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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘sviluppo’ Category

Gli alberi della conoscenza

Posted by franco carlini su 24 agosto, 2007

 

Quando la tecnologia può essere salvezza. Viaggio nelle foreste pluviali dell’Africa
Nel cuore intatto del Congo, una storia intrecciata fra i signori del legno, satelliti e radio che informano la comunità locale sui loro diritti contro le multinazionali e una certificazione necessaria al mercato

Patrizia Cortellessa

Costa d’Avorio, Gabon, Camerun e Repubblica Democratica del Congo. Vi si trovano i due terzi delle residue foreste intatte dell’Africa e in questo Eldorado si sono aperte innumerevoli prospettive di sfruttamento per molti. Ma a guadagnarci non sono certo le comunità indigene che in quel territorio vivono. Venti milioni di foresta congolese – secondo Greenpeace – sono già state «concesse» – per lo più illegalmene – ai signori del legno. L’ articolo di Michael Hopkin, pubblicato sulla rivista Nature del 26 luglio scorso, (Conservation: Mark the rispect) ci porta proprio nella foresta pluviale del Congo, martoriata da sempre dal saccheggio operato dalle multinazionali, in particolare quelle del legname. Per raccontarci una piccola storia su come la tecnologia, in qualche modo, stia venendo in aiuto a una piccola comunità pigmea. In questa parte di foresta – scrive Hopkin – vivono i Mbendjele, una popolazione di 3 mila persone circa. Da circa un anno l’uso della tecnologia sta permettendo a questi abitanti della foresta di preservare almeno gli alberi più importanti.
Il progetto, avviato un anno fa, spinto da quegli scienziati, tecnici, ma soprattutto attivisti che da sempre si battono contro la distruzione della foresta (e anche contro l’industria del legname in questione), vede in questo caso la «collaborazione» della multinazionale del legno che ha la concessione governativa su quel territorio. La Congolaise Industrielle Des Bos (Cib), che ha deciso di «venire incontro» (atto più che dovuto) ad alcune loro esigenze. Anche perché (o soprattutto?) sembra che sempre più consumatori nel mondo richiedono che il loro legno e la loro mobilia arrivi con tanto di bollo di approvazione del Forest Stewardship Council (o Consiglio per la Gestione Forestale Sostenibile). L’Fsc è l’ organizzazione internazionale non governativa nata nel 1993 per iniziativa di un gruppo di associazioni ambientaliste (tra le quali Greenpeace), industrie del legno, produttori forestali, tecnici forestali che preoccupati per la distruzione delle foreste, volevano passare ad azioni concrete per la loro conservazione.
Ma per farsi certificare dall’Fsc bisogna rispettare alcune regole. Uno dei principi e criteri che le industrie del legno devono seguire è proprio la relazione con la comunità locale. Non c’è bisogno di ricordare che da sempre sono gli abitanti della foresta a pagare il prezzo più alto alle multinazionali del legname. Che arrivano, senza preavviso ma con carte firmate dal governo. Minacciano i villaggi, costringendoli a sottoscrivere contratti-capestro. Promettono scuole, ospedali, infrastrutture, di cui resterà appena qualche tettoia fatiscente. Quando se ne vanno, la foresta è compromessa, attraversata da una fitta rete di strade che la rendono accessibile a ogni invasione.
Finora le popolazioni locali non avevano mai potuto esprimersi sul taglio degli alberi della loro foresta. Almeno in questo caso invece, possono decidere di salvaguardarne alcuni, «segnando» quelli più importanti per la difesa della loro identità . La differenza di importanza fra le varie zone – per esempio quelle usate dai pigmei per la caccia, per riunioni sociali, per le riunioni religiose – viene poi monitorata dall’azienda attraverso l’uso di Gps, i rilevatori satellitari, con un terzo del tempo che occorrerebbe con un tracciato tradizionale. Ma il ricorso alla tecnologia non è una cosa nuova.
L’uso dei satellite per osservare le crisi, ad esempio, si sta diffondendo sempre più. Qualche mese fa il nuovo capo dei Surui, tribù indigena dell’Amazzonia, strinse un patto con Google al quale chiese che Google Earth venisse utilizzato per monitorare i 248mila ettari della loro riserva. In caso di nuove devastazioni ci sarebbe stato così il tempo di una denuncia pubblica.
Il progetto in questione prevede anche una stazione radio per comunità pigmea Mbendjele, per ora ancora in fase preliminare. Attraverso la radio – con quartier generale a Pokola – i Mbendjele riescono a sapere i loro progetti, e come e quando devono segnare gli alberi. Anche se per ora soltanto alcuni programmi-pilota sono stati realizzati, la radio a modulazione di frequenza Na Bisso è riuscita a trasmettere per sei ore al giorno, in radiodiffusione musica e notizie utili alla comunità. Grazie a questo progetto e l’interagire con le comunità locali, dal 2006 intanto la Cib ha guadagnato la certificazione Fsc per una delle cinque zone su cui hanno la concessione. Diverso il discorso per l’altro programma in cantiere: l’apertura di una segheria a Loundoungou, che Greenpeace ha condannato, giudicandola «inaccettabile».

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Bassa tecnologia per lo sviluppo

Posted by franco carlini su 20 luglio, 2006

 

di Patrizia Cortellessa

Lontani gli obiettivi del Millennio, ma Jeffrey Sachs prova a realizzarli dal basso in un nucleo di villaggi africani

Un progetto ambizioso, con tanto di scadenza: il 2015. Entro quell’anno, secondo quanto sottoscritto nel settembre 2000 da 191 capi di stato e di governo in occasione del Vertice del Millennio presso le Nazioni unite, bisognerà conseguire otto obiettivi fondamentali: dimezzare la povertà e la fame nel mondo, assicurare l’istruzione primaria, promuovere l’eguaglianza fra uomini e donne, ridurre la mortalità infantile, combattere le malattie che oggi devastano intere regioni del pianeta, assicurare la sostenibilità ambientale e creare un’alleanza globale per lo sviluppo sostenibile. All’interno di questo programma nasce il progetto dei Villaggi del Millennio (Millennium Villages projects), sviluppato da esperti dell’Earth Institute alla Columbia University ma soprattutto diretto dai membri delle comunità locali.
Qual è l’idea-forza dei Millenium Villages? Si può mettere fine alla povertà, dicono gli esperti, oltre che con piccoli finanziamenti immediati e mirati (sanità, istruzione, trasporti, agricoltura e altri servizi fondamentali), dotando i villaggi prescelti di infrastrutture e tecnologie – valide e a basso costo – che vanno dalle reti antizanzare per combattere la malaria all’insegnamento di metodi agricoli avanzati, da una maggiore varietà di semi e fertilizzanti a modeste tecnologie per la gestione dell’acqua. Alle comunità, mobilitate in prima persona, viene garantita la piena autonomia. Il costo medio annuo è di soli 140 dollari a persona, di cui 50 provenienti dal budget del progetto, 20 dai partner e 70 da aiuti esterni.
Per ora sono 12 i villaggi investiti dal progetto in 10 paesi africani (Etiopia, Ghana, Kenya, Malawi, Mali, Nigeria, Ruanda, Senegal, Tanzania e Uganda), ma gli amministratori sperano di estendere il programma in altri 78 entro il prossimo anno.
Trecento famiglie prese a campione in ogni villaggio, i loro progressi seguiti e monitorati nella speranza di avere risposte e dati certi sull’efficacia degli interventi, per arrivare alla conclusione del percorso cercando di capire se la comunità abbia migliorato o meno le proprie condizioni di vita. E’ proprio l’informazione puntuale e l’acquisizione di dati lo strumento indispensabile – ribadiscono gli studiosi – per avere un’idea precisa dell’avanzamento dei progetti. In mancanza di analisi, dati e soprattutto senza un lavoro di coordinamento fra nazioni erogatrici, paesi ospiti e «professionisti dello sviluppo», come afferma Jeffrey Sachs, è difficile l’attuazione di qualsiasi progetto.
Se la realizzazione degli interventi dipende principalmente dalle offerte dei donatori, cioè dai Paesi industrializzati, pur coadiuvati dalle comunità locali, tanti ostacoli potrebbero impedirne la realizzazione. Non è mero pessimismo. Da più parti ci si chiede quali siano, ad esempio, i criteri di scelta dei villaggi e dei paesi coinvolti nel progetto, e se tale decisione non sia dettata invece da motivi politici o economici. C’è poi da considerare la realtà africana fatta, oltre che di miseria nera, di instabilità politica e sociale, di corruzione, di conflitti. La gestione dei finanziamenti preoccupa, e non è problema da poco.
Ma per ora lasciamo da parte i dubbi e facciamo parlare alcuni esperimenti riusciti, come quello realizzato nel villaggio keniota di Sauri, dove dal giugno 2004 al luglio 2005, grazie all’uso di fertilizzanti, «il raccolto è più che raddoppiato, l’incidenza della malaria si è ridotta del 50 per cento grazie all’uso di zanzariere dotate di insetticida ed esiste una clinica cui la comunità può accedere per i principali farmaci salva-vita», secondo quanto dichiarato all’IPS da Schmidt-Traub, direttore associato del Progetto del Millennio. Ancora a Koraro, in Etiopia, sarebbero cresciuti per la prima volta alberi da frutto proprio accanto a piantagioni di mais.
L’economista Sara Tomlin, sul n. 442 di Nature, parla delle prospettive future. Lei ne è convinta: in cinque anni, grazie gli aiuti erogati e alla partecipazione delle comunità dei villaggi si sono gettate le basi per sconfiggere la povertà. Il villaggio della speranza questa volta è Kagenge, in Ruanda, una comunità in cui la metà delle famiglie vive in alloggi che il governo ha costruito per i superstiti al genocidio del 1994. La clinica, che oltre Kagenge serve altre quattro comunità, ora ha un medico e il personale infermieristico è raddoppiato. Ha un bacino di utenza di 35 persone al giorno, in un paese dove il 70 per cento dei pazienti è affetto da malaria e si registra la maggiore concentrazione di malati di Hiv (circa 13 per cento).
Ci sono molte aspettative a Kagenge per i Millennium Villages. I risultati sono positivi, ma sembrano solo una piccola goccia nel grande mare della povertà estrema perché per la generalità dei paesi del sud del mondo gli obiettivi di sviluppo per il Millennio sembrano già ora irraggiungibili. Il modello delle piccole comunità di villaggio e delle tecnologia di base è probabilmente l’unico sensato, a differenza degli aiuti a pioggia e dall’alto, ma il tempo è drammaticamente scarso.

Risultati
Pochi, e non per l’Africa
«Segnali incoraggianti» rispetto al raggiuntimento degli otto Obiettivi di sviluppo del Millennio fissati nel 2000 dall’Onu. Lo ha affermato il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali, José Antonio Ocampo, nell’introduzione annuale sui «Millenium development goals» (Mdg), presentato a Ginevra in occasione dell’avvio della sessione annuale del Consiglio economico e sociale dell’Onu (Ecosoc), in programma fino al 28 luglio. Progressi si sarebbero registrati soprattutto in Asia, con un incremento del tasso di istruzione, riduzione della mortalità infantile, promozione dei diritti femminili e delle istanze politiche. Ma quando si parla dell’Africa subsahariana, stando sempre alle dichiarazioni di Ocampo, si cambia registro. E cambiano le i dati: solo marginali i segni di miglioramento. Nonostante qualche progresso, infatti, dal 1990 ad oggi il numero delle persone che vivono in condizioni di miseria è aumentato (140 milioni di persone in più), e restano ancora allarmanti i dati sul fronte della mortalità infantile, come quelli sulla scolarizzazione. La strada da percorrere, nonostante le piccole gocce di speranza dei Millennium Village, sembra essere ancora lunga e tortuosa.


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Verso l’alta tecnocrazia

Posted by franco carlini su 13 luglio, 2006

di Alessandro Delfanti

A Kuala Kampur è nata UnGaid, nuova agenzia Onu contro il «digital divide». Anche le grandi aziende, per le quali alfabetizzare vuol dire vendere computer, aderiscono

«La tecnologia non è un privilegio per i ricchi, ma uno strumento per i poveri». A Kuala Lumpur in Malaysia, il 19 e 20 giugno scorsi, è nata UnGaid, l’Alleanza globale delle Nazioni unite per le Information and Communication Technologies (Ict) e lo sviluppo. Si tratta di una nuova agenzia dell’Onu che lavorerà per cercare di colmare il digital divide.
Non solo internet, ma anche cellulari, ricevitori satellitari e tutti gli altri strumenti che ci fanno entrare nell’infosfera sono infinitamente meno accessibili nei Paesi poveri rispetto a quelli ricchi. È una differenza che ha effetti negativi proprio sullo sviluppo, mentre le aree ricche del pianeta si avvicinano all’estensione totale dell’uso della rete. UnGaid sarà un forum di discussione aperto a tutti gli interessati, un network di esperienze decentrate che non si sostituirà alle istituzioni e alle reti sociali che combattono il digital divide, ma ne coordinerà il lavoro stimolando il dialogo sul ruolo delle Ict nello sviluppo economico e nella lotta alla povertà. I settecento partecipanti al convegno hanno sottoscritto una dichiarazione, la Kuala Lumpur Vision, che delinea i principi dell’Alleanza: «Dobbiamo pensare in grande rimanendo solidamente ancorati ai bisogni reali della gente, delle comunità e dei Paesi, e mettendo i problemi e i bisogni della maggioranza dell’umanità negli «schermi radar» dei pensatori, dei business executive e dei decision-makers governativi». Allora non ci si deve stupire di trovare Craig Barrett della Intel a capo del comitato direttivo di UnGaid, insieme a politici, esperti di media ed esponenti della società civile. Il più grande produttore al mondo di processori per computer ha le sue idee per incrementare le opportunità per le nazioni e i loro cittadini, «accesso e proprietà privata, connettività e abilità tecniche», naturalmente tramite un fecondo rapporto tra pubblico e privato. Un computer e una connessione internet in ogni classe anche nelle scuole delle più sperdute aree rurali, è una delle strategie adottate dal meeting di Kuala Lumpur, come del resto prescrivono i Millennium Development Goals, la lista di obiettivi Onu per ridurre la povertà entro il 2015. Magari con il computer a manovella da cento dollari pensato per l’alfabetizzazione informatica dei bambini del Sud del mondo, la proposta fatta nel luglio scorso al Summit sulla società dell’informazione di Tunisi da Nicholas Negroponte, il guru del Medialab del Mit di Boston. Allora, a provare il prototipo del piccolo computer portatile fu proprio Kofi Annan. Ma è davvero internet il modo migliore per garantire alle comunità l’accesso all’informazione e la possibilità di esprimersi? Naturalmente dipende dalla comunità alla quale ci si riferisce e dalle sue caratteristiche, senza dimenticare che nella sigla Ict la C sta per Comunicazione e non per Computer.


SciDev – Science and Development, l’organizzazione non governativa che si occupa proprio del rapporto tra scienza, tecnologia e sviluppo – propone un metodo semplice per valutare l’utilità pubblica di uno strumento di Ict: «Dobbiamo cominciare con un paio di domande di base, come: porta più cibo sulle nostre tavole? Porta più soldi nelle nostre tasche? Ci aiuta a interagire con il governo? Fa risparmiare tempo? Sostiene i bisogni culturali e personali degli individui e dei gruppi? Infine, è economico, facile da usare e utilizzabile da tutti?». Ecco perché uno dei migliori media rimane la vecchia radio a transistor, poco costosa, semplice e con possibilità di diffondere contenuti su scala locale. In molte zone dei paesi in via di sviluppo sono proprio le radio locali a fare da ponte tra le comunità più isolate e il resto del mondo. Così come il telefono cellulare, che in alcune aree si è diffuso rapidamente scavalcando le divisioni sociali e di classe. In un editoriale sul sito di SciDev, Nalaka Gunawardene, esperto di media nel sudest asiatico, si mostra scettico su UnGaid e punta il dito contro l’idea che «un’altra tecnocrazia Onu» possa essere una soluzione valida per le carenze nelle tecnologie dell’informazione del Sud del mondo. Anche perché «Unesco, Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, Fao, Oms e altre organizzazioni hanno tutte i loro programmi per le Ict», e soprattutto «la società civile aveva capito il potenziale delle Ict anni prima di queste grandi agenzie». Dunque nonostante l’attenzione per la partecipazione allargata ai diversi soggetti sociali, l’iniziativa Onu non convince del tutto e la risposta di SciDev non è un tappeto rosso srotolato. In definitiva Gunawardene concede a UnGaid sei mesi per provare di non essere solo una nuova burocrazia e per dimostrare l’utilità degli strumenti di comunicazione per risolvere i problemi reali. Sei mesi «non sono molti per una agenzia Onu, ma rappresentano un lungo tempo nel mondo in rapido cambiamento delle tecnologie dell’informazione».

Web


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Una rete eterogenea
Nel 2005 la diffusione di internet nel mondo ha raggiunto due traguardi emblematici. Gli utenti di internet hanno superato il miliardo, ed è avvenuto il sorpasso: oggi la maggior parte di essi vive nei paesi in via di sviluppo, anche grazie all’esplosione della rete in Cina e in India. Comunque le opportunità di accesso al web rimangono molto eterogenee: si va dal 61 % della popolazione olandese allo 0,4 % di quella del Ruanda. Se nei paesi appartenenti al G8 almeno un cittadino su due usa il web, in Africa questo rapporto si abbassa a tre abitanti su cento: in tutto il continente africano ci sono meno utenti internet che nella sola Italia.
Nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia del sud anche l’accesso al telefono è ridotto, il cellulare è più diffuso, ma non in Africa, in alcune zone non lo possiede nemmeno una persona su cento. Proprio la diffusione delle connessioni internet e dei telefoni, mobili o fissi, fa parte dei Millenium indicators, i parametri da monitorare in vista dei Goals dello sviluppo che l’Onu si è data da qui al 2015.
Ma lo strumento di comunicazione più diffuso in Africa rimane la radio: una persona su quattro ne possiede una e le trasmissioni raggiungono circa il 60 % della popolazione.

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low tech utile / Ferrovie a base di bambù

Posted by franco carlini su 13 luglio, 2006

di  Patrizia Cortellessa

Si tagliano le corse e i treni viaggiano solo una volta la settimana rendendo difficoltosi gli spostamenti? Niente paura, l’alternativa è a portata di mano. Anzi, di bambù. La notizia, riportata dalla Bbc nelle news di qualche giorno fa, suscita non poca curiosità. Succede in Cambogia a Battambang, dove i suoi abitanti si sono organizzati creando un vero servizio in proprio. I noris o lorries, che, utilizzando la ferrovia principale, collegano Battambang a Phnom Penh (conosciuti dai visitatori stranieri come i bamboo train, i «treni di bambù»), percorrono quell’unico binario malmesso, a una velocità di circa 40 km orari. Scomodi? Sicuramente, e anche molto rumorosi, ma non saltano le fermate in nessuna stazione e, soprattutto, sono a basso costo.
Una piattaforma di bambù poggiata sopra quattro ruote, un piccolo motore elettrico che alimenta il veicolo poggiato a sua volta sulla piattaforma, due cinghie di trasmissione infilate tra ruote e motore e una stuoia dove sedersi. Tutto facilmente smontabile se due di questi treni si incontrano sull’unico binario di percorrenza. Basta smontare quello meno carico. Semplice no? Anche l’inversione del senso di marcia non è un problema. Si cambia verso alla trasmissione e il gioco è fatto. Problemi di sicurezza? I drivers locali tranquillizzano: «Siamo molto prudenti» afferma Sok Kimhor, 18 anni, un veterano dei treni di bambù. «Stiamo attenti ai bambini e agli animali che attraversano i binari o corrono lungo la linea ferroviaria e rallentiamo quando un altro ‘treno’ ci viene incontro».
Il direttore delle ferrovie cambogiane, Sokhom Pheakavanmony, ammette lo stato disastroso in cui versa il servizio, ma aggiunge che sono in cantiere progetti di rinnovamento. «Entro il 2010 dovremmo completare la ristrutturazione» ha detto, con l’obiettivo-speranza che «presto si possa utilizzare i treni per muoversi da una zona all’altra e da un paese all’altro».
Al di là dei piani di lavoro futuri e restando in attesa di fatti, i treni di bambù continueranno a transitare ancora per molto su quell’unico vecchio binario che congiunge Battambang a Phnom Penh.

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Verso l’alta tecnocrazia

Posted by franco carlini su 13 luglio, 2006

A Kuala Kampur è nata UnGaid, nuova agenzia Onu contro il «digital divide». Anche le grandi aziende, per le quali alfabetizzare vuol dire vendere computer, aderiscono

«La tecnologia non è un privilegio per i ricchi, ma uno strumento per i poveri». A Kuala Lumpur in Malaysia, il 19 e 20 giugno scorsi, è nata UnGaid, l’Alleanza globale delle Nazioni unite per le Information and Communication Technologies (Ict) e lo sviluppo. Si tratta di una nuova agenzia dell’Onu che lavorerà per cercare di colmare il digital divide.
Non solo internet, ma anche cellulari, ricevitori satellitari e tutti gli altri strumenti che ci fanno entrare nell’infosfera sono infinitamente meno accessibili nei Paesi poveri rispetto a quelli ricchi. È una differenza che ha effetti negativi proprio sullo sviluppo, mentre le aree ricche del pianeta si avvicinano all’estensione totale dell’uso della rete. UnGaid sarà un forum di discussione aperto a tutti gli interessati, un network di esperienze decentrate che non si sostituirà alle istituzioni e alle reti sociali che combattono il digital divide, ma ne coordinerà il lavoro stimolando il dialogo sul ruolo delle Ict nello sviluppo economico e nella lotta alla povertà. I settecento partecipanti al convegno hanno sottoscritto una dichiarazione, la Kuala Lumpur Vision, che delinea i principi dell’Alleanza: «Dobbiamo pensare in grande rimanendo solidamente ancorati ai bisogni reali della gente, delle comunità e dei Paesi, e mettendo i problemi e i bisogni della maggioranza dell’umanità negli «schermi radar» dei pensatori, dei business executive e dei decision-makers governativi». Allora non ci si deve stupire di trovare Craig Barrett della Intel a capo del comitato direttivo di UnGaid, insieme a politici, esperti di media ed esponenti della società civile. Il più grande produttore al mondo di processori per computer ha le sue idee per incrementare le opportunità per le nazioni e i loro cittadini, «accesso e proprietà privata, connettività e abilità tecniche», naturalmente tramite un fecondo rapporto tra pubblico e privato. Un computer e una connessione internet in ogni classe anche nelle scuole delle più sperdute aree rurali, è una delle strategie adottate dal meeting di Kuala Lumpur, come del resto prescrivono i Millennium Development Goals, la lista di obiettivi Onu per ridurre la povertà entro il 2015. Magari con il computer a manovella da cento dollari pensato per l’alfabetizzazione informatica dei bambini del Sud del mondo, la proposta fatta nel luglio scorso al Summit sulla società dell’informazione di Tunisi da Nicholas Negroponte, il guru del Medialab del Mit di Boston. Allora, a provare il prototipo del piccolo computer portatile fu proprio Kofi Annan. Ma è davvero internet il modo migliore per garantire alle comunità l’accesso all’informazione e la possibilità di esprimersi? Naturalmente dipende dalla comunità alla quale ci si riferisce e dalle sue caratteristiche, senza dimenticare che nella sigla Ict la C sta per Comunicazione e non per Computer.


SciDev – Science and Development, l’organizzazione non governativa che si occupa proprio del rapporto tra scienza, tecnologia e sviluppo – propone un metodo semplice per valutare l’utilità pubblica di uno strumento di Ict: «Dobbiamo cominciare con un paio di domande di base, come: porta più cibo sulle nostre tavole? Porta più soldi nelle nostre tasche? Ci aiuta a interagire con il governo? Fa risparmiare tempo? Sostiene i bisogni culturali e personali degli individui e dei gruppi? Infine, è economico, facile da usare e utilizzabile da tutti?». Ecco perché uno dei migliori media rimane la vecchia radio a transistor, poco costosa, semplice e con possibilità di diffondere contenuti su scala locale. In molte zone dei paesi in via di sviluppo sono proprio le radio locali a fare da ponte tra le comunità più isolate e il resto del mondo. Così come il telefono cellulare, che in alcune aree si è diffuso rapidamente scavalcando le divisioni sociali e di classe. In un editoriale sul sito di SciDev, Nalaka Gunawardene, esperto di media nel sudest asiatico, si mostra scettico su UnGaid e punta il dito contro l’idea che «un’altra tecnocrazia Onu» possa essere una soluzione valida per le carenze nelle tecnologie dell’informazione del Sud del mondo. Anche perché «Unesco, Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, Fao, Oms e altre organizzazioni hanno tutte i loro programmi per le Ict», e soprattutto «la società civile aveva capito il potenziale delle Ict anni prima di queste grandi agenzie». Dunque nonostante l’attenzione per la partecipazione allargata ai diversi soggetti sociali, l’iniziativa Onu non convince del tutto e la risposta di SciDev non è un tappeto rosso srotolato. In definitiva Gunawardene concede a UnGaid sei mesi per provare di non essere solo una nuova burocrazia e per dimostrare l’utilità degli strumenti di comunicazione per risolvere i problemi reali. Sei mesi «non sono molti per una agenzia Onu, ma rappresentano un lungo tempo nel mondo in rapido cambiamento delle tecnologie dell’informazione».

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Alessandro Delfanti

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Una rete eterogenea
Nel 2005 la diffusione di internet nel mondo ha raggiunto due traguardi emblematici. Gli utenti di internet hanno superato il miliardo, ed è avvenuto il sorpasso: oggi la maggior parte di essi vive nei paesi in via di sviluppo, anche grazie all’esplosione della rete in Cina e in India. Comunque le opportunità di accesso al web rimangono molto eterogenee: si va dal 61 % della popolazione olandese allo 0,4 % di quella del Ruanda. Se nei paesi appartenenti al G8 almeno un cittadino su due usa il web, in Africa questo rapporto si abbassa a tre abitanti su cento: in tutto il continente africano ci sono meno utenti internet che nella sola Italia.
Nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia del sud anche l’accesso al telefono è ridotto, il cellulare è più diffuso, ma non in Africa, in alcune zone non lo possiede nemmeno una persona su cento. Proprio la diffusione delle connessioni internet e dei telefoni, mobili o fissi, fa parte dei Millenium indicators, i parametri da monitorare in vista dei Goals dello sviluppo che l’Onu si è data da qui al 2015.
Ma lo strumento di comunicazione più diffuso in Africa rimane la radio: una persona su quattro ne possiede una e le trasmissioni raggiungono circa il 60 % della popolazione.

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Fare a meno della banca e prestarsi i soldi in gruppo

Posted by franco carlini su 6 luglio, 2006

 

di Sarah Tobias

Due esperienze anglosassoni propongono in rete il prestito di denaro P2P, dove la garanzia dipende dalla ripartizione del rischio e dalla reputazione dei singoli

Sono molto risentite le banche italiane per la decisione del governo di obbligarle a variare automaticamente e senza indugio i tassi anche a vantaggio dei loro clienti, quando la banca europea li abbassi. Così come per il prezzo della benzina, le banche italiane sono state finora assai sollecite nell’alzare il costo del denaro (o della benzina) quando sale alla fonte e a non abbassarlo (o a farlo con grandi ritardi) quando scende. Del resto il fondamento del sistema bancario consiste nel guadagnare tra il tasso a cui prendono il denaro da chi lo deposita e quello a cui lo prestano. E uno dei modi per guadagnare ulteriormente è quello di giocare sui ritardi temporali: anche una banale operazione di accredito online può impiegare cinque giorni prima di comparire nel conto corrente del destinatario, quando computer e reti rendono istantanea tale transazione.Ma per ottenere dei prestiti e per gestire il proprio denaro prestandolo, si può anche fare a meno delle banche, ci dicono due esperienze di rete, l’una inglese e l’altra americana. La prima si chiama Zopa (www.zopa.com), acronimo inglese che vuol dire Zone of Possible Agreement. La seconda si chiama Prosper (www.prosper.com) ed è californiana. Entrambe si basano sull’idea di mettere in contatto direttamente chi ha bisogno di prestiti con chi ha dei soldi da prestare. E’ l’applicazione delle tecnologie P2P (da pari a pari) al mondo del credito e infatti Prosper così si definisce: Il mercato online per il prestito «People-to-People».
Se si vuole è la trasposizione di una pratica diffusa in tutto il mondo da tempo, anche prima che le banche esistessero: all’interno di una comunità, parenti e amici fanno cassa comune per aiutare i membri che abbiamo necessità finanziarie; in seguito quelle forme spontanee e solidali di credito divennero poi società di mutuo soccorso, casse di credito popolare eccetera. Nella forma iniziale, la restituzione del prestito era assicurata proprio dai vincoli di gruppo, dato nessun debitore si azzardava, pena l’onore, a sparire con il malloppo. Anche i modelli di microcredito che si sono sviluppati in Asia e in America latina si basano sul gruppo: la microbanca eroga la somma in prestito, ma è un intero insieme di amici e parenti a garantirne la restituzione.
Ma in rete, e tra sconosciuti che non si conoscono e non si incontreranno mai F2F (faccia a faccia»), come è possibile il credito P2P ? Il meccanismo è semplice: chi ha bisogno di un prestito compila online un modulo con la somma richiesta e il massimo interesse che è disposto a pagare. I prestatori potenziali partecipano a una specie di asta indicando quanto vogliono prestare e a che tasso. Il sito Prosper combina le condizioni migliori, anche ripartendo la somma totale tra diversi prestatori, sì che il rischio sia distribuito. Ovviamente Prosper si fa pagare una commissione per il servizio che rende. Per aiutare chi presta i soldi a ridurre i rischi il sito offre una valutazione dell’affidabilità del debitore, basata sui «credit report» ufficiali (delle banche e di altre agenzie di credito) e anche sul comportamento passato di quella persona nel mercato Prosper. Ma soprattutto il sistema si basa sulla creazione di gruppi di prestito. Questi possono essere creati da chiunque, il quale inviterà altri amici a unirsi; l’idea è che un gruppo dove le persone si conoscono sia nel suo complesso più affidabile dei singoli, dato che deve difendere la sua reputazione collettiva. Qui come in Zopa uno può decidere di prestare solo ai membri di un gruppo con buona fama, o solo a quelli del suo gruppo; comunque quando un prestito viene restituito, il capo gruppo ottiene una piccola percentuale che può tenere per sé o redistribuire.
Zopa ha 15 mesi di vita, vanta 75 mila aderenti e denuncia una percentuale molto bassa di default (contratti non rispettati), solo il 5 per mille. Prosper è attivo dal febbraio scorso e annuncia di avere 1.500 utenti, che tra di loro hanno stipulato prestiti per 7 milioni di dollari. Tra i finanziatori di Prosper c’è Pierre Omidyar che fu uno dei fondatori del sito di aste online eBay e in qualche modo il principio è analogo: transazioni «da uno a uno» mediate da un sito, il tutto basato su un meccanismo pubblico di costruzione della reputazione. Tra le ragioni del successo di queste esperienze c’è un elemento fondamentale, la cattiva fama delle banche e in molto casi, addirittura, l’odio verso le stesse.
Ecco un esempio recente tratto da Prosper: Scott, un richiedente con lo pseudonimo di athausala, sta chiedendo chiedendo un prestito di mille dollari al tasso del 16 per cento, da rifondersi in tre anni. Lo scopo è di acquistare libri scolastici per l’autunno prossimo e abbigliamento per i due figli minori (in foto). Fino a domenica scorsa si erano detti disponibili 4 prestatori, offrendo somme variabili da 50 dollari a 150, per un totale di 355 dollari. L’asta era ancora in corso per i restanti 645.


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