Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘tlc’ Category

Da Cagliari a Mountain View

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

Renato Soru, presidente della regione Sardegna, ha il pregio delle idee chiare e del parlar netto: «A distanza di tre anni mi sono reso conto che l’interattività del digitale terrestre non esiste. La televisione è broadcasting e broadcasting muore. Una cosa è internet, un’altra la televisione (..) Posso assicurare che ogni piccolo paese della Sardegna avrà la banda larga entro il 2008» – così nel più recente convegno sul tema. Il ministro Gentiloni ha debolmente replicato dicendo che il digitale terrestre e l’internet a larga banda non sono in competizione tra di loro. Tecnicamente è anche vero, ma sono due cose quasi agli antipodi. Il digitale terrestre è il semplice (a parole) passaggio dei formati televisivi classici a un’altra codifica, con interazione zero. Va fatto, ma non aggiunge nulla e non merita particolari incentivi. Al massimo, nei paesi più seri, riesce a liberare delle frequenze che potrebbero invece essere ridistribuite, allargando il pluralismo – cosa che in Italia non sta avvenendo. La banda larga è fattore di sviluppo economico (nuovi imprenditori di contenuti, apparati e servizi), di informazione civica e pubblica, di abilitazione» delle persone alla comunicazione. Insomma ha a che fare anche con la democrazia.

Lo si capisce chiaramente saltando da Cagliari a Mountain View, California, dove Google ha deciso di partecipare, in concorrenza con i grandi operatori della telefonia come Sprint e Verizon, alle gare per l’assegnazione delle nuove frequenze wireless. Il che non significa che Google voglia mettersi a vendere telefonini, ma solo che ha ben capito che lo spettro è un bene pubblico, cui tutti, singoli e imprese, devono poter avere accesso, nella prospettiva di un’internet mobile, ormai all’ordine del giorno. Per questo il suo capo, Erich Schmidt, chiede che chiunque vinca le licenze, sia obbligato a far transitare sulle sue reti anche i contenuti degli altri, una sorta di roaming obbligatorio, una regola del tipo “must carry”, che garantisca la circolazione dei bit concorrenti. Google ovviamente pensa ai suoi interessi, che però, in questo caso, coincidono almeno in parte con quelli dei consumatori e soprattutto dei cittadini.

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Quanta fretta signora Reding

Posted by franco carlini su 18 luglio, 2007

di Franco Carlini

18/07/2007 – 18:38

La decisione della Commissione europea su impulso della commissaria Viviane Reding di puntare sul Dvb-h è sbagliata per diversi motivi. Impedisce al mercato di scegliere il vincitore e scommette su un’idea irrealistica di Tv mobile. (segue su VisionPost)

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ferrovie di fibra

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

Internet 2 unisce le coste Usa

Washington, Chicago, Kansas City, Seattle: ovvero un percorso “Coast to Coast” completo. La settimana scorsa il consorzio Internet2 ha completato la dorsale che assicura 100 Gigabit al secondo da un capo all’altro degli Stati Uniti. Questa velocità va confrontata con i 10 megabit al secondo delle reti in fibra delle nostre case e con i 50 promessi dalle versioni spinte di aDSL. Le reti locali standard che operano negli uffici, invece, con tecnologia Ethernet, operano di solito a 100 megabit/s. Dunque Internet2 offre mille volte di più. I nodi connessi sono prevalentemente quelli di istituzioni di ricerca e universitarie e lo scopo del grande progetto, lanciato nel 1996, è di progettare sul campo quella che sarà l’Internet del futuro, ad altissima capacità. I tempi sono stati rispettati e ora lo scheletro è completo, realizzato insieme all’azienda privata, specializzata in fibra ottica, Level3. Il consorzio è non profit e segue la strada già adottata per realizzare la prima Internet, allora chiamata Arpanet: fondi pubblici copiosi vengono stanziati per spingere le applicazioni di frontiera; quando poi il tutto è funzionante, viene affidato al mercato. Le applicazioni più ovvie più ovvie riguardano la possibilità di operare da lontano su dei supercomputer in rete, usati per esempio per i grandi modelli di calcolo del clima, esplosioni e reazioni nucleari e simili “conti” avidi di memoria e di capacità di calcolo. Ma, proprio come avvenuto con il web, la disponibilità di tanta banda passante renderà possibili altri usi commerciali e sociali. Lo stanno già facendo, del resto, gli studenti privilegiati delle università connesse a questo super-network: nell’aprile di due anni fa l’industria americana dei film denunciò che un certo numero di utenti di un servizio p2p chiamato i2hub, scaricavano e scambiavano film e musiche ad altissima velocità.

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Tardive riflessioni del professor Spaventa

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

FRANCO CARLINI

Al lungo elenco di coloro che hanno deprecato l’interventismo del governo nella formazione del nuovo gruppo di controllo di Telecom Italia si è associato un altro professore. E’ Luigi Spaventa che su La Repubblica, sabato scorso, ha auspicato che l’evoluzione delle strutture proprietarie del capitalismo italiano avvenga «nell’indifferenza del potere pubblico» e non «con una sua implicita partecipazione». Lineare, accademico, ma un po’ ipocrita come ragionamento, specialmente visto che a farlo è colui che nel 1999, anno della scalata a Telecom Italia presiedeva la Consob.

Vale la pena di tornare a quei mesi, quando Roberto Colaninno, chiamato da Carlo De Benedetti a salvare la Olivetti, costruisce il suo sogno più grande, un’Opa sull’ex monopolista telefonico. Per farlo ha intenzione di farsi aiutare da banche americane e comunque di metterci del liquido,  svuotando la Olivetti dei gioielli appena nati, Omnitel e Infostrada. Una logica industriale lungimirante avrebbe cercato di rafforzarli e svilupparli, mentre una logica finanziaria, che punta sulla leva del debito, prescinde dalle valutazioni di lungo momento. La gloriosa Olivetti venne ridotta a scatola finanziaria e la sua grande intuizione, quella di passare dai personal computer ai telefoni, regalata ai tedeschi di Mannesmann (e successivamente a Vodafone).

Il 19 febbraio 1999 Massimo D’Alema, presidente del consiglio, tesse le lodi dei «capitani coraggiosi». Il sostegno politico è chiarissimo, a tutti evidente, e non suscita l’indignazione dello Spaventa di allora. Il giorno dopo il consiglio di amministrazione di Olivetti approva il lancio dell’Opa. E qui entra in gioco la Consob che è chiamata a dichiarare ricevibile l’offerta.  Da quando un’Opa è lanciata, la società oggetto della scalata non può più mettere in atto azioni difensive, se non passando attraverso un’assemblea straordinaria cui partecipi almeno il 30% degli azionisti. Ma quando scatta il periodo delle mani legate? La Consob di Spaventa interpreta la norma nel modo più favorevole a Colaninno, decidendo che l’orologio scatta dall’annuncio e non dal deposito del prospetto ufficiale dell’offerta. L’interpretazione è curiosa, tanto che in altre occasioni il Tar e la stessa Consob decideranno diversamente. Infatti se bastasse un annuncio per bloccare ogni decisione dello scalato, ciò si presterebbe a manovre perverse.

La Consob di Spaventa decide anche, nell’occasione, che Tim, l’azienda cellulare di Telecom Italia, non ne costituisce un patrimonio prevalente; se lo fosse Colaninno avrebbe dovuto estendere l’Opa anche a Tim, con oneri ben maggiori.

Ovviamente ogni decisione della Consob ha le sue motivazioni e senza dubbio il professor Spaventa è persona seria, ma è altrettanto ovvio che quelle decisioni favorirono il progetto che D’Alema aveva così enunciato: «Non siamo di fronte a una misteriosa finanziaria lussemburghese. Si tratta di un gruppo di imprenditori e di manager ben noti, che hanno fatto Infostrada e Omnitel. Forse stano facendo il passo più lungo della gamba. Allo stato delle cose consentitemi di apprezzarne il coraggio». Mai intervento politico governativo fu più netto ed esplicito. Al confronto il governo Prodi, nelle settimane scorse, si è mosso come una timida verginella.

L’aiutino morale divenne poi concreto quando, nell’estremo tentativo di difendere Telecom Italia, l’allora presidente Bernabè convocò un’assemblea straordinaria che doveva proporre agli azionisti delle contromisure e offerte più allettanti. Occorreva la presenza del 30 per cento e per far mancare il quorum fu ancora decisivo l’intervento del governo. Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, pensava che il ruolo di non interferenza del governo dovesse concretizzarsi nel partecipare all’assemblea e non alle decisioni. In questo modo si garantiva agli azionisti la possibilità di discutere e deliberare, senza prendere parte. Essendo D’Alema contrario, Draghi chiese almeno una lettera ufficiale della presidenza del consiglio, che puntualmente venne scritta e recapitata. Dunque l’assemblea risultò non valida e via libera a Colaninno.  D’Alema aveva vinto, ma in realtà aveva sbagliato ancora una volta le sue valutazioni e con la scusa della non interferenza aveva scelto del tutto impropriamente, di spalleggiare una parte, contro l’interesse del paese.

Alla scalata anche in quella occasione partecipò Mediobanca, il cui appoggio venne sollecitato ancora da D’Alema, così dicono i cronisti dell’epoca. Non risultano alle cronache insurrezioni verbali dei soliti professori contro le banche che si fanno industria.

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Telecom, quattro problemi meno uno

Posted by franco carlini su 3 maggio, 2007

 

Fino a pochi giorni fa Telecom Italia aveva quattro problemi: il principale azionista in uscita, i rapporti con l’autorità di regolazione, le indagini sulle intercettazioni, il piano industriale. Il primo appare risolto grazie a banche e Telefonica di Spagna, il secondo ha quantomeno una sua definizione, grazie al consenso tra governo (ministro Gentiloni) e Autorità delle Comunicazioni a proposito di una qualche separazione della rete fissa: molto resta da definire, ma la cornice c’è. Il fronte penale è ancora aperto con qualche escursione linguistica del giudice delle indagini preliminari verso i piani alti di Telecom Italia; molto dipenderà dalle scelte difensive di Tavaroli che finora non si è esplicitamente preso tutte le responsabilità, così escludendo i suoi capi, ma non ha nemmeno provato a giustificarsi dicendo che eseguiva gli ordini del presidente e/o dell’Amministratore delegato. Prima o poi dovrà decidere, non essendo credibile la linea innocentista seguita finora. Il piano industriale presentato dalla gestione di Guido Rossi era inevitabilmente di transizione, dato che incombevano tutti i problemi a monte. L’anomala espulsione di Rossi da parte di Tronchetti Provera in occasione dell’assemblea degli azionisti ha complicato le cose, che ancora si fanno più ballerine dato che la nuova società Telco, che sostituisce Olimpia nel controllo di TI (al 23,6 per cento) procederà ancora a rinnovare i vertici. Quale che sia la soluzione a regime c’è il rischio che la società continui ancora a soffrire di turbolenze. Negli anni le onde delle incertezze ai vertici si sono propagate anche ai livelli inferiori, demotivando quadri e lavoratori e compromettendone le prestazioni. TI non è una società allo sbando ma a diversi livelli sono percepibili disorientamento e poca motivazione; clienti e fornitori sono i primi a verificarlo tutti i giorni. C’è infine il Grande Problema Rimosso: la nuova rete fissa e digitale in fibra che costerà una decina di miliardi almeno, ma di cui nessuno per ora discute, se non per esorcizzare ideologicamente l’intervento della mano pubblica, peggiore del diavolo. Dunque il ritardo presente continuerà a crescere inevitabilmente.

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Disse il contatore alla centrale

Posted by franco carlini su 26 aprile, 2007

Banda sempre più larga e tecnologie wireless favoriscono il dialogo tra le macchine

 

M2M o machine-to-machine. Un peer-to-peer senza umani di mezzo, se non in veste di controllori e utilizzatori del flusso di dati. Praticamente infinita la lista delle applicazioni possibili, dalle più utili alle più futili

Patrizia Feletig

La caldaia si arresta: parte una segnalazione di allarme via Sms o Gprs all’assistenza tecnica. Dopo un’ora non si è presentato nessuno, ma il guasto è riparato. A distanza. Come se si trovasse sul posto, il tecnico si è collegato via web al pannello di controllo. Ha controllato lo stato della temperatura, la pressione, il livello, consultato lo storico di funzionamento, esaminato una riproduzione dello schema dell’impianto e rimosso l’anomalia. Poco dopo sul suo Pda compare una segnalazione da un altro impianto. Questa volta, dopo la telediagnosi, il tecnico istruisce la squadra che si recherà sul posto, con l’esatta determinazione del problema in corso e con il dettaglio dei ricambi necessari. Intanto, i dati del pronto intervento sono esportati verso il sistema informativo aziendale per la fatturazione automatica. La telegestione del riscaldamento che può portare fino a risparmi del 30% nei costi di manutenzione, è una delle tante nel settore M2M. L’acronimo sta per comunicazione Machine-to-Machine e indica l’infrastruttura hardware e software che permettere alle macchine di dialogare con altre macchine.
La diffusione progressiva delle tecnologie senza fili (Gsm,Gprs, Umts, WLan, Bluethooth), associata alla sempre maggiore disponibilità di banda e l’evoluzione al ribasso dei costi delle connessioni mobili, facilitano la lievitazione del mercato M2M aprendo a un numero esponenziale (e fantasioso) di applicazioni. Dai distributori automatici ai sistemi di lettura a distanza, dal trasporto e logistica al monitoraggio della salute, dalla sicurezza alla domotica. Come la famosa casa intelligente – di cui si favoleggia da anni – con lavatrici in grado di decidere il ciclo di lavaggio interpretando i tag elettronici degli indumenti. In attesa dell’avvento dell’«Internet delle Cose» la comunicazione tra gli oggetti cresce con tassi del 20-30% all’anno. Il carattere innovativo del M2M non deriva tanto dalle tecnologie, quanto dalla visione di far comunicare le macchine autonomamente via rete mobile, fra loro e/o con i centri di controllo.
I sensori installati su distributori automatici, contatori, bancomat, colonnine Sos autostradali, percepiscono l’ambiente circostante e reagiscono a eventuali cambiamenti. Il valore aggiunto sta nella trasformazione di questi dati grezzi rilevati in informazioni utili per le operazioni di misurazione, contabilizzo, controllo e manutenzione. Si accerta così il livello di riempimento di un distributore. Si vigila sulla conservazione dei prodotti durante la catena del freddo. Si conteggiano i chilometri percorsi da una vettura per attuare, ad esempio, polizze assicurative modulari basate sul principio Pay as you drive. Associando i moduli M2M con sistemi satellitare si localizza un container in viaggio, soprattutto se contiene merci preziose, tossiche o infiammabili. Si rilevano e controllano sull’arco della giornata i valori di pressione sanguigna di un paziente che non è necessario mantenere ricoverato in ospedale.
Nel rapporto presentato 2 anni fa dall’International Telecommunication Union, agenzia delle Nazioni unite, si stimava che nei prossimi anni il numero di utenti non-umani che genera e riceve traffico wireless sarà superiore di almeno 20 volte al numero di persone abbonate. In Europa, tra contatori di acqua, gas e elettricità, veicoli, centraline d’allarme e distributori automatici si contano oltre 600 milioni di potenziali connessioni M2M mobili. Negli Stati Uniti, alla fine del 2006, secondo gli analisti di Berg Insight, raggiungevano circa i 9 milioni.
L’Italia vanta numeri interessanti sia in termini di unità di moduli installati (oltre 600 mila nel 2005 secondo le anticipazioni del rapporto che verrà presentato a Milano al M2M Forum 2007 di fine mese) che di società operanti nel settore. La terza a livello europeo, Telit, è proprio un’azienda di origine italiana il cui capitale, dopo essere passato sotto il controllo di un fondo d’investimento inglese, ritorna in mani nazionali grazie all’operazione di management buy out messa a segno da Franco Bernabé e l’amministratore delegato della società Oozi Cats.
Non sono solo i capitali a muoversi, ma in controtendenza con il fenomeno di off shoring industriale, Telit riporta in Italia, a Vimercate, il 70 % della produzione dei moduli M2M – sviluppati nei suoi centri di ricerca di Trieste, Cagliari e Seoul. L’obiettivo è trasferire entro un anno anche il rimanente 30% dalla Corea.

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La telecom d’oro di nuova generazione

Posted by franco carlini su 12 aprile, 2007

 

Una rete pubblica ad alta velocità da costruire con i soldi dello stato. Sei punti critici ai tempi dell’economia della conoscenza

Franco Carlini

Laura Partridge è una piccolissima azionista di una corporation americana, la International Projects, i cui manager si attribuiscono stipendi molto esagerati. Così in assemblea li contesta, con il risultato, non voluto, di vedersi proporre il ruolo di impiegata addetta ai rapporti con i piccoli azionisti come lei. Modernamente questo ruolo si chiama Investors Relator, ovvero colui che gestisce le relazioni con gli investitori. Dal suo ufficietto Laura risponde con parole normali ai molti americani che le scrivono e quando si profila un nuovo scandalo, spontaneamente le arrivano centinaia, migliaia di deleghe, perché sia lei ad andare in assemblea a sostenere le buone ragioni dei piccoli risparmiatori. È così che arriva alla riunione con dei sacchi di lettere, che rovescia davanti a tutti, portando alla sconfitta i cattivi manager e al meritato trionfo il dirigente buono che era stato allontanato, Edward McKeever. Sgorga anche l’amore.
Questa la trama del film «The solid gold Cadillac», meravigliosamente interpretato nel 1956 da Judy Holliday. Parabola a lieto fine dell’azionariato diffuso e della democrazia economica garantita dal mercato delle azioni, dove ogni voto si conta e tanti piccoli voti assieme possono sconfiggere i pacchetti di controllo.
Un bel sogno, senza dubbio, cui Beppe Grillo in qualche modo allude, invitando dal suo blog tutti i piccoli azionisti di Telecom Italia a presentarsi il 16 aprile in assemblea, per farsi sentire e per votare. È lo stesso sogno che, con meno illusioni, ma le stesse speranze ha coltivato Guido Rossi, impegnandosi per separare gli interessi di Marco Tronchetti Provera, che controlla la telefonia italiana con lo 0,6 per cento del capitale, da quello di tutti gli altri, molti dei quali, piccoli e piccolissimi, hanno visto volare i dividenti verso i piani alti.
Ma questa è storia passata da cui sarebbe utile trarre insegnamenti sul sistema industriale, politico e bancario italiano: un cumulo di giochi di potere, di insipienza economica e di economia delle relazioni, nonché di spionaggi internazionali, in cui ogni protagonista ha le sue responsabilità, e non solo Tronchetti Provera. La parola fine comunque l’ha scritta lo stesso Tronchetti nella sua quasi intervista rilasciata al direttore del Sole 24 ore, Ferruccio De Bortoli, mercoledì 4 aprile. La posta in palio di Tronchetti, aggiungiamo noi, è ormai soltanto quella di sdebitare Pirelli, vendendo al meglio il suo pacchetto di controllo, ma il sogno di diventare il nuovo Agnelli è finito in fondo all’ultimo dei cassetti. Ben che vada avrà un futuro come commerciante di pneumatici, che è un mestiere più che dignitoso e ben remunerato.
Lasciamo da parte, almeno in queste pagine, la questione di quale gruppo di banche, di industrie, o di aziende di telecomunicazioni prenderà il controllo di Telecom Italia. E si lascino cadere le disquisizioni sullo stato che deve stare lontano dal mercato, che sembra diventato un dogma indiscutibile. Chiunque abbia un briciolo di cultura in storia economica sa che stato e impresa da sempre vanno sottobraccio. Le Spa esistono solo in quanto soggetti economici collettivi riconosciuti dallo stato e dalle sue leggi. Ne traggono riconoscimento e protezione e alcune regole che talora accettano e talaltra violano tranquillamente, l’unica etica essendo quella del creare profitto. Spesso poi godono di protezioni improprie o di veri e propri favori, leciti (per esempio stanziamenti in opere pubbliche) o illeciti (tangenti, gare pilotate eccetera). Questo fenomeno degenerativo è così diffuso che difficilmente può essere considerato una sgradevole eccezione.
Nel corso della trasmissione L’Infedele, l’idea lanciata dal manifesto che la nuova rete pubblica ad alta velocità dovrà per forza di cose essere fatta con soldi pubblici (così come a suo tempo le ferrovie, le autostrade e oggi i caccia da combattimento) è stata presentata come una spiritosa provocazione, «cui nessuno darà retta». Il problema cui i critici della nostra «Telecom Italia Pubblica» (questo era il titolo del manifesto di mercoledì 4 aprile) non rispondono, si enuncia così:
1. Nell’economia della conoscenza ogni paese moderno ha bisogno come l’aria di una rete, fissa e mobile, di nuova generazione. Da essa dipendono: a) le efficienze del famoso sistema paese, dalla pubblica amministrazione ai commerci; b) la possibilità di creare servizi a valore aggiunto nell’intrattenimento, nell’istruzione, nella sanità, in pratica in ogni settore dell’economia; c) una tale infrastruttura attira nuove imprenditorialità e crea posti di lavoro, come e più di quanto ha fatto la telefonia cellulare.
2. I capitali necessari per realizzarla sono probabilmente 30 miliardi: 15 almeno per rilevare da TI la rete esistente e altri 15 per modernizzarla. Cifre enormi, ma inevitabili, ben più importanti del ponte di Messina e dei Tornado. Chi ce li metterà? Tronchetti ha altre idee in testa, Slim, il messicano di America Movil, punta solo alla telefonia latino americana, l’At&t, cui nessuno ha dedicato un’analisi critica (salvo L’espresso di venerdì scorso) è quella che meno investe nel suo paese, figuriamoci in Italia. Gli unici che lo stanno facendo in casa loro sono Verizon, Bt nel Regno Unito, e gli olandesi di Kpn. Altre esperienze significative adeguatamente finanziate sono quelle dell’Asia, in particolare della Corea del Sud, non per caso il paese più cablato al mondo, tanto da aver superato gli Stati Uniti nel tasso di innovazione di rete.
4. Va anche detto che tutti e troppi, comprese le due Autorità competenti, si affannano a discutere solo della separazione funzionale dell’ultimo miglio della rete, lasciando al monopolista tutto quanto sta a monte, ma questa soluzione è al di sotto delle esigenze: per quanto relativamente rinnovata nel passato, è tutta la rete di TI che va ristrutturata, riplasmandola sulle tecniche di trasmissione più recenti, per avere un assetto che duri almeno una ventina d’anni. Che poi è il tempo necessario per ammortizzare simili investimenti.
5. Le formule da adottare per questi obbiettivi possono essere diverse. Nella versione di Prodi (il Sole 24 ore, sabato 7 aprile), si tratterebbe di realizzare «una società di garanzia di transito che metta a disposizione un monopolio naturale, un sistema nervoso più tecnologico ed efficiente di quello attuale». C’è dunque l’affermazione del ruolo pubblico, l’accesso garantito a tutti i concorrenti per i loro servizi e contenuti (la cosiddetta non discriminazione) e soprattutto la consapevolezza che quel network debba essere migliore. Prodi non pensa a una proprietà statale e nemmeno a una gestione diretta. L’interesse pubblico in effetti può essere garantito da robusti impegni e controlli, con relative sanzioni in caso di inadempienze. E’ quanto sta facendo il ministro Di Pietro con le concessionarie autostradali che agiscono anch’esse su un bene pubblico, un monopolio naturale non replicabile (non si possono fare due autostrade Milano-Napoli). Si vedrà.
6. Resta, drammatico e irrisolto, il problema di chi ci metterà i soldi freschi, oltre a quelli che servono per ripianare il debito. La nostra tesi è che se il capitalismo non guarda al futuro ci debba pensare lo stato, anche con soldi pubblici, come quelli che mette e promette nelle varie Tav. Anche qui di alta velocità si tratta, e perfino più importante . Come dice ancora Beppe Grillo, piuttosto che far viaggiare i i biscotti è meglio trasmettere le ricette, fatte di bit.

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La ricetta unica e la calzolaia Emma

Posted by franco carlini su 12 aprile, 2007

 

Agostino Giustiniani

Di fronte all’idea di un intervento pubblico nelle reti di comunicazione, la prima scrollata di spalle è venuta dal ministro Gentiloni (per margheritesca prudenza?), seguito dal pasdaran del liberismo Franco Debenedetti, che per l’occasione ha coniato il termine «retinite», e dai molti professori che, non avendo mai gestito un’azienda trattano, l’economia delle telecomunicazioni con gli stessi criteri di una catena di supermarket, quando invece sono due mondi abissalmente diversi. Il loro non è un pensiero unico, che avrebbe una sua solidità, ma una ricetta unica, con l’unico difetto che non funziona: gli ultimi anni di Telecom Italia sono lì a dimostrarlo e la realtà è più robusta delle loro (interessate) teorie.
La tesi della ricetta unica, nel migliore dei casi suona così: lo stato faccia solo regole certe e chiare, e la faccia rispettare; sulla base di esse gli attori del capitalismo si daranno da fare; facendo il loro interesse, come bravi macellai di Adamo Smith, faranno automaticamente quello della nazione. Questa leggenda metropolitana, è anche frutto di quel fenomeno che gli psicologi chiamano «group think» (pensiero di gruppo): persone che si frequentano solo tra di loro, che leggono gli stessi libri e si danno ragione l’un l’altro. Ed è ben rappresentata nel recente volume «Spiriti Animali. La concorrenza giusta», pubblicato dall’università Bocconi, ma curiosamente contraddetta dalla prefazione di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit: «Onestà, equilibrio, giustizia sociale, informazione, responsabilità» sarebbero le doti del buon capitalista (Profumo cita il Nobel Joseph Stiglitz). Si provi a dare al riguardo un voto sulle cinque voci non solo a Tronchetti, ma anche alle banche italiane che l’hanno indebitato nella sua avventura e che ora contano di «salvarlo», sempre guadagnandoci peraltro.
Tra i campioni del liberismo telecomunicativo si è iscritta anche la nota economista radicale Emma Bonino, sostenendo che non c’è nulla di strategico nelle telecomunicazioni. La ministra del governo Prodi è la stessa che (purtroppo) si è battuta con successo in sede europea per assoggettare a dazi pesanti le scarpe in arrivo dalla Cina e si è pura vantata di tale interventismo illiberale e protezionista che è anche peggio dei fagiolini freschi del Burkina Faso, importati dalla Toscana e osteggiati da Liberazione.
Le tomaie sì che sono beni strategici da proteggere, anche se gli scarponi per combattere guerre «democratiche» non si fanno più di cuoio. Al massimo gli scarponcini vecchia maniera li userà ancora quell’«ambiguo» personaggio di Gino Strada – sempre secondo la definizione della ministra.

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At&t, nemica della libera rete

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

 

Breve storia a attitudini della compagnia americana che vuol comprarsi Telecom
Edward E. Whitacre è il 65enne Chief Executive Office di At&t, il gigante della telefonia Usa, animatore della furibonda polemica – americana e non solo – sulla «neutralità della rete Internet»

Franco Carlini

Edward E. Whitacre, ma dove l’avevamo già sentito questo nome? Il 65enne Chief Executive Office di At&t, il gigante della telefonia Usa, nei giorni scorsi si è candidato a rilevare un bel po’ di azioni di Olimpia, a sua volta azionista di maggioranza di Telecom Italia. Ma lo stesso manager è alle origini della furibonda polemica, americana e non solo, a proposito della «neutralità della rete Internet». Anche per questo il suo arrivo in Italia, sia pure attraverso varie scatole finanziarie non sembra opportuno.
Tutto ebbe inizio con una sua intervista online a Business Week, il 7 novembre 2005. Nell’occasione gli venne chiesto cosa pensava dei grandi gruppi come Google e Msn e questa fu la risposta: «Come credete che essi raggiungano i loro clienti? Attraverso le reti a larga banda. Le compagnie del cavo tv ce l’hanno. Noi le abbiamo. Loro vorrebbero usare i miei cavi gratuitamente, ma non glie lo permetterò perché abbiamo investito dei capitali e dobbiamo vederne un ritorno. Dunque bisogna che ci sia qualche meccanismo di modo che questa gente che usa le nostre reti paghi per la porzione che ne usa». E infine: «L’Internet non può essere libera in questo senso».
Dunque il «buon» Whitacre, con l’irruenza tipica di una manager texano (la nuova At&t non è più nel New Jersey, ma a San Antonio), mise allora i piedi nel piatto, esplicitando il ragionamento che molti vanno facendo (ultimo in ordine di tempo il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo): i servizi web sono dei parassiti che lucrano sul nostro patrimonio, che si tratti di reti a banda larga, come nel caso delle telecom, o di contenuti giornalistici, nel caso degli editori.
La speranza di At&t, ma anche, nel nostro continente, di Deutsche Telecom, è dunque di smantellare il principio sociale e tecnologico su cui la rete Internet si è sviluppata, fino ai successi attuali. Il principio è questo: sulla rete tutti i pacchetti di bit sono uguali, la nostra più umile lettera d’amore, così come un documento del governo americano; perciò tutti vengono convogliati con il semplice criterio che chi prima arriva a uno snodo, verrà servito per primo.
Va anche notato che questo traffico di bit viene già pagato, e spesso a caro prezzo, dagli utenti, attraverso i loro abbonamenti al cavo, all’aDSL, alla fibra. Dunque di che si lamenta l’uomo? Lui fa il suo mestiere di trasportatore di dati, e quello che investe serve a reclutare più abbonati e a gestire più traffico, così come alle autostrade private conviene fare altre corsie perché altrimenti le auto preferiranno le vecchie provinciali.
In realtà le grandi aziende di telecomunicazione, così come i Montezemolo di turno, sono semplicemente invidiosi degli affari che gli altri fanno grazie alla rete: Google, YouTube e tutti gli altri: non sono stati capaci di inventarsi loro questi servizi, ma pretenderebbero una tangente. E’ come se l’autostrada Milano-Venezia chiedesse un tot a Gardaland per tutti i clienti che percorrono le sue corsie diretti a quel parco di divertimenti. In questo consiste il sogno di una rete non neutrale: chi offre servizi deve essere assoggettato a un pedaggio supplementare, per «risarcire» le telecom degli affari che loro stesse non sono state capaci di offrire.
Chiamasi rendita parassitaria ogni incasso che non derivi da una prestazione, ma solo da una posizione privilegiata, ed è il contrario del libero mercato imprenditoriale che i liberisti proclamano.
At&t, andrà ricordato, non è più la Ma’ Bell, «mamma campana» così popolare tra gli americani: dopo la sua divisione in sette società telefoniche regionali (avvenne nel 1984, a conclusione di un lungo procedimento antitrust, intentato dal Dipartimento americano della Giustizia) ha infilato una china discendente, per manifesta incapacità dei suoi manager, tanto bravi a gestire un monopolio nazionale, quanto incapaci di confrontarsi con concorrenti dinamici e con il mercato internazionale.
Elserino Piol, che fu artefice dell’accordo tra l’At&t e la Olivetti di allora, ricorda sorridendo che la firma slittò di un mese perché i manager che dovevano venire in Italia a trattare gli ultimi dettagli non avevano il passaporto, i casalinghi.
L’American Tel and Tel di adesso è rinata dalla fusione-acquisizione avvenuta nel 2005: una delle società telefoniche regionali, quella del Sud, la Sbc, guidata appunto da Whitacre, mangiò la vecchia madre, acquistandone i clienti, la rete e soprattutto il vecchio logo, che non è più la campana di una volta, ma un pianeta percorso da strisce parallele azzurrine.

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Telecom Italia pubblica

Posted by franco carlini su 4 aprile, 2007

 

Franco Carlini

Sarà il caso, senza sventolare alcun tricolore, di dirlo chiaro e pronunciare finalmente la parolaccia: rete telefonica pubblica, magari persino nazionalizzata. Infatti la possibilità di avere in cinque-dieci anni una rete di telecomunicazioni moderna, ad alta velocità, tutta in protocollo Internet, non può venire dall’attuale Telecom Italia, con i suoi debiti e con il suo azionista vorace, ma nemmeno dall’ingresso al piano di sopra (Olimpia) di una spagnola Telefonica, di un’americana At&t, né di un avventuroso messicano. Per dotare il paese di una Next Generation Network capace di offrire tutte le prestazioni che servono agli affari, alle scuole, alla pubblica amministrazione e, soprattutto, alla gente comune, servono 15 miliardi di euro. Tale è la somma che l’ex British Telecom ha messo sul piatto nei prossimi anni, la cui «Rete del 21esimo Secolo» viene dispiegata fin dal novembre scorso. Analoga è la cifra (20 miliardi di dollari) che Verizon, l’altro grandissimo operatore americano, sta investendo per portare la fibra ottica fin sotto gli edifici e in molti casi fin dentro le case.
Questo tema è il grande rimosso dalle discussioni, noiosamente politiciste, tra italianità e libero-mercatisti, senza che mai nessuno faccia i conti con gli aspetti concreti . Che sono semplici: una rete così serve, crea lavoro e indotto, nell’immediato e nel futuro; non è un problema di sovranità nazionale, né di democrazia (o se lo è, lo è solo in parte). E’ più banalmente una cosa di cui il paese ha un grande bisogno, almeno quanto di ferrovie efficienti e aria pulita. Ne ha bisogno perché la comunicazione è roba tanto leggera nei suoi bit quanto cruciale.
Ovviamente una Telecom Italia diversa, con meno caos ai vertici e meno debiti in tasca, meno indagini spionistiche e più reputazione pubblica, sarebbe bene in grado di farlo, trovando investitori e prestiti. Il suo gruppo dirigente, i Rossi, Buora, Ruggero and Co., sono all’altezza e conoscono i problemi e il mercato (ma di loro, domenica scorsa l’ex senatore Franco Debenedetti ha chiesto la rimozione e chissà perché). Resta un piccolo problema: i maledetti miliardi chi ce li mette, per un investimento dove il bene pubblico è prevalente, ma i cui ritorni sono misurabili solo a 10-15 anni?
Non ci si faccia illusioni sul texano Edward E. Whitacre, Ceo di At&t. L’azienda americana, per casa sua, sta spendendo il minimo possibile nell’aggiornare la propria rete. E la cultura di quel gruppo è quella di un ex monopolista, per di più poco aduso ai mercati internazionali. Oltre a tutto non ci crede nemmeno lui, né il collega messicano: semplicemente hanno accettato di fare un favore a Pirelli, per far salire la posta delle azioni, e se non compreranno, torneranno a casa comunque con un gruzzoletto di 16 milioni di risarcimento: una lettera di intenti ben remunerata. La prossima volta gliela scriviamo noi a Tronchetti, basta che i banchieri d’affari ce la portino alla firma.
Si aggiunga, a complicare il quadro, che all’ordine del giorno della nuova rete non ci sono soltanto fibre e centrali ben piantate sul terreno, ma che ogni nuovo progetto va costruito guardando alle potenzialità ben concrete delle trasmissioni «on air», che si chiamano sia telefonia mobile che WiMax, il senza fili ad alta capacità. Proprio perché così arretrati su questo fronte (le gare italiane si faranno forse a partire da giugno), sarebbe una splendida occasione per un progetto integrato.
Chi lo farà? Non si vedono all’orizzonte competenze industriali e risorse finanziarie, né si annusano investitori italiani. Resta lo stato, unica concreta soluzione alla sicura arretratezza. Uno stato che magari interverrà malvolentieri, ma del tutto doverosamente, a supplire l’assenza di capitali e di cultura industriale dei privati, proprio come lo stato americano investì miliardi per creare la prima Internet, prima di consegnarla al mercato. E come sta spendendo per l’Internet 2, ad altissima velocità. I paesi capitalisti lungimiranti così fanno, che si tratti degli Usa come della Corea del Sud. Così facendo fanno un favore, un grandissimo favore, all’industria privata. Niente di sovversivo, semplice riformismo, senza che tale parola venga usurpata dai commentatori del Sole 24 Ore.

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