Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘web’ Category

Grande sorella caciotta

Posted by franco carlini su 19 aprile, 2007

L’incredibile successo di un formaggio immobile sul web, per far conoscere al mondo il vero cheddar

Marizen

Trovata geniale, quella del West Country Farmhouse Cheesemakers, un consorzio di caseifici nel Somerset, Regno Unito. Hanno inventato un cheddarshow con il tipico formaggio britannico, il cheddar appunto, riprendendo la «caciotta», in fase di stagionatura, con una webcam che registra e trasmette 24 ore su 24. Una delizia per i voyeur del formaggio, che dal 1 gennaio scorso a oggi si sono collegati in 910 mila al sito http://www.cheddarvision.tv . Immagine fissa, salvo l’orologio che conta i mesi, i giorni, le ore e i millesimi di secondo della stagionatura. Il formaggio è lì, immobile, davanti ai nostri occhi, e si creano i vari strati di quella muffetta che procura al cheddar la fama di cui gode in tutto il mondo. Ha bisogno di un anno di tempo la per completare il ciclo e dunque si potrà assistere al cheddarshow fino al 31 dicembre prossimo. Ma il sito ha già raggiunto un picco di cliccate lo scorso 28 marzo quando, in occasione del primo test, 55 mila si sono collegati contemporaneamente per assistere all’evento. Tom Calver, esperto di prodotti caseari, ha controllato in diretta web la forma di formaggio, annusandola e assaggiandola, per accertarsi del corretto processo di stagionatura. «Ancora fresco ma già con una sua suggestione nel gusto, di pascoli verdi», ha commentato un soddisfatto nell’appuntamento che può essere rivisto su YouTube.
«E’ pazzesco – dichiara Dan Lane, uno dei responsabili dell’iniziativa – pensavamo che qualche amante del formaggio potesse interessarsi, ma sembra avere catturato l’immaginario collettivo. Si collegano da tutto il mondo, persino da Islanda e Nuova Zelanda». L’obiettivo è far conoscere al mondo il vero cheddar, quello artigianale, fatto a mano, oggi viene prodotto solo da tre caseifici inglesi riuniti in consorzio. Infatti la secolare tradizione del cheddar è quasi scomparsa, per lasciare il posto alla produzione industrializzata, quello che si conosce globalmente, il cheddar arancione. Se ne producono due milioni di tonnellate l’anno, è presente nei cheeseburger e utilizzato anche come aroma naturale nella patatine industriale al gusto di formaggio. I veri cheddar però sono formaggi incredibilmente buoni e aromatizzati, una gioia per i degustatori, prodotti con un processo manuale che, agli inizi del 900, è entrato nel dizionario inglese con il termine cheddaring. Ma come scriveva qualche tempo fa Carlo Petrini, presidente di Slow Food International: «Se racconto agli inglesi che Pantaleone da Cofienza nel suo Summa Lacticinorum del 1477 scriveva di incredibili quantità e varietà di formaggi inglesi, tutti buonissimi, non ci crederanno. Perché ciò che sanno è che oggi il formaggio inglese è solo il cheddar industriale, appiccicoso e gommoso, con poco – e poco buono – sapore».
Probabilmente la proiezione su Internet, 24 ore su 24 per un anno, della lenta maturazione della forma di cheddar, vincerà il premio quale sito web più noioso del 2007. In ogni caso la «grande caciotta» una volta arrivata a maturazione verrà venduta all’asta, ha confermato Dan Lane, e il ricavato in beneficenza.

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Stiegler o filosofico strabismo

Posted by franco carlini su 12 aprile, 2007

second life

 

Ogni tanto, nel mondo reale, un intellettuale, meglio se filosofo, si accosta schifiltoso al computer, lo accende, va un po’ in rete e poi scrive un saggio, o un’intervista nel migliore dei casi, con cui spiega come il mondo virtuale sia a) pericoloso; b) un’illusione, c) pieno di spazzatura e schifezzuole del genere. L’ultimo in ordine di tempo, ma ci sono molti precedenti illustri, è Bernard Stiegler, nell’occasione intervistato per il Diario di Repubblica a proposito del metamondo Second Life. Stiegler ha nel suo curriculum un lungo elenco di saggi dedicati ai rapporti con la tecnica e alla telecrazia, come opposta alla democrazia. Dirige un importante centro di ricerca al Centre Pompidou. Tutti meriti riconosciuti, che non ne fanno tuttavia un onnisciente. Il testo della sua intervista è scaricabile dal sito http://www.repubblica.it. Dichiara che «l’universo fittizio di SL non produce relazioni sociali» e che «investe il reale solo attraverso il marketing». In generale: «Il problema è che oggi la rete non cerca di sviluppare l’intelligenza collettiva, ma solo di sfruttare le proprie potenzialità commerciali. O al limite le capacità di controllo». Effettivamente la commercializzazione del web non solo è ben ampia, ma risale almeno alle sue origini, 15 anni fa. E tuttavia il marketing, almeno finora, non è riuscito ad avere la meglio sulla parte sociale e condivisa della rete, dove milioni di persone, per i motivi più diversi, ma quasi mai economici, condividono informazioni e conoscenze. E’ quella che Yochai Benkler chiama la non market networking economy (lo studioso di Yale sarà a Milano a presentare il suo libro il 9 e 10 maggio). Ovviamente la rete «non cerca», perché è solo una piattaforma che permette di fare molte cose: affari, socialità, cultura. Stiegler ne vede solo una fetta, e così facendo rivela il suo strabismo.

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Video on line e azione politica

Posted by franco carlini su 12 aprile, 2007

 

Andrea Rocco

Per una parte della sinistra statunitense, l’apparire sulla scena dei nuovi media caratterizzati da «contenuti generati dall’utente», non è stato soltanto motivo di giubilo per il loro potenziale democratizzante. Lo scorso settembre, recensendo sulla rivista progressista In These Times il libro di Thomas De Zengotita Mediated, Jessica Clark osservava come «su MySpace e YouTube stringere nuove amicizie è secondario rispetto alla creazione di una propria base di fans, di un altarino online dedicato a se stessi. Perché questa coazione a guardare e ad essere guardati ha conquistato così tanti di noi?». Jessica Clark, che è una attenta studiosa del fenomeno, è andata un po’ più a fondo e, grazie al sostegno della Fondazione Ford e del Center for Social Media dell’American University di Washington, ha condotto una ricerca (la prima del genere) sui tre siti principali di video online: YouTube, Google Video e MySpace per verificare se non ci fosse invece uno spazio per un «discorso pubblico» ed eventualmente per partecipazione ed azione politica e sociale nella nuova sfera mediatica. Big Dreams, Small Screens: Online Video for Public Knowledge and Action (è la ricerca, disponibile su http://www.centerforsocialmedia.org). «L’anno scorso – ci dice al telefono Jessica Clark – questi siti hanno cominciato a diventare ‘notizia’, ad essere visti come un fenomeno rilevante. Abbiamo deciso di vedere come alcune delle questioni più importanti per la sfera pubblica venivano affrontate sulle nuove piattaforme, non quelle specializzate in politica, che pure esistono, ma quelle più popolari. Per la ricerca sono state individuate una decina di parole-chiave che corrispondono ad altrettanti ‘issue’: dall’aborto al riscaldamento globale, dalla neutralità di Internet (legata alla campagna ‘Save the Internet’) all’Aids, al Libano. Di questi temi è stata esaminata la presenza nelle prime due pagine di risultati di ‘search’ sui tre siti, quelle su cui si concentra il 95 per cento dei visitatori. Su questi risultati abbiamo fatto delle analisi per capire chi erano i ‘generatori’ di questi video e come funzionavano in termini di ‘public media’, di media cioè che creano un pubblico coinvolto in una discussione su questi temi». I visitatori rappresentano solo una frazione di quelli dei siti più popolari: il video di danza di Judson Laipply, 36 milioni di visitatori su YouTube, è distante dai 232.000 del video sulla “Net Neutrality” di Public Knowledge. Ma la presenza non è marginale, né sottotono.
«La sorpresa è stata quella di trovare, accanto a quelli provenienti da organizzazioni e istituzioni note e consolidate, un grande numero di prodotti di alta qualità generati da individui e piccole comunità assolutamente sconosciute e fuori dal discorso mediatico dominante». Per Jessica il risultato più importante è che »le coordinate convenzionali per comprendere come il “pubblico dibattito” funziona stanno cadendo a pezzi. Questo sta succedendo da tempo in altri campi, nel blogging, nell’industria editoriale, nella radio, ma nel campo della comunicazione visiva è un fenomeno molto recente. Un’altra scoperta è che molto del materiale che è stato prodotto in un contesto, come gli annunci televisivi per campagne sociali o i telegiornali, vengono usati per produzioni individuali. C’è un’esplosione di “remixing” e di “sampling”, un po’ come è avvenuto nella musica e che rappresenta davvero una nuova ondata di creatività».
Questo pone già oragrandi problemi di diritto e di copyright. «Sul piano dei contenuti e dello stile, domina la cifra umoristico-satirica e linguaggi che sono mutuati dallo stile dominante. Alcuni sono invece stravaganti e poco credibili, e mettono in evidenza la mancanza di filtri». Quanto alla questione iniziale, Jessica ha in parte modificato la sua opinione. «Credo che sia in corso un cambiamento generazionale, tra chi è vissuto in un ambiente dominato da ideologie e tecnologie che gli facevano credere che la cosa più importante fosse l’audience che uno creava per se stesso e chi invece condivide quel comportamento “comunitario”, da sempre presente in questi siti, ma che adesso acquista maggiore spazio. Entrano in scena nuovi gruppi generazionali, non più solo i teen-ager, che iniziano a sperimentare le nuove tecnologie e che si ritrovano su comuni interessi politici, non necessariamente lungo le linee della tradizionale divisione partitica. Esce comunque dalla ricerca che è un mondo piuttosto orientato verso la sinistra dello schieramento politico. La destra ha meno urgenze: domina ampiamente nei media tradizionali, soprattutto nella radio».

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Quei parassiti di Google

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

 

L’editore tedesco Hubert Burda era a un convegno romano sul futuro dei media e nell’occasione ha sostenuto che «in Europa ci manca gente come Sergey Brin e Larry Page; questa generazione americana è cresciuta dallo spirito del rock´n roll». I due trentenni citati sono i fondatori del motore di ricerca Google che in borsa vale 143 miliardi di dollari circa. Secondo Burda, «in Europa avevamo una generazione così tra il 62 e il 64. Poi venne il 68». Tesi francamente curiosa che quantomeno contrasta con le ricerche sull’esplosione creativa dell’hi-tech californiano, secondo molti alimentato anche dalle utopie libertarie e persino anarchiche degli anni ’60 americani. In ogni caso su Google e gli altri motori di ricerca come Yahoo! e Msn, l’opinione del presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo è invece totalmente opposta; non li considera un modello imprenditoriale e semmai dei parassiti: «Attori che prendono senza dare, che non producono contenuti ma poggiano la loro forza sulla tecnologia», ha detto, precisando che questi software «somigliano a parassiti, hanno bisogno di un muro per arrampicarsi, cioè le informazioni dei giornali, ma poi lo distruggono prosciugandone le fonti pubblicitarie». Il giudizio è sbagliato due volte. Intanto perché l’internet ormai produce una quantità di informazione di valore enorme e superiore a quella dei quotidiani e gli stessi quotidiani la saccheggiano ogni giorno, spesso senza nemmeno citare la fonte (Repubblica è leader assoluto nel ramo). E poi perché i motori di ricerca hanno l’effetto straordinario di fare da cassa di risonanza, attraverso i link, alla stampa tradizionale, accrescendone la reputazione e il valore del marchio. Per i quotidiani dunque la rete è sia fonte preziosa che edicola e vetrina. Ma l’editore ingrato nemmeno ringrazia.

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«Ci sarà una nuova giovinezza per i media»

Posted by franco carlini su 5 aprile, 2007

 

Il destino dei media di massa e quello della Rete, mentre i blogger non sono dei narcisi; semmai l’opposto. Intervista a Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan Program dell’Università di Toronto

Raffaele Mastrolonardo

I media di massa? Sono destinati a una nuova giovinezza. I blogger non sono dei narcisi; semmai l’opposto. Mentre la Rete del futuro funzionerà come il cervello umano: grazie a due emisferi opposti e complementari. Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan program dell’Università di Toronto, è così: spiazzante e laterale rispetto alle opinioni dominanti. L’abbiamo incontrato a Roma la scorsa settimana in occasione dell’Idc Innovation Forum 2007 dove è venuto a parlare di Web 2.0. «Il Web 2.0 – spiega – compie il destino dell’Internet. Quando mandiamo un’e-mail, tecnicamente, il messaggio viene spezzettato in tanti pacchetti di bit, ognuno con un suo tag, un’etichetta, che permette ai singoli pezzi di ricongiungersi a destinazione. Allo stesso modo il Web 2.0 permette agli utenti di fare uso dei tag per etichettare le informazioni. Il secondo aspetto saliente del Web 2.0 sono i contenuti generati dagli utenti e le relazioni tra le persone. E’ più che semplice interazione: è creatività, archiviazione di contenuti, distribuzione, pubblicazione».
I tag sono un modo efficace anche se non troppo preciso di definire le informazioni della Rete. Da anni però alcuni ricercatori sono impegnati in un grande progetto che va sotto il nome di «Web semantico» dove l’informazione è catalogata secondo schemi più rigorosi rispetto all’anarchia del Web di seconda generazione. Che rapporto c’è tra queste due filosofie così differenti?
Il processo di competizione e collaborazione tra Web 2.0 e Web semantico è uno dei fenomeni più interessanti a cui assisteremo. Penso che porterà a un mix che io chiamo Web 3.0, ovvero la realizzazione in Rete della bipolarità emisferica del nostro cervello. Il Web 2.0, sintetico e associativo, è l’emisfero destro. Il Web semantico, analitico e tendente alle definizioni precise, è l’emisfero sinistro. Il nostro cervello funziona attraverso entrambi gli approcci. E la Rete, che è un’enorme estensione della nostra memoria e della nostra intelligenza, tende a comportarsi allo stesso modo.
Uno dei fenomeni più vistosi del Web 2.0 sono i blog. In un’intervista su questo giornale, lo studioso olandese Geert Lovnik li ha definiti narcisisti. Qual è la tua opinione in merito?
E’ interessante che Lovnik li chiami così. Perché quello che il blogger fa è l’inverso del processo narcisistico. Il narciso è uno che trasporta la propria immagine dentro di sé e da questo atto trae soddisfazione. Il blogger, invece, porta la sua immagine fuori e la mette a disposizione di tutti. Narciso consuma l’immagine in privato; il blogger in pubblico. In questo è l’esatto opposto, il negativo, del narciso.
I blog fanno parte di un vistoso processo di frammentazione dei media. In questo scenario di moltiplicazione delle voci i media di massa sono destinati a sparire e con questi la sfera pubblica?
Tv e radio continueranno ad essere rilevanti. La res publica, la cosa pubblica, si rifugerà nella televisione e nella radio e nei giornali, alla ricerca di un antidoto alla frammentazione. Avremo bisogno di news nazionali come una base in cui misurare la varietà di informazioni offertaci dalla Rete. I mass media saranno sempre più associati al territorio e alla lingua parlata dalle persone.
E i giornali, che fine faranno?
Fino a che avremo bisogno di leggere e scrivere avremo bisogno di carta e penna e dunque dei giornali. Il testo scritto continuerà ad essere importate nella formazione dell’identità personale. Noi perdiamo la nostra identità quando facciamo copia e incolla. Un’operazione che non è sbagliata in sé, visto che il nostro cervello funziona così, ma che funziona molto bene solo per le risposte immediate in situazioni contestuali. L’identità, per formarsi, ha bisogno della lettura silenziosa di lettere immobili.
raffaele@totem.to

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Felice caos a tutti

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007

editoriale

Franco Carlini
Da San Francisco, nel pezzo qui a fianco, Bernardo Parrella ci fa notare come la nuova ondata dell’Internet, ora definita Web 2.0, vada gonfiandosi di aspettative e illusioni, con caratteristiche analoghe alla prima bolla, che esplose fragorosamente nella primavera di sette anni fa. Nelle settimane scorse Nicola Bruno ci ha proposto su queste pagine due ricostruzioni molto interessanti del dibattito americano su tale fenomeno e delle critiche che va raccogliendo (leggibili all’indirizzo https://chipsandsalsa.wordpress.com). La mercificazione crescente dei contenuti digitali, anche di quelli prodotti dal basso, tende ancora una volta a ingabbiare il «felice caos comunicativo» che le tecnologie hanno reso possibile. L’espressione tra virgolette è tratta da una sentenza famosa del tribunale di Filadelfia, in difesa delle libertà di espressione in rete. Da un lato le multinazionali della multimedialità imbracciano il copyright come un’arma letale, dall’altro i legislatori di tutto il mondo, e non soltanto quelli della Cina autoritaria, sognano e cercano di praticare una robusta ripresa di controllo della sfera pubblica. Né sembra reagire a sufficienza in difesa delle libertà la comunità dei lavoratori dell’informazione dove prevale l’anacronistica convinzione di essere gli unici professionalmente abilitati a fare giornalismo serio, mica come quei blogger «improvvisati».
Sul settimanale The Economist, peraltro, Tim Berners-Lee, l’inglese che ideò il web nei primi anni ’90, ha saggiamente osservato che quanto oggi va succedendo non è una la versione 2, ma semplicemente, e finalmente, una prima realizzazione di quella «ragnatela grande come il mondo», il world wide web, che egli ed altri allora immaginarono: un ipertesto globale, fatto di pagine non solo leggere, ma anche da scrivere, condividere e riscrivere in un flusso continuo di idee. Questo è un bene pubblico da proteggere, anzi da coltivare con cura e rispetto, anche quando appaia rumoroso e disturbante. Ed effettivamente c’è molto di buono, solo che lo si sappia vedere, al di là delle mode e dei gadget inutili, molti dei quali svaniranno senza lasciar traccia: un possibile spostamento dei rapporti di potere comunicativi.

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La censura on line s’allarga

Posted by franco carlini su 22 marzo, 2007

Siti oscurati, blog cancellati, arresti. Ecco come la censura on line s’allarga
Altro che libertà del web. I dati di un fenomeno sempre più esteso nell’ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha condotto un monitoraggio di sei mesi in quaranta paesi
Patrizia Cortellessa
Siti oscurati, blog cancellati, chat room monitorate, motori di ricerca «ristretti». E un numero sempre maggiore di persone imprigionate per aver manifestato o condiviso un pensiero o un’informazione. Altro che libertà del web. La censura online è un fenomeno sempre più esteso e pervasivo. Lo rivelano i dati dell’ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha coinvolto la scuola di legge di Harvard e le università di Toronto, Cambridge e Oxford. Quaranta paesi presi in visione e una ricerca durata sei mesi hanno «partorito» una black list degli attuali nemici di Internet. Il record negativo è detenuto da Cina e Iran, veri capofila nella limitazione di una rete, per definizione «troppo libera». L’elenco – in continuo aggiornamento – interessa per ora almeno due dozzine di paesi, tra i quali Turchia, Arabia Saudita, Birmania, Tunisia, Uzbekisan, Vietnam. L’allarme della «OpenNet iniziative» arriva proprio a ridosso della grande eco suscitata dalla decisione della Turchia (revocata due giorni dopo) di oscurare il sito YouTube, che aveva dato spazio a materiale offensivo nei confronti del padre della nazione, Kemal Ataturk. In una realtà che vede una crescita esplosiva di fruitori della comunicazione online l’aumento della censura preoccupa seriamente. Amnesty International ha lanciato una campagna per la libertà di espressione in rete, invitando le aziende tecnologiche a «non collaborare». E i nuovi paesi che man mano si aggiungono al triste elenco prendono «a modello» la storia «censoria» e l’«esperienza repressiva» di chi ne sa più di loro. E’ il modello cinese a fare scuola. Sono sempre più allarmanti infatti le notizie che giungono dalla «grande muraglia» digitale: «Chi prova ad accedere a siti il cui contenuto riguarda argomenti come l’indipendenza di Taiwan o del Tibet, il Dalai Lama, gli eventi di piazza Tienamen o i partiti politici di opposizione viene arrestato». La «purificazione di Internet», di cui parlava qualche tempo fa il presidente cinese Hu Jintao, sembra abbia fatto proseliti anche fuori dal territorio nazionale.
Nell’attività di filtraggio di contenuti «indesiderati» sono sempre di più i paesi, «che si rendono conto di non potercela fare da soli e si rivolgono a compagnie private», asserisce John Palfrey, direttore del Centro per Internet e Società di Harward. Nella maggior parte dei casi le società che sviluppano sistemi di protezione sono in Occidente, ma ci sono anche i fornitori di servizi come Google o Microsoft che, pur di non perdere appetitosi mercati emergenti – come appunto quello cinese – sono dispostissimi a scendere a compromessi. Ma se da una parte sono proprio le tecnologie avanzate a venire in aiuto dei «censori» dell’era informatica, come i software per il rilevamento di parole-chiave sensibili o i «denial of service attacks», che bombardano il sito di richieste di accesso rendendolo inaccessibile, dall’altra gli internauti non stanno certo a guardare. E rispondono con le stesse sofisticate armi. Ma come si possono eludere i tecnologici «cani da guardia» sguinzagliati a controllo della rete? Danny OBrien, coordinatore del gruppo di pressione «Elettronic Frontier Foundation» si affida ad esempio ad una connessione criptata attraverso una rete di server privati: «(Quando navigo) il mio segnale viene casualmente reindirizzato da un computer a un altro – afferma – così per esempio Google mi può apparire in svedese o in qualche altra lingua, a seconda della macchina da cui ci arrivo». A mali estremi estremi rimedi, insomma, con l’unica l’accortezza di non lasciare troppe tracce digitali in rete.

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Realismo di mercato o utopia solidale

Posted by franco carlini su 15 marzo, 2007

Nicola Bruno

Negli Stati Uniti è nota come «Carr-Benkler wager» ed è una scommessa che ha preso il via sulle pagine di un blog tra due autorevoli studiosi dello scenario digitale. A differenza di altre più famose sfide scientifiche – come quelle lanciate a suon di migliaia di dollari da Stephen Hawking e Richard Feynman – qui non ci sono premi in palio, nè grattacapi cosmologici da risolvere, ma qualcosa di più semplice: una disputa su cosa ne sarà di qui al 2011 dei contenuti generati dagli utenti, ovvero di tutti quei testi, video e fotografie pubblicati per puro spirito di condivisione su siti come You Tube, Flickr, Digg e via dicendo.
Da una parte c’è Nicholas Carr, editor di punta della Harvard Business Review, secondo cui, nel giro di qualche anno, l’attuale esercito di beta tester e creatori di contenuti amatoriali è destinato a professionalizzarsi o quantomeno ad essere retribuito. Dall’altra Yochai Benkler, docente a Yale e autore dwl voluminoso saggio «The Wealth of Networks», convinto invece che a predominare saranno le «commons-based peer production», e cioè quelle pratiche tipiche di Internet in grado di produrre beni informativi al di fuori di un sistema di prezzi. Come dire, ad opporsi non sono solo due diversi approcci teorici, ma anche due letture del cambiamento mutuamente esclusive: stiamo assistendo all’emergere di un paradigma produttivo basato sull’economia del dono oppure questa è solo la luna di miele di un modello pronto a rientrare nelle  abituali logiche di mercato?

Sfruttati e contenti
Da buon scettico (emblematico il titolo del suo più importante lavoro «Does IT matter?»), Nicholas Carr porta avanti con convinzione la propria crociata intellettuale contro chi, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler, «vuole ridefinire il web 2.0 per promuovere l’ideologia del comunitarismo digitale», posizionandosi «sul lato sbagliato della storia». Più che una spinta all’emancipazione, dice Carr, alla base dell’attuale Internet si trova una evidente situazione di sfruttamento: «Una delle caratteristiche fondamentali del web 2.0 è la distribuzione della produzione nelle mani di tanti e la concentrazione dei ricavi economici nelle mani di pochi. È un sistema di mezzadria, e i mezzadri sono felici perchè i loro interessi coincidono con il potersi esprimere e socializzare, non con il monetizzare. Operano felicemente in un’economia dell’attenzione mentre i supervisori operano felicemente in un’economia di cassa». Un sistema di volontocrazia e di felicità asimmetrica che fino a questo momento ha retto, non essendoci ancora piena consapevolezza del valore effettivo di questa forza-lavoro gratuita. Ma cosa succede ora che tra gli investitori inizia a crescere l’ansia di monetizzare? Gli utenti continueranno davvero a socializzare, sfruttati e contenti, mentre il MySpace di turno si divora da solo la ghiotta torta delle entrate pubblicitarie?
Ci sono buoni motivi per credere che, con l’arrivo di modelli di business più spinti, l’era della partecipazione pro bono volgerà burrascosamente a termine. Se non altro perchè agli utenti potrebbe non bastare più il solo meccanismo dell’attenzione e sarebbe del tutto legittima la pretesa di una più equa divisione dei ricavi. Come in ogni buon sistema di mezzadria. «Se la long tail è il principio organizzativo dei media 2.0, perchè la distribuzione dei guadagni non dovrebbe seguire la stessa strada?», si chiede Scott Karp su Publishing 2.0. Basta guardare quanto sta accadendo nell’affollato comparto dei servizi di video-sharing, dove iniziano a farsi largo le più svariate soluzioni di micro-pagamenti pur di attrarre visitatori: si passa dai modelli 50/50 (Revver) al pay-per-click (Metacafe) per arrivare ai forfait-premio (Break.com, TuoVideo.it). Tanto che anche il gigante You Tube sembra intenzionato a muoversi in questa direzione. Dall’Italia, poi, è arrivata in questi giorni Friend$, piattaforma di social-advertising grazie alla quale gli iscritti alla community di Dada potranno monetizzare i propri contenuti attraverso Google AdSense. Certo, nella maggior parte dei casi si tratterà solo di briciole, ma sono comunque segnali di una tendenza in atto che, di qui al 2011, potrebbe far pendere la bilancia dalla parte di Nicholas Carr.

Generosi e contenti
Troppo semplice, dicono però i detrattori di Carr: Internet non è mai stata solo business o utilitarismo sfrenato. Già prima del web 2.0, la rete si è strutturata come una potente piattaforma per la collaborazione creativa e la condivisione produttiva: due aspetti, sottolinea Lessig, difficili da leggere con le lenti del copyright o, aggiungerebbe Benkler, dell’economia industriale. Su più fronti, dal software (Linux) al diritto d’autore (Creative Commons), passando per tutte le risorse prodotte e aggregate dagli utenti (remix video, feed rss, tag), sempre più fioriscono ‘imprese’ collettive basate sulla generosità e la cooperazione. «Gli esseri umani sono animati da diverse motivazioni. C’è tutta una gamma di esperienze in cui la presenza di ricompense monetarie è inversamente proporzionale alla presenza di ricompense socio-psicologiche», spiega Benkler riabilitando comportamenti fino ad ora relegati alla sola sfera privata, ma pronti a rientrare di forza nei più avanzati processi economici, dietro la spinta dell’organizzazione in network. «E’ troppo semplicistico – continua Benkler – pensare che offrendo denaro, i migliori partecipanti arriveranno e faranno bene il loro lavoro, o comunque meglio di come viene fatto nei processi sociali paralleli». Non è assolutamente detto, cioè, che pagando i suoi autori Wikipedia funzionerebbe meglio. Anzi, la peer production decentralizzata si sta dimostrando lo strumento più efficace per gestire la complessità e organizzare le informazioni. E non si tratta di maoismo digitale o anarco-utopismo (due delle accuse lanciate da Carr), ma di modalità produttive alla base tutti i network digitali, su cui è possibile innestare anche floride economie di mercato (è il caso della IBM).
E’ così che, con gli argomenti che crescono a favore dell’una come dell’altra posizione, la scommessa per ora va avanti. A dare un’occhiata alle prime reazioni, un bookmaker darebbe Carr per favorito. Ma solo tra quattro anni sapremo chi l’avrà spuntata. Ammesso che ci sarà mai un vincente tra il realismo troppo scettico di Carr e l’utopia troppo ottimista di Benkler e Lessig.

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Anche in Italia i prestiti di Zopa

Posted by franco carlini su 8 marzo, 2007

Su queste pagine se ne è parlato il 6 luglio scorso: per ricevere dei soldi in prestito di solito si ricorre alle banche, ma l’internet offre ormai delle alternative. Una di questa è l’inglese Zopa (www.zopa.com) che, come ha raccontato la settimana scorsa l’espresso, aprirà sportelli virtuali anche in Italia, per iniziativa di Pietro Sella, lontano cugino degli omonimi banchieri biellesi,. Attraverso il sito web si potranno mettere dei soldi a disposizione perché vengano dati in prestito, oppure chiederne. Con criteri di rating e affidabilità, Zopa raccoglie sia i soldi che le domande, distribuisce le somme investite tra una cinquantina «richiedenti», di modo che il rischio sia suddiviso, e infine remunera se stesso e chi presta i soldi. Il sistema in realtà è abbastanza simile a quello delle banche, che anch’esse raccolgono i soldi dei risparmiatori e li investono, per esempio prestandoli a certi tassi di interesse. La differenza è che Zopa non eroga in proprio, ma si limita a fare incontrare domanda e offerta di credito. E poi con Zopa è l’investitore che indica esplicitamente che vuole investire i suoi soldi nelle attività di credito e le somme in gioco sono tutto sommato limitate, attorno ai 50-100 mila euro massimi. Il tutto in attesa di autorizzazione della Banca d’Italia.
Più sociale, diretto e disintermediato è l’americano Prosper (www.prosper.com). Qui il richiedente si presenta con nome, cognome, foto e storia personale, spiegando quanto chiede – di solito somme non eccessive, dell’ordine delle migliaia di dollari – e a che cosa gli servono, magari per comprare i libri di scuola. Sul sito allora si apre una specie di asta: i prestatori di denaro segnalano ognuno quanto sono disposti a prestargli e a quale tasso di interesse e la raccolta va avanti, anche per piccole somme come 50 o 100 dollari, fino a coprire la richiesta.

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La zia Bbc e il ragazzo YouTube

Posted by franco carlini su 8 marzo, 2007

L’accordo televisivo tra i due giganti indica la strada: il portale delle masse amatoriali si carica di video professionali e di nuovi business possibili
Raffaele Mastrolonardo
E alla fine la «zietta» andò a passeggio con il nipotino per le strade del web. Sembra il finale di una favola e invece è l’inizio di una storia che parla del futuro dei media. Protagonisti due personaggi, in apparenza, poco compatibili. Una signora attempata, la Bbc, che da anni informa e intrattiene i sudditi di sua Maestà, tanto che questi la considerano un’anziana parente (auntie, zietta, appunto). E un giovincello americano chiamato YouTube, che di mestiere offre video su Web. Da una parte l’aristocratica lady, classe 1922, che ha attraversato da protagonista il secolo breve, quello in cui si è diffusa la comunicazione di massa. Dall’altra l’impertinente teenager californiano, nato nel 2005 e assurto in pochissimo tempo a boss incontrastato dell’immagine in movimento su Internet. L’emittente che ha fatto della qualità il proprio marchio di fabbrica e il sito diventato celebre grazie a milioni di video casalinghi, sgranati e tremolanti.
Questi due tipi mediatici così diversi per età e costumi, racconta la storia, hanno trovato un’intesa in qualche modo epocale. La Bbc è diventata infatti la prima televisione tradizionale di un certo rilievo a stringere un accordo organico con YouTube. Risultato: il sito ospiterà tre canali curati dalla rete inglese. Il primo, Bbc, è già attivo. Offrirà spezzoni, dietro le quinte e materiale inedito relativo ad alcuni programmi di successo dell’emittente. Il secondo, Bbc Worldwide, anche esso già disponibile, presenta video tratti dai capienti archivi del servizio pubblico anglosassone. Il terzo, Bbc News, arriverà più avanti e si comporrà di 30 video giornalieri di carattere informativo. Come il precedente, si finanzierà con la pubblicità.
Del matrimonio tra la vecchietta e il ragazzino non sono stati resi noti i dettagli finanziari. Ma, a prima vista, il connubio sembra vantaggioso per entrambi i convolanti. Il braccio commerciale della signora inglese è insoddisfatto dell’accordo sui finanziamenti governativi stipulato a gennaio scorso. E vede nel Web e nei 20 milioni di visitatori mensili di YouTube un’occasione per aumentare, attraverso la propria diffusione in paesi di lingua inglese, le entrate pubblicitarie sempre più necessarie. Per il marmocchio a stelle e strisce, l’unione capita a fagiolo, proprio nel momento in cui i rapporti con i big dell’intrattenimento non sono all’apice. Viacom, colosso della tv su cavo e satellite, per esempio, ha recentemente deciso di togliere 100 mila video dal sito. E, quasi in segno di spregio, ha stretto un accordo con Joost, la tv via Web realizzata dai creatori di Skype, che punta a mettere in piedi un modello alternativo a quello proposto da YouTube. Un altro colosso dell’entertainment, Nbc Universal, si è invece più volte lamentato dell’incapacità del servizio di realizzare efficaci sistemi di protezione del copyright.
Insomma, le nozze con un nome prestigioso dell’aristocrazia mediatica erano proprio quello che ci voleva per dare un’aura di rispettabilità a un sito dipinto spesso come un’accozzaglia di materiale illegale e di bassa qualità. E’ vero che da quando YouTube è stato acquisito da Google per 1,65 miliardi di dollari gli accessi al servizio hanno continuato a crescere. Ed è vero che insieme a questi sono arrivati gli accordi con vari fornitori di contenuti. Dall’Nba, il campionato professionistico di basketball americano, al Sundance Festival, il più popolare concorso cinematografico indipendente degli Stati Uniti, sono centinaia le organizzazioni che hanno deciso di aprire canali dedicati su YouTube. Ma i colossi dei media, i proprietari delle grandi bacheche di prodotti pregiati, quelli, niente. Tuttalpiù, qualche timida esplorazione, qualche accordo in tono minore. Ma soprattutto tanta diffidenza.
A questi tipi qui infatti l’accoppiata YouTube-Google fa paura. Non solo per ragioni di violazione del copyright. C’è qualcosa di più fondamentale sotto. Tanto fondamentale quanto il timore che il motore di ricerca di Mountain View si metta a fare (bene) il loro mestiere. Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, ripete spesso che la sua azienda non è una media company e che i grandi dell’intrattenimento hanno poco da temere. Ma queste rassicurazioni servono a poco di fronte a un’occhiata ai fatti. Come agisce una media company, si è chiesto pochi giorni fa un acuto commentatore del Web, Om Malik? Risposta: acquista, spesso a caro prezzo, contenuti da terze parti scommettendo che attireranno audience; li offre sulla sua piattaforma di distribuzione (televisione via satellite, cavo, PayTv); vende infine gli spettatori ai pubblicitari per guadagnare sugli investimenti. E come agisce Google-YouTube? Offre accordi ai possessori di contenuti garantendo una determinata cifra; mette i prodotti acquistati a disposizione sui siti dei suoi servizi; attira pubblico e dunque pubblicità.
Insomma, messa così, la differenza non è poi così grande. A parte per un dettaglio. Oggi, i network televisivi acquistano i programmi direttamente da chi li realizza, mentre Google si appoggia proprio alle tv tradizionali. Oggi. Ma domani, si chiedono i media tradizionali? Chi impedirà al motore di ricerca di Mountain View, diventato più robusto grazie alla pubblicità, di scavalcarli e rivolgersi direttamente alle Endemol di turno per comprare formati pregiati? E siccome YouTube può attirare inserzionisti danarosi e arricchirsi solo grazie ai loro contenuti di qualità, sono restii a darglieli. La diffidenza, allora, non riguarda tanto la molto invocata pirateria. Quanto il legittimo terrore di chi teme di nutrire oggi la creatura che domani lo divorerà.
E’ in questo scenario da giungla, dominato da paure ancestrali ancora ben presenti nel capitalismo contemporaneo, che arriva il matrimonio tra Bbc e YouTube. Tra chi era già lì a raccontare l’Urss di Stalin e la Cina di Mao. E chi è diventato celebre grazie al finto videoblog di una ragazzina soprannominata lonelygirl15, rivelatosi poi un’astuta operazione commerciale. In questo contesto le nozze improbabili aprono una breccia. Nella quale, se si guarda bene, si sta già infilando il futuro.
raffaele@totem.to

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