Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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L’uguaglianza al lavoro

Posted by franco carlini su 22 agosto, 2007

editoriale, IL MANIFESTO, 21 AGOSTO

 

Franco Carlini

La notizia del giorno è che, per una volta almeno, il professor Pietro Ichino, dalle colonne del Corriere della Sera, non se la prende con i sindacati, di solito indicati come i responsabili di ogni possibile conservatorismo sociale, ma abbozza una riflessione più equilibrata. Il ragionamento è questo: l’uguaglianza è «un valore fondante di una sinistra degna di questo nome», ma sbaglia chi pensa che essa si realizzi abolendo la legge Biagi e la legge Treu, perché i processi che generano disuguaglianza sono ben più profondi e globali, e quelle leggi, aggiungiamo noi, al più li hanno registrati, o tentato di mitigarli. Chi ne dubiti è inviato a rileggere il «Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia» di Marco Biagi e a confrontarlo con la sua scadentissima traduzione nella Legge 30 e soprattutto con l’uso spregiudicato e distorto che ne hanno fatto le aziende.
Secondo Ichino le disuguaglianze in salario e diritti tra i lavoratori dipendono dal fatto che, a monte, è disuguale la produttività tra i lavoratori: quella degli operai poco oscillava, dato che era rigida la catena del lavoro fordista, mentre ora, anche per effetto delle tecnologie in continuo mutamento, può esserci una differenza da uno a cento nella produttività di due lavoratori formalmente uguali. Il dato è francamente stupefacente e sarebbe interessante sapere come è stato ricavato e in che ambiti.
Ma di quale produttività si parla qui? Quella che misura la quantità di prodotti-servizi in rapporto alle risorse umane impiegate (tempo) o quella del fatturato (e profitti) in rapporto al costo del lavoro? Nel primo caso le tecnologie c’entrano eccome e quasi sempre migliorano la resa, anche se esistono molti esempi in cui l’introduzione dell’information technology senza modificare in meglio l’organizzazione del lavoro hanno addirittura peggiorato i risultati. Chi studi seriamente la pubblica amministrazione ne ha esempi infiniti, che spiegano anche il sorgere dei famosi e cosiddetti «fannulloni».
Nel secondo caso, che guarda solo ai salari, sono in molti ad aver pensato che sia più «produttivo» usare bassa tecnologia con bassissimi salari (altro che innovazione), nel contempo usando la pressione del resto del mondo per abbassare gli stipendi anche in occidente, come tutte le statistiche hanno ampiamente documentato e come solo Luca Cordero finge di non sapere. Salvo accorgersi che le Barbie velenose fatte in quella maniera producono più danni che qualche centesimo in più a pezzo e si trasformano in un disastro di reputazione. Altre aziende, più avvertite, dopo qualche escursione nell’Asia a basso costo, hanno preferito investire in automazione, per garantirsi più controllo e qualità. Non per caso la gran parte degli occhiali Luxottica, il gioiello italiano appena esaltato dall’Economist, vengono tuttora fatti ad Agordo, Belluno, e non solo in Cina.
Ma soprattutto, come ha fatto notare con scientifica precisione l’inascoltato Giuliano Gallino su Repubblica del 15 agosto, c’è il «conflitto tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesiin via di sviluppo». Secondo Gallino la quota dilavoro precario nel nostro paese è ben superiore a quella di solito indicata: non già un solo lavoratore su sette, come suggerisce Ichino, ma probabilmente 8milioni di persone, tra precari ufficiali e molti altri nascosti nel nero, quasi uno su tre.
Se fosse vera la tesi di Ichino che è la capacità di «saltare sull’autobus dell’innovazione» a generare le disuguaglianze, non si capisce perché i giovani, di solito vivaci e tecnologici, debbano essere pagati di meno e così precariamente.
Ichino sostiene che l’uguaglianza non si garantisce per legge, ma che vada costruita « nel vivo della società civile», soprattutto con formazione,informazione e aiuto alla mobilità. Trascura tuttavia un dettaglio grande come un macigno: finché la legge metterà a disposizione delle aziende facili modalità di utilizzo della forza lavoro giovane a basso costo e senza troppo impegno, non c’è formazione qualificata che possa farsi valere nella vendita della forza lavoro.
Il protocollo Prodi-Damiano che offre la possibilità di prolungare oltre i tre anni i contratti a termine è esattamente la negazione di quanto Ichino sostiene e dovrebbe essere lui il primo a indignarsi e a manifestare con noi, il 20 settembre,in un giorno convocato su temi ben più ampi e ambiziosi della sola Legge 30. Lo aspettiamo fiduciosi.

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arrivederci al 23 agosto

Posted by franco carlini su 2 agosto, 2007

L’inserto Chips & Salsa del manifesto prende tre settimane di pausa (e di letture, pensate e refresh dei neuroni).

Riprende giovedì 23 agosto, ma presto cambierà di nuovo, dato che il quotidiano sta per essere rivoluzionato, secondo il piano editoriale approvato dal collettivo.

Su questi temi continuano comunque i contributi di Franco Carlini e di altri amici redattori sul quotidiano di cronache digitali VisionPost

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Da Cagliari a Mountain View

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

Renato Soru, presidente della regione Sardegna, ha il pregio delle idee chiare e del parlar netto: «A distanza di tre anni mi sono reso conto che l’interattività del digitale terrestre non esiste. La televisione è broadcasting e broadcasting muore. Una cosa è internet, un’altra la televisione (..) Posso assicurare che ogni piccolo paese della Sardegna avrà la banda larga entro il 2008» – così nel più recente convegno sul tema. Il ministro Gentiloni ha debolmente replicato dicendo che il digitale terrestre e l’internet a larga banda non sono in competizione tra di loro. Tecnicamente è anche vero, ma sono due cose quasi agli antipodi. Il digitale terrestre è il semplice (a parole) passaggio dei formati televisivi classici a un’altra codifica, con interazione zero. Va fatto, ma non aggiunge nulla e non merita particolari incentivi. Al massimo, nei paesi più seri, riesce a liberare delle frequenze che potrebbero invece essere ridistribuite, allargando il pluralismo – cosa che in Italia non sta avvenendo. La banda larga è fattore di sviluppo economico (nuovi imprenditori di contenuti, apparati e servizi), di informazione civica e pubblica, di abilitazione» delle persone alla comunicazione. Insomma ha a che fare anche con la democrazia.

Lo si capisce chiaramente saltando da Cagliari a Mountain View, California, dove Google ha deciso di partecipare, in concorrenza con i grandi operatori della telefonia come Sprint e Verizon, alle gare per l’assegnazione delle nuove frequenze wireless. Il che non significa che Google voglia mettersi a vendere telefonini, ma solo che ha ben capito che lo spettro è un bene pubblico, cui tutti, singoli e imprese, devono poter avere accesso, nella prospettiva di un’internet mobile, ormai all’ordine del giorno. Per questo il suo capo, Erich Schmidt, chiede che chiunque vinca le licenze, sia obbligato a far transitare sulle sue reti anche i contenuti degli altri, una sorta di roaming obbligatorio, una regola del tipo “must carry”, che garantisca la circolazione dei bit concorrenti. Google ovviamente pensa ai suoi interessi, che però, in questo caso, coincidono almeno in parte con quelli dei consumatori e soprattutto dei cittadini.

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Giovani e naturalmente geek

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

FRANCO CARLINI, ALESSANDRA CARBONI

Non c’è gruppo demografico più corteggiato dai media – e dai politici – dei giovani e dei giovanissimi. Si fantastica di patto tra le generazioni (ipocritamente fregando sia i vecchi che i giovani, tra pensioni e condizioni di lavoro); li si immagina tutti creativi e un po’ misteriosi; universo esaltante, ma difficile da penetrare; mercato ricco perché già oggi hanno molti soldi e saranno comunque i grandi consumatori di domani. Oppure, altrettanto abusivamente, li si classifica come qualunquisti, neo-familisti, persino devoti alla verginità protratta, ma anche al consumo esagerato di alcoolici e droghe. Tutto e il contrario di tutto, a dimostrazione che forse le scienze sociali e i sondaggisti dovrebbero aggiornare i loro metodi e le loro griglie interpretative.

Per intanto ci si accontent sul fronte giovani e tecnologie, dello studio intitolato “The Circuits of Cool/Digital Playground”, appema reso pubbloico. Lo scopo era di capire come la tecnologia viene percepita e utilizzata in differenti culture. Per questo motivo è stato realizzato interpellando 18 mila tra bambini e adolescenti di 16 nazioni, quali Regno Unito, Germania, Olanda, Italia, Svezia, Danimarca, Polonia, Stati Uniti, Canada, Brasile, Messico, Cina, India, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Il sondaggio è stato commissionato da Mtv Networks, Nickelodeon, Microsoft e Viacom.

In media il giovane globale medio ha 94 numeri telefonici nella rubrica del proprio telefonino, e 78 amici nella sua lista di amici (buddy) nel software di Instant Messaging o associati al suo profilo nei social network. Tutti appaiono essere abilissimi nel multitasking, e cioè nell’utilizzare contemporaneamente molti e diversi canali di comunicazione.<

I ragazzini hanno sempre il telefonino in mano e il lettore Mp3 in tasca, vivono in rete e dialogano con gli amici su MySpace e sono abilissimi con il joy pad. Ma non parlategli di tecnologia: per loro è un concetto astruso. Anzi, non è nemmeno un concetto, perché l’hi-tech è parte integrante dell’esistenza dei giovanissimi al pari di scarpe da ginnastica e jeans: niente di nuovo né sorprendente. Secondo la ricerca solo pochissimi ragazzi di età compresa tra gli 8 e i 24 anni (circa il 20 per cento) si dicono “appassionati di tecnologia”, e perlopiù questi si trovano in Brasile, India e Cina. Per tutti gli altri la tecnologia è praticamente invisibile, un ambiente normale e naturale, esattamente come la televisione era uno di famiglia» per chi ha vissuto infanzia e adolescenza negli anni ’80.

“La comunicazione digitale – dall’Instant Messaging agli Sms, dal Social Networking alla posta elettronica – ha rivoluzionato il modo in cui i giovani comunicano con i loro pari. Volevamo comprendere in modo più approfondito come questa fascia di popolazione interagisce con l’hi-tech, e di conseguenza capire che significato hanno i dati raccolti per chi studia campagne pubblicitarie rivolte a tale pubblico” ha spiegato hris Dobson, rappresentante di Microsoft Digital Advertising Solutions.

Tra quanto è emerso dall’inchiesta, farà piacere ai genitori sapere che quando i loro figli si nascondono dietro al monitor del Pc, con gli auricolari ben calcati nelle orecchie, non si stanno isolando dal mondo e dalla realtà, ma, al contrario, lo fanno per stare meglio in contatto con i loro amici, per divertirsi ed esprimersi liberamente: ogni dispositivo che utilizzano serve per esaltare, e non per rimpiazzare, l’interazione faccia a faccia. Il P2P che vuol dire computer “da pari a pari” è diventato “da persona a persona”. Questo, secondo gli analisti, è un fattore di cui devono tenere conto anche i pubblicitari e i produttori di contenuti.

Come ha sottolineato Andrew Davidson, vice presidente di VBS International Insight, il modo in cui ciascuna tecnologia viene adottata e adattata alla propria realtà dipende in gran parte da fattori culturali e sociali legati al luogo di appartenenza. Ecco dunque cosa la fotografia ci racconta: c’è il ragazzino cinese che usando il computer si è fatto in media 37 amici online, che peraltro non ha mai incontrato; il suo coetaneo indiano considera il cellulare uno status symbol; per il giapponese il telefonino è sinonimo di privacy ; un teenager americano e britannico su tre dice di non poter vivere senza la console da gioco. Ad ogni modo, il sondaggio ha rivelato che le attività preferite nel tempo libero dagli under 14 sono guardare la televisione, ascoltare musica, dormire e stare con gli amici: il che dimostra come anche le generazioni che la tecnologia non riesce a stupire si accontentino di poco e che, tutto sommato, le cose non sono granché cambiate dai tempi del carosello.

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Sceneggiatori per un nuovo contratto

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

marina rossiSta per scadere il contratto di lavoro tra i produttori video, riuniti nella Amptp (Alliance of Motion Picture and Television Producers) e l’associazione degli sceneggiatori che operano nell’industria dell’intrattenimento statunitense, la Wga (Writers Guild of America). Va aggiornato anche perché la rete ha cambiato l’intero ciclo dei media, dalla produzione alla distribuzione. Tra gli argomenti più dibattuti, il calcolo della remunerazione: l’attuale sistema non considera i proventi derivanti dalla rete o dalla fruizione mobile come su iPod. Per un’analisi approfondita è stato avviato uno studio triennale. Per gli scrittori della Wga (solitamente divisa nelle due aree orientale e occidentale degli Stati Uniti) l’obiettivo è, ovviamente, quello di ottenere contratti più sostanziosi: oggi, una sceneggiatura può assumere diverse forme di distribuzione e un successo superiore, ma frammentato, rispetto ai canali tradizionali. Dal punto di vista degli studios, invece, il calo delle vendite di dvd e degli spettatori tradizionali di cinema e televisione, sono validi motivi per mantenere il contratto inalterato.  L’influenza della rete sul circo dell’intrattenimento è evidente, ma anche difficile da misurare. Il buzz, il passaparola su internet, può rivoluzionare l’atteggiamento del pubblico e decretarne il successo o l’insuccesso. Tra i casi più recenti, Snakes on a plane, un b-movie con Samuel L. Jackson che ha modificato la trama ascoltando il pubblico della rete durante la lavorazione, oppure la serie tv Lost che deve il suo massimo successo alla comunità nata spontaneamente online. Proprio il produttore di Lost, J.J.Abrams, ha generato  un clima di attesa grazie al passaparola riguardo al suo ultimo lavoro, ancora senza titolo e ancora in lavorazione, ma di cui un misterioso trailer è stato mostrato nei cinema Usa all’anteprima di Transformers.

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Siamo tutti dei Simpson

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

Alessandra Carboni

Avete mai avuto la curiosità di sapere come apparireste in una puntata dei Simpson? Dopo tutto Mick Jagger, Magic Johnson, i Red Hot Chili Peppers e Sting sono già comparsi  nell’universo della famiglia gialla più irriverente d’America.  Bene, se avete mai avuto questo insano desiderio, oggi potete soddisfarlo. Mentre sta per sbarcare nei cinema di tutto il mondo (in Italia a settembre) quello che è stato definito «il film d’animazione più atteso dell’anno», The Simpsons Movie, chiunque può provare a simpsonizzarsi, ovvero a trasformarsi in un nuovo e originale personaggio della fortunata serie, grazie al sito SimpsonizeMe, ultima trovata di marketing ideata da Burger King e Fox per il lancio della pellicola. L’obiettivo è ovviamente quello di creare i tanto ambiti meccanismi di passa parola che costituiscono l’essenza della comunicazione via web. Una volta collegati al sito, effettuare la trasformazione è facile: basta registrarsi, caricare una bella foto (deve essere un primo piano del viso, con una risoluzione minima di 640×480), selezionare il sesso di appartenenza e poche altre caratteristiche e quindi lasciare che il software faccia il suo lavoro, trasformando il vostro volto originale  in un personaggio in tutto e per tutto degno di frequentare l’universo dei Simpson. Tuttavia, una volta visualizzato il risultato ottenuto, è ancora possibile personalizzarlo scegliendo conformazione fisica, pettinatura, forma di occhi, bocca, naso e sopracciglia e colore degli abiti. I più pignoli possono anche aggiungere cicatrici, nei e altri segni particolari per rendere il proprio personaggio il più fedele possibile a loro stessi.    


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La sfera di cristallo del Pentagono

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

eva perasso

Deep Green, verde profondo, è il nome dell’ultima futuristica creatura nata nei laboratori della Darpa l’agenzia del Pentagono specializzata nella ricerca nel campo della difesa. Gli obiettivi fondamentali del software sono quelli di aiutare i comandanti a ragionare, nei momenti di tensione in cui prendere la decisione giusta è fondamentale. Dunque il programma può intervenire e verificare se la campagna militare in corso sta irrimediabilmente cambiando rotta e virando verso un risultato negativo, e proporre soluzioni per cambiare il risultato a proprio favore. A interagire per simulare la tattica di guerra vincente sono almeno una dozzina di «oggetti» che si intersecano tra loro per fornire il responso perfetto. Tra questi anche un software (Sketch to plan) che, analizzando le parole del comandante che illustra la situazione, lo induce a seguire una strategia piuttosto che un’altra e lo aiuta a colmare le mancanze e i punti di vista dimenticati nell’analisi. Ancor più ambizioso è il programma Sketch to decide, che usa l’iconografia dei fumetti per fantasticare in vignette sui futuri possibili. Niente di nuovo, in questo caso, dato che anche in passato il governo degli Stati Uniti si è rivolto alla fantasia degli scrittori di science fiction per ipotizzare gli scenari futuri. Ma il fiore all’occhiello del progetto Deep Green è la «sfera di cristallo», un programmino che funziona come una sorta di imbuto o scatola nera, in cui da un lato si inseriscono le informazioni tecniche, e dall’altro escono i risultati plausibili. Come finirà quell’importante operazione in Iraq? Cosa ne sarà della tale spedizione? La sfera di cristallo vuole simularr il futuro e   raccontarlo come una chiaroveggente.  Ancora una volta ai fallimenti della politica ci si illude di porre rimedio ricorrendo alle magie della tecnologia.

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Tutto il web su tutti i cellulari

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

FRANCO CARLINI

In Europa pochi se ne accorgeranno, perché pochi la usano, ma la notizia è comunque interessante: sia O2, operatore inglese di telefonia mobile, che l’australiana Telstra hanno deciso di abbandonare la tecnologia i-mode, di origine giapponese, che rende possibile navigare sul web con i telefonini. Quel sistema ha avuto un grande successo solo in Giappone, dove è nato, raccogliendo molti milioni di utenti, ma la sua esportazione ad altri contesti (in Italia lo adottò Wind) è stata un quasi fallimento. Il suo guaio è che si tratta di un ambiente chiuso, dove gli utenti possono navigare quasi esclusivamente verso i siti certificati e scelti dall’operatore telefonico. E’ il sistema del giardino chiuso e ben recintato (walled garden) che con qualche ingenuità anche altri operatori telefonici hanno proposto nei primi anni del web mobile. A ciò si aggiunga che lo standard giapponese era assai poco standard, richiedendo software specifici e telefonini fatti su misura. Dunque addio senza rimpianti: è uno di quei casi in cui il mercato (ovvero i consumatori) ha votato, bocciando ciò che non piace, o che serve poco, o che è troppo complicato.

Sempre nei giorni scorsi Vodafone Italia ha delineato le sue promesse per l’autunno. In una lunga conversazione con Affari e Finanza di Repubblica, il direttore generale Paolo Bertoluzzo ha detto che l’era dell’internet mobile è infine cominciata: i clienti lo vogliono e le tecnologie infine sono mature e robuste.

Sul fronte dei consumatori, in effetti, tutti gli operatori cellulari vedono crescere nelle loro statistiche la percentuale di «traffico dati», e cioè dei bit che portano informazioni, rispetto a quelli delle telefonate vocali. Il fenomeno dunque è già in atto – per Vodafone rappresenta ormai il 18 per cento del fatturato. Il futuro immediato è lì, ma questo non significa ancora una vera esplosione, perché ci sono diversi i tasselli che devono andare a posto.

Intanto gli apparati utente, in pratica i telefonini: quelli davvero adatti alla navigazione mobile sono numerosi, ma non tantissimi. Hanno dei limiti tecnici (spesso anche dei veri e propri bachi) e costano molto, attorno ai 500-600 euro. Si può fidare che nel giro di qualche anno costeranno la metà e saranno migliori, ma per ora chiedono una spesa elevata. L’arrivo dell’iPhone della Apple (che pure di limitazioni tecniche ne ha assai) certo sta accelerando lo sviluppo di altri prodotti concorrenti e di qualità. Si tengano d’occhio le Samsung e le Nokia, ma anche alcuni marchi meno noti come iPaq e Htc. Lo stesso iPhone, abbinato alla rete cellulare americana di At&t va mostrando le sue debolezze quanto a connettività.

Secondo tassello, i piani tariffari. Molti ancora propongono delle tariffe a consumo e cioè proporzionali al tempo di collegamento o ai byte scaricati, ma non può essere questa la strada definitiva in un mondo dove i navigatori web sono abituati, in casa e in ufficio, ad abbonamenti piatti (flat), con cui sono sempre in rete, senza limiti di tempo né di volumi. Ovvio che anche dai cellulari si aspettino la stessa modalità, magari essendo disposti a pagare un «premio» per il servizio in mobilità, ma certo non eccessivo. Gli uomini e le donne del marketing sono lì al computer, con le loro tabelle elettroniche segretissime, a cercare il punto di equilibrio tra domanda e offerta e la sua dinamica nel tempo. La tendenza inevitabile, vista la concorrenza, è che scendano i costi dell’aDSL su linea fissa e che, in parallelo diminuiscano anche quelli delle connessioni mobili. Quando e quanto è tutto da vedere.

Terzo, la banda disponibile, che comincia (ma appena comincia) a essere adeguata, via via che le tlc potenziano le loro reti cellulari: è un percorso in crescita continua da Gps a Gprs, Umts, Hspa eccetera, e gli operatori italiani promettono per natale una larga copertura del territorio con i più veloci protocolli di trasmissione e ricezione. Ma molti dei nuovi supercellulari già offrono altre connessioni, in particolare quelle tipo Wi-Fi che in Europa e in Italia non sono sviluppatissime, ma che anche qui crescono: antenne sul territorio che fanno da «punti caldi» (hot spot) da cui entrare in rete a pagamento, ma in molti casi anche gratis, grazie a scelte sociali di comuni e enti locali. Il fenomeno è particolarmente esteso negli Stati Uniti, anche in rapporto alla relativa arretratezza e caoticità delle reti Usa di telefonia mobile. In ogni caso reti cellulari e reti Wi-Fi, in competizione tra di loro, permetteranno agli utenti di decidere come collegarsi all’internet. Software opportuni potranno farlo automaticamente, scegliendo in ogni luogo coperto da due o più reti, quella che offre il migliore rapporto prezzo-prestazioni. Questo è un terreno di conflitto nuovo tra gli operatori di telecomunicazione. La mossa più «a rischio» la sta facendo in America T-Mobile che offre la possibilità di saltare dalle reti cellulari a quelle WiFi, anche dentro casa, così mescolando a beneficio degli utenti le due tecnologie.

I contenuti e i servizi: l’idea della televisione sul cellulare sta rapidamente perdendo appeal. Non è andata bene con i Mondiali di calcio e tuttora il consumo di formati da televisione classica sul minischermo langue. Sarà una fetta del mercato, non necessariamente la più usata e redditizia, e dunque le Rai e le Mediaset non si facciano troppe illusioni di riciclare wireless i loro magazzini, magari un po’ riformattandoli e reimpacchettandoli. Non hanno e non avranno successo perché diverso è l’atteggiamento mentale e cognitivo quando ci si trovi sul divano o alla fermata d’autobus. Servono altri format, altre modalità di interazione e sono tutte da inventare per «prove ed errori».

Sul tema si sono tenuti qualche centinaio di convegni mediamente inutili, e ci torneremo. Per ora accontentiamoci di una formulazione sintetica: il cellulare web deve offrire – senza barriere né ostacoli – tutte le cose che già ora la rete contiene (una sconvolgente abbondanza di informazioni e servizi), ma anche, e in più, nuovi servizi adeguati alla vita erratica. Soprattutto deve esaltare quelli che finora (con la voce e gli Sms) sono stati i grandi fattore di successo dei cellulari, ossia la assoluta facilità d’uso, a prova di vecchietti e di bambinetti, e la totale abilitazione a relazioni da persona a persona. Si spera insomma in una convergenza tecnologica che a sua volta riunifichi i pregi migliori dell’internet e delle reti cellulari: abbondanza di informazioni e di idee, senza confini, relazioni da molti a molti, ma anche personalizzazione delle relazioni stesse, all’istante. Non per caso insieme agli sms dilagano anche tra i meno giovani, i messaggi istantanei. Si pensi dunque a un ambiente unico dove posta elettronica, Instant Messaging, telefonate digitali e navigazioni per il mondo siano tutte possibili da un’interfaccia unica e gradevole. In rete cose del genere le offre già Google, con pagine scarne ed essenziali che diventano un valore aggiunto. Presto le avremo in tasca.

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Sotto controllo i bimbi telefonici

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

SARAH TOBIAS

 

Ma i giovanissimi, i minori, hanno diritto alla loro privacy? Grazie al cellulare se la sono riconquistata, ora rischiano di perderla. In virtù del telefonino alcune scene famigliari penose sono cessate, come quando un all’unico apparecchio di casa rispondeva il genitore e poi esclamava «c’è un certo Luca per Patrizia» e la Pat di turno doveva dialogare con il fidanzatino davanti a tutti. Ora si chiama e si riceve dal cellulino in camera propria, senza che nelle vicinanze ci siano orecchie genitoriali indiscrete né inquisitorie. Un livello di potere si è spostato da padri a figli, ma i primi cercano di riconquistare terreno anche grazie a tecnologie come quella offerta ai genitori apprensivi dall’azienda americana EAgency. Questa ha realizzato «Radar», un servizio che permette ai genitori di controllare le chiamate che i figli ricevono nel loro cellulare.

Il funzionamento è semplice: il genitore va sul sito Mymobilewatchdog.com, si registra, immette il numero di cellulare del figlio/a e compila, sempre via Internet, l’elenco delle persone-numeri telefonici che possono chiamare il giovane. Dopo di che, se egli riceve una chiamata da un numero fuori elenco, il genitore viene avvertito con un sms o una e-mail, e tale notifica verrà usata per chiederne conto al minore: «Chi ti cercava oggi alle 10?».

Il sistema viene presentato come un modo tecnologico per proteggere i figli da molestie telefoniche se non da adescamenti. In America, secondo JupiterResearch, il 12  per cento dei bambini fra gli 8-9 anni possiede un cellulare e raggiunge il 24 attorno ai 10-11 anni. In Italia le percentuali sono senza dubbio maggiori. Ovviamente dei figli appena un po’ furbi saranno sempre in grado di mentire  per conservare propria privacy di fronte a genitori invadenti: «era Ludovico, della classe di scherma».

Questo servizio si aggiunge ad altre forme di controllo parentale via cellulare: l’anno scorso la Disney lanciò Disney Mobile, basato su dei cellulari dotati di rilevatori della posizione attraverso i Gps satellitari; grazie ad esso i genitori potevano verificare via web e con la precisione di poche decine di metri la posizione dei figli sulla mappa della città. Analogo il sistema di «geo-fencing» (recinti geografici) offerto dalla società telefonica Verizon: i genitori segnalano all’operatore quali sono le zone della città in cui i figli si movono (per esempio andando a scuola o in piscina); se il pargolo esce da quelle «celle» (in questo caso il termine è preciso) per entrare in altri territori,  il genitore viene immediatamente avvertito via Sms.

Questi nuovi apparati si aggiungono ai molti software da tempo sul mercato i quali, installati sui computer dei piccoli, filtrano i siti e i contenuti che essi sono abilitati a vedere ed esplorare. Quasi nessuno si è dimostrato una soluzione efficace e robusta, ma un effetto sicuro è stato quello di creare in molti giovani la voglia di aggirare le proibizioni e quando si tratti di programmi software ciò è sempre possibile, in un modo o nell’altro.

Per parte sua Marc Rotenberg,il direttore esecutivo dell’associazione Epic («Eletronic Privacy Information Center») sostiene che la privacy dei bambini deve esser rispettata: «La costante e segreta sorveglianza dei giovani non è detto che sia la miglior strada per rintracciare la verità, ed è questo che molti genitori dovrebbero considerare».

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Microsoft promette: più privacy nelle ricerche

Posted by franco carlini su 26 luglio, 2007

RAFFAELE MASTROLONARDO

Privacy, privacy, privacy. Sembra questa la preoccupazione maggiore dei grandi motori di ricerca ultimamente. E come ulteriore testimonianza di una rinnovata sollecitudine per la riservatezza delle informazioni personali arriva la decisione da parte di Microsoft di cambiare le proprie politiche di trattamento dei dati derivanti dall’utilizzo del suo motore di ricerca, Live Search. Con effetto immediato e retroattivo, i dati relativi alle ricerche, fa sapere l’azienda, saranno resi anonimi dopo 18 mesi. La società di Bill Gates annuncia inoltre che terrà separate queste informazioni da quelle che possono consentire l’identificazione dell’utente come i nomi, gli indirizzi e-mail e i numeri telefonici.

Ma non finisce qui. Microsoft annuncia inoltre che, insieme ad Ask.com, numero quattro nel mercato dei motori di ricerca, cercherà di coinvolgere un ampio ventaglio di operatori del settore, comprese le associazioni dei consumatori, nella definizione di standard e pratiche comuni riguardo alle garanzie della privacy degli utenti. Il piano sarà definito nel dettaglio a settembre.

«Pensiamo che sia giunto il momento per un dialogo tra tutti i soggetti del settore», ha detto all’agenzia  Reuters Peter Cullen, responsabile della privacy di Microsoft. «L’attuale mosaico di protezioni e le spiegazioni differenti fornite dalla aziende crea molta confusione tra gli utenti».

L’annuncio di Microsoft fa seguito a una serie di decisioni in tal senso prese dai concorrenti. Nel marzo scorso fu Google ad annunciare di voler ridurre a 18 mesi il tempo necessario per a rendere anonimi i dati relativi alla ricerche. Inoltre, proprio una settimana fa, il motore di Mountain View ha comunicato che i «cookies», piccoli file che si depositano nell’hard-disk e identificano i nostri percorsi sul web, scadranno dopo due anni. Sempre la scorsa settimana è stata la volta di Ask.com, che ha annunciato di avere allo studio Ask Eraser, un’opzione che consentirà agli utenti di svolgere ricerche coperti dall’assoluto anonimato. Quanto a Yahoo!, numero due del settore, la sua politica aziendale prevede il mantenimento dei dati per 13 mesi, tre in meno rispetto ai due rivali principali.

Ma che cosa è che spinge i motori di ricerca a preoccuparsi così tanto della nostra privacy? Una molteplicità di fattori. A cominciare dall’attenzione crescente che su questo tema hanno i governi, le autorità regolatrici e le associazioni dei consumatori. Un interesse acuito dal progressivo consolidamento del mercato della pubblicità online, una torta che in Usa vale ormai 16,9 miliardi di dollari e che ha visto negli ultimi mesi una serie di acquisizioni da parte dei big del settore.

Yahoo! infatti sborserà 680 milioni di dollari per l’80 per cento di RightMedia; per una cifra simile WPP, colosso mondiale della pubblicità, si accaparrerà invece 24/7 Real Media, mentre Microsoft ha acquisito aQuantitative per ben 6 miliardi. Google, infine, ha acquistato DoubleClick per 3,1 miliardi.

Oltre a tutto un fenomeno nuovo incalza, quello della pubblicità associata ai podcast: sono questi dei file da scaricare in rete che contengono audio e/o video. Prendono il loro nome, per assonanza dell’iPod della Apple, anche se possono essere prodotti con qualsivoglia tecnologia e hanno il pregio di arrivare direttamente, in automatico, nei computer degli utenti, il che evita la noia di andarsi a cercare tra un sito e un altro.

Questi file dunque li si mette sul pc, ma anche sui lettori multimediali tipo Mp3. Per ora la pubblicità associata a questo canale è minima, solo 80  milioni di dollari, ma c’è chi la proietta verso ambiziosi obbiettivi – 16 miliardi di euro nel 2012 secondo Forrester Reasearch. Allo scopo è già nata una associazione tra industrie (www.downloadablemedia.org) che vuole standardizzare formati e linguaggi. Il che non è affatto semplice e potrebbe scontrarsi con le resistenze dei consumatori: già oggi la comparsa di pubblicità nei Dvd, che si pagano profumatamente, non è molto gradita. Nei video in rete un siparietto iniziale di un qualche sponsor sta diventando la norma. Ma alcune aziende vanno escogitando sistemi con cui non solo inserire pubblicità, ma anche controllarne l’ascolto-visione in seguito, nei computer dei singoli utilizzatori.

La ridda di annunci sulla privacy va dunque letta anche in quest’ottica: una strategia per salvaguardare le operazioni appena compiute. Una preventiva dimostrazione di buona volontà.  in un momento cruciale per le ricerche e i loro legami con la pubblicità.

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