street Journal il gruppo che Murdoch vorrebbe a sua volta comprare. Discorsi e trattative tra i due grandi dell’informazione di rete c’erano stati nel passato e riguardarono specialmente la messa in comune dei software che animano le macchine da ricerca in rete (Search Engines) e di gestione della pubblicità contestuale. Ma la fusione delle due marche non è mai stata all’ordine del giorno per una infinità di motivi. Il più importante è che i campi di azione, le culture aziendali, e i modelli di business dei due sono lontanissimi. Qualche fantasioso ha anche immaginato che Microsoft intenda trasformarsi in una media company, ma non c’è nulla di più sciocco: il cuore dei suoi profitti resta inevitabilmente il software, come conferma il successo dell’ultimo sistema operativo, Vista, e del rinnovato pacchetto Office 2007. Quell’azienda è dunque per così dire «condannata» (ed è una dolce condanna per gli azionisti) a restare saldamente attaccata al suo mercato prevalente: da un lato continuando a migliorarlo, dall’altro cercando di renderlo più di rete e flessibile, se ce la fa. Parallelamente continuerà tenacemente a invadere altri territori che le appaiono profittevoli: con grande dispendio di risorse si è fatta un nome e un mercato nelle console da video giochi (XBox) ; con altrettanta costanza è riuscita a entrare nel mondo dei telefoni cellulari, offrendo un sistema operativo leggero agli apparati che vogliano essere di rete e multimediali. L’obbiettivo mancato resta l’internet e il relativo mercato pubblicitario, dove il portale Msn ha sì molti utenti, specialmente grazie alla posta Hotmail e all’Instant Messaging, tanto amato dai più giovani, ma non ha sprint. Il dubbio  è se quell’ambizione sia mai realizzabile. Non è detto infatti che un’impresa debba fare necessariamente di tutto. Talora ci si può accontentare.

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Bambini che salvano il mondo dai disastri

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Marizen

 

La furia dell’acqua e del fuoco, tsunami devastanti, uragani  e catastrofici  terremoti. Sono loro i nemici da combattere e dai quali difendersi, nel nuovo videogioco Stopdisasters! che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha lanciato su Internet il primo marzo scorso. Obiettivo:  insegnare a bambini e ragazzi dai 9 ai 16 anni, attraverso la realtà virtuale, come organizzarsi  in caso di disastri naturali ma, soprattutto, come  prevenirne gli effetti più devastanti dei quali, più che la natura, nella maggior parte dei casi  è responsabile l’azione umana. «I bambini sono gli architetti e i costruttori, i sindaci e gli amministratori, gli insegnanti ed i cittadini del  futuro, ed è importante renderli consapevoli che è possibile ridurre i danni provocati da disastri naturali» ha affermato, durante la presentazione del videogioco, Salvano Briceño, direttore dell’International strategy for  disaster reduction (Isdr), l’ente incaricato dall’Onu di realizzare il progetto. Secondo Briceño, il videogioco aiuterà le future generazioni a comprendere e ad adattarsi al cambiamento climatico e al conseguente aumento del livello del mare che, inevitabilmente, comporterà disastri «naturali» dai quali però, con i dovuti accorgimenti, ci si potrà difendere. A partire da quei sistemi di allarme che, se fossero esistiti nel dicembre del 2004, probabilmente avrebbero salvato molte delle  200 mila vite travolte dallo tsunami

Il videogioco propone cinque diversi scenari catastrofici: un uragano, un’inondazione, l’incendio in una foresta, un terremoto e uno  tsunami. Manca la siccità, ma presto – assicura l’Isdr, verrà aggiunta. Cinque piani d’azione con tre livelli di difficoltà: il giocatore, rispettando un determinato bilancio di risorse di sponibili e tempi prestabiliti,  deve costruire case, ospedali e infrastrutture nei luoghi più sicuri, scegliere i materiali edili più adatti, rispettando l’ecosistema dell’area e con criteri che proteggano la popolazione dai pericoli di un eventuale disastro naturale.  Evento che inevitabilmente ci scatenerà, con la simulazione di fiamme che avanzano, terra che trema, onde gigantesche che si rovesciano su centri abitati. Alla fine il giocatore otterrà più o meno punti, in relazione al numero di vite che è riuscito a salvare. Si tratta dunque di un classico gioco interattivo di simulazione, sulla scia del famosissimo SimCity, ricco ormai di moltissime varianti.

Prodotto da Playerthree, un’azienda inglese specializzata nella creazione di giochi interattivi, Stopdisasters! si può scaricare gratuitamente da Internet in meno di tre minuti, collegandosi a www.stopdisastersgame.org. Per il momento però esiste solo la versione in inglese, testata in alcune scuole di Australia, Kenya e Indonesia, dove «i bambini hanno risposto positivamente e con ottimi risultati» ha raccontato Briceño, assicurando che entro il 10 ottobre 2007, giornata internazionale per la riduzione dei disastri,  sarà pronta la traduzione in altre lingue, tra cui cinese, arabo, francese, spagnolo e italiano. L’Organizzazione è però consapevole che non tutti i bambini del mondo hanno un facile accesso a Internet e per superare questo ostacolo sta perciò preparando la versione di in Dvd che, attraverso le sedi locali dell’Isdr,  sarà distribuito nelle scuole e nei centri educativi di Africa, Asia, America latina e Caraibi.

Un po’ in ritardo sui tempi, ma alla fine anche  l’Onu ha scoperto che  Internet può essere un ottimo strumento per comunicare ed educare. Probabilmente stimolata anche dal successo ottenuto da un precedente videogioco messo in Rete l’anno scorso, Food Force, pensato e creato in collaborazione con il World food program e destinato a bambini e bambine dagli 8 ai 13 anni. Certo, la fame nel mondo non è un gioco, come non lo sono i disastri naturali, ma utilizzando le nuove tecnologie si può imparare molto. Anche in Food Force i giovani giocatori devono superare diverse prove, con un crescente grado di difficoltà, per portare a termine sei missioni umanitarie in un paese che ha bisogno del loro aiuto. Si calcola che finora oltre 3 milioni e mezzo di utenti, in 40 paesi, si siano collegati al sito – un successo che ha incentivato RaiNet a collaborare con il Wfp per la traduzione del videogioco in italiano, scaricabile gratuitamente  collegandosi a  www.food-force.com. Giochi dl genere oltre a tutto si prestano bene ad essere giocati in gruppo, ragionando e scegliendo, anziché sparecchiare solitari con il joystick. In questo caso la cultura è quella della solidarietà e dell’ambiente.

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All’ufficio ci pensa Google

Posted by franco carlini su 1 marzo, 2007

Franco Carlini

E’ stato descritto come l’ultimo assalto di Google contro Microsoft, ovvero le prestazioni di rete (Google è il più diffuso motore di ricerca dell’internet) contro l’informatica tradizionale, basata su potenti personal computer, dotati di software avanzati e proprietari. Come al solito le cose sono un po’ più mobili e sfumate.

I fatti: l’azienda californiana offrirà alle aziende piccole, medie e grandi, un suo insieme di servizi, chiamato Google Apps Premier Edition. E’ fatto di posta elettronica, calendario, gestione di pagine web, elaboratore di testi, tabelle elettroniche.  Questi servizi esistono da tempo in forma gratuita, con pubblicità, sia per i singoli che per le aziende, ma ora vengono proposti a pagamento (50 dollari all’anno per ogni utente) in forma più robusta e coerente. L’idea è semplice: un’azienda non deve più acquistare da Microsoft la suite di programmi chiamata Office e non deve nemmeno dotarsi di un server centrale per gestire il lavoro comune; invece, collegandosi alla rete, potrà usufruire di tutte queste prestazioni, non avendo bisogno di installazioni, né di propri tecnici di assistenza. Ci pensa Google.  

La proposta è allettante e va nella direzione di cui si parla da decenni: web services, software remoto, dove il Pc dimagrisce di prestazioni perché tutto ciò di cui ha bisogno è un bocchettone all’internet e un programma di navigazione (browser). Si paga a consumo o in abbonamento. Questo futuro sembracerto, ma oggi, nella situazione attuale quali i vantaggi delle due soluzioni, Google Apps e Office Microsoft?

 

Vantaggi

(1) Il più vistoso è il costo: 50 dollari l’anno contro i 500 una tantum della licenza di Office (ma spesso Microsoft offre prezzi ben più scontati). Si risparmia anche nella manutenzione e aggiornamento, che è in carico a Google, laggiù sui suoi computer, con i suoi tecnici.

(2) Condivisione: nel modo tradizionale di lavorare in ufficio, uno scrive un documento e poi lo manda per posta elettronica ai colleghi per correggerlo; si genera un gran traffico di mail e spesso una grande confusione tra le diverse stesure. In questa soluzione invece tutti  i materiali sono pensati come condivisibili e accessibili da ogni luogo.

(3) Accesso permanente, 24 ore su 24, 7 giorni su sette, da ogni posto dove ci sia la rete.

(4) Standardizzazione: oggi le aziende devono continuamente aggiornare ogni singolo computer, con le nuove versioni dei software. Anche così gli utenti caricano programmi loro, magari incompatibili. Con Google Apps l’ambiente di lavoro è unico per tutti.

 

Svantaggi

(1) Sicurezza: Google giura e garantisce, ma molte aziende, quantomeno in attesa della prova dei fatti, preferiranno giustamente avere sotto mano, sui propri server, sia le informazioni critiche che i programmi applicativi.

(2) Riservatezza: Anche in questo caso Google garantisce, ma anche soltanto per la posta elettronica a molti non piace che la propria vita epistolare sia conservata in mano altrui. C’è anche un impatto con le normative nazionali che per esempio in Italia impongono una serie di norme assai rigorose per la conservazione dei dati.

(3) Completezza: i prodotti da ufficio di Google sono più che sufficienti per molte attività normali, ma certamente sono meno ricchi di prestazioni di Word ed Excel, i due software di punta di Microsoft; nella versione più recente, Office 2007, questi e i loro confratelli sono stati ulteriormente migliorati e in qualche caso persino semplificati. Al pacchetto Google manca ancora, per ora, un programma analogo a PowerPoint, quello con cui si preparano le presentazioni a diapositive.

(4) Se non c’è la rete non si può operare: la comodità di avere programmi e file sul portatile e usarli anche in campagna, va perduta, almeno in attesa della banda larga ovunque e senza fili.

 

Va detto che Microsoft, per parte sua, è ben consapevole della tendenza emergente. Poiché non può e non vuole abbandonare il suo Office – che genera ogni anno la gran parte del fatturato – sta proponendo soluzioni ibride, dove alcune prestazioni condivise sono in rete, e altre continuano a risiedere sul Pc.  In particolare ha un suo ottimo software, chiamato SharePoint, per le prestazioni condivise, appunto. La settimana scorsa il Ceo di Microsoft, Steve Ballmer, in un incontro con gli analisti, ha detto esplicitamente che la sua società sta già sperimentando con alcuni grandi clienti nuovi servizi web integrati (tecnicamente mettendo insieme il server Exchange, SharePoint e Office). I destinatari sono le corporations come banche, enti governativi, grandi imprese, che difficilmente vorranno affidarsi al web di Google per le loro attività più critiche. Si delinea verosimilmente un’erosione dal basso di parte del mercato di Microsoft, cui la casa di Bill Gates cercherà di sfuggire spostandosi verso il mercato dei grandi clienti.

 

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